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Appallottolare, schiacciare e passare nel pangrattato. Sono i gesti che trasformano un impasto di carne di vitello avanzata, mortadella, parmigiano e prezzemolo nei mondeghili, storico piatto di recupero della cucina milanese. «Occhio, hai preso un po’ troppa carne: le palline devono essere più piccole», corregge Sissi Zambelli, che segue ancora la ricetta di sua madre: lei è solo una delle migliaia di Cesarine che oggi aprono le porte della propria casa ai turisti per insegnare le ricette della tradizione.

Sempre più viaggiatori stranieri scelgono infatti di conoscere l’Italia non soltanto sedendosi al tavolo di un ristorante, ma entrando nelle cucine, nei mercati e nelle case di chi le prepara ogni giorno. «Vengono per imparare a preparare piatti come il risotto, la cotoletta, i mondeghili e il tiramisù, richiestissimo, e poterli poi replicare a casa. Negli ultimi anni, però, cercano anche un’altra cosa: vivere l’atmosfera della casa italiana. Si stupiscono davanti a oggetti per noi normalissimi, come il tritaprezzemolo, o semplicemente nel vedere una tavola apparecchiata», racconta Zambelli.

Un fenomeno in crescita

Quella delle Cesarine è soltanto una delle tante declinazioni di un fenomeno molto più ampio. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le proposte dedicate ai viaggiatori: food tour tra mercati e botteghe, visite in cantina e laboratori con produttori. A proporle sono spesso tour operator, aziende, piattaforme internazionali come Airbnb oppure realtà specializzate nel campo delle attività.

Un esempio è Club Joy, fondata da Fiore Davoli e Chantal Gallina, che propone esperienze enogastronomiche in tutta Italia, dalle cooking class dedicate al pesto ligure a Portovenere ai percorsi sui limoni della Costiera Amalfitana, fino ai laboratori di pasta fresca a Roma. Una scelta che trova conferma anche nei numeri: come evidenzia il Rapporto sul Turismo Enogastronomico italiano 2025 a cura di Roberta Garibaldi, circa 39 milioni di italiani hanno partecipato almeno una volta a un’attività enogastronomica, mentre tra il 56 per cento e il 94 per cento dei visitatori stranieri che scelgono l’Italia prende parte ad almeno un’esperienza culinaria, dalle cooking class alle visite ai produttori.

A confermare la crescita del fenomeno è proprio Garibaldi, presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico e docente di Tourism Management all’Università di Bergamo, secondo cui la differenza è sostanziale: mentre la degustazione è centrata sul prodotto, l’esperienza usa il cibo come punto di partenza per raccontare un territorio e uno stile di vita. «Il visitatore non si limita ad assaggiare: partecipa, interagisce, apprende, si emoziona e crea un ricordo».

Il cambiamento più interessante riguarda però il tipo di esperienze ricercate. «La ristorazione continua a essere l’esperienza più richiesta, ma la domanda è ormai stabile. Quello che è cresciuto in modo molto significativo è l’interesse verso la visita ai produttori. I turisti cercano innovazione, diversificazione e novità. In un mondo sempre più globalizzato, visitare un caseificio, una cantina o un’azienda agricola rappresenta qualcosa di unico e irripetibile», sottolinea Garibaldi.

Con gli occhi di un’americana

C’è poi chi dell’enogastronomia ha fatto un mestiere, accompagnando i viaggiatori tra mercati, botteghe e produttori lontani dagli itinerari più battuti. Uno dei food tour più noti è quello di Elizabeth Minchilli, che accompagna da quindici anni soprattutto turisti americani alla scoperta dell’Italia meno visibile. Giornalista e scrittrice trasferitasi nel nostro paese da bambina, ha dato vita a “Via Rosa”, un progetto che riunisce food tour ed esperienze gastronomiche in diverse regioni italiane e oggi portato avanti insieme alle figlie Sophie ed Emma.

«Quindici anni fa le persone hanno cominciato a scrivermi: “Sto arrivando a Roma, mi porteresti in giro per i mercati?”. All’inizio mi sembrava una richiesta assurda, poi ho capito che poteva diventare un lavoro, con un articolo del New York Times dedicato ai miei tour che mi ha dato grande visibilità», racconta Minchilli.

