Dal paradosso di Gorgonzola, marchio globale senza più caseifici, alla monocoltura di Barolo e Montalcino. L’agroalimentare d’eccellenza salva l’economia delle aree interne, ma rischia di espellere i residenti e la vita sociale. Una soluzione? Riscoprire i luoghi oltre il piatto
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Nel mondo quante persone sanno che esiste davvero un comune che si chiama Gorgonzola? Per miliardi di consumatori da New York a Tokyo, quella parola non evoca una comunità della periferia milanese lambita dal naviglio Martesana, ma genera un’immediata reazione sinestetica: descrive una consistenza cremosa, un’erborinatura verde-blu e un sapore preciso.
Gorgonzola è il paradigma di una geografia commerciale dove i nomi dei luoghi smettono di indicare stratificazioni storiche o confini amministrativi per trasformarsi in codici a barre e denominazioni d’origine. Il caso lombardo è una lezione limite: dal 1983, anno di chiusura dell’ultimo caseificio cittadino, a Gorgonzola non si produce quasi più una sola forma del suo formaggio, il cui asse industriale si è ormai spostato tra Novara e Pavia. Il paese è rimasto l’involucro nominale di un fantasma gastronomico.
Lo stesso meccanismo, con sfumature diverse, si riproduce se pronunciamo parole come Chianti, Barolo, Montalcino o Taurasi, o se nominiamo Varzi, Recco, Norcia, Bronte o Castelmagno. È il trionfo del borgo-brand. Un fenomeno socio-economico in cui lo ”sguardo dell’altro” – il turista guidato da un’aspettativa univoca – ridisegna i luoghi. Questa identificazione solleva una questione cruciale: cosa ha dato e, soprattutto, cosa ha tolto questa riduzione del territorio a singola voce del menù al tessuto umano e sociale della provincia?
Borgo e paese sono diversi
Il rischio di questa deriva è innanzitutto una questione di distinzione linguistica: «In geografia distinguiamo nettamente il concetto di borgo da quello di paese», spiega Jacopo Manni, ricercatore in geografia rurale e del turismo all’Università di Roma Tor Vergata e reduce da un progetto di ricerca nazionale sulla crisi demografica delle aree interne. «Il “borgo” è spesso una spettralizzazione, un concetto statico da cartolina; il “paese”, invece, è un concetto dinamico, fatto di partecipazione, di un territorio che riesce a elaborare vita reale e vissuta.
«Puntare su una struttura monoteistica della narrazione territoriale è sempre molto rischioso. A livello di mutamenti climatici, sociali e demografici, associare la reputazione di un luogo a una sola e unica cultura rischia di provocare il depauperamento di tutta una serie di relazioni e opportunità».
Un limite culturale che l’intervento pubblico recente, come il miliardo di euro stanziato dal Pnrr per il “Bando Borghi”, ha faticato a scardinare, calando fiumi di denaro su amministrazioni locali minuscole e prive di personale tecnico in grado di programmare uno sviluppo complesso. Il risultato è la proliferazione di borghi-vetrina che sterilizzano la storia locale.
«Ma è qualcosa che succede anche nelle grandi città – continua Manni – Napoli è stata trasformata in una gigantesca friggitoria a cielo aperto dove il cibo divora e conquista gli spazi secolari dell’artigianato, dei liutai e delle librerie storiche di Port’Alba. Il cibo sta mangiando territorialmente