Nel tempo le richieste dei turisti sono cambiate. «Fin dall’inizio volevano andare oltre il Colosseo e il Vaticano. Cercavano la norcineria nascosta, il gusto della gelateria frequentata dai romani, il mercato vero. Oggi questo desiderio è ancora più forte. Non cercano semplicemente di fare le orecchiette o una lezione di cucina: vogliono conoscere le persone che stanno dietro quel cibo», osserva. A cambiare il modo di viaggiare è stato anche il peso dei social, che hanno completamente ribaltato il modo di vivere la vacanza e il cibo.

Come ricorda Minchilli, «quindici anni fa si comprava una guida. Oggi la prima cosa che fanno le persone è aprire Instagram. Il problema è che spesso arrivano con una lista di cose virali da fotografare. Vedo persone che passano dieci minuti a fotografare un affogato finché il gelato si scioglie e perdono completamente l’esperienza. Il rischio è trasformare tutto in una caccia all’immagine». Per questo, sottolinea, «noi cerchiamo produttori, contadini, allevatori, persone che raccontano una storia. Se portiamo qualcuno in una fattoria siciliana non è soltanto per il formaggio. È perché Giuseppe racconta la biodiversità, il territorio e un modo di vivere. È la persona a rendere speciale quell’esperienza».

A guidare il tutto, per la fondatrice della “Via Rosa”, c’è un solo fattore. «Quando organizziamo un tour cerchiamo l’autenticità. Può essere una donna che fa la pasta in casa oppure un piccolo produttore di tartufi. L’importante è che raccontino una realtà vera. L’autenticità non si può costruire, si può soltanto riconoscere».

A contatto con la vera Italia

Per conoscere davvero l’Italia non c’è nulla di più autentico che entrare nelle case degli italiani e scoprire il tesoro che ogni famiglia custodisce: un patrimonio culinario tramandato da generazioni. È il principio dell’home cooking, il turismo che porta i viaggiatori nelle cucine di casa per imparare le ricette della tradizione, che si ritrova nella storia di Sissi Zambelli e delle 1.500 Cesarine attive in tutta Italia.

Il loro nome deriva dall’antico appellativo usato soprattutto in Emilia-Romagna per indicare le massaie e le cuoche di casa. «Quando abbiamo iniziato a lavorare sul progetto abbiamo scommesso sul fatto che entrare in una casa fosse la migliore esperienza possibile per conoscere l’Italia», racconta Davide Maggi, ceo di Home Food, la società che gestisce questa rete capillare. Oggi le Cesarine accolgono ogni anno tra i 50 e i 60 mila ospiti, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche da Regno Unito, Canada e Australia.

«Il Lago di Como è una delle aree più richieste insieme a città come Bologna, Venezia, Firenze e Palermo. Gli italiani ci sono, ma arrivano soprattutto attraverso le attività di team building organizzate dalle aziende», spiega. Ma come si diventa Cesarina? Non basta saper cucinare: le candidature vengono selezionate sulla base delle ricette di famiglia, dell’ospitalità e della capacità di accogliere gli ospiti, fino ad arrivare a circa cinque nuovi ingressi al mese.

«Ogni Cesarina custodisce un piccolo libro di famiglia fatto di ricette tramandate dai nonni ai nipoti», racconta Maggi. Le cooking class non si esauriscono nella preparazione di un piatto, ma diventano spesso occasioni di incontro che proseguono anche dopo il viaggio. «Si crea una relazione umana fortissima: mi è capitato che una Cesarina mi raccontasse: “Gli ospiti sono andati via e mi hanno abbracciato. Non mi era mai successo che qualcuno sul lavoro mi abbracciasse”», ricorda.

Legami che Zambelli vede formarsi a ogni cooking class nella sua cucina. Racconta infatti come arrivino «persone che ti raccontano storie incredibili. Un esempio sono due fratelli tedeschi che durante il Covid avevano imparato l’italiano guardando Don Camillo e Peppone e poi sono venuti qui per imparare il vero risotto all’onda. Esperienze che danno l’occasione di allargare gli orizzonti».

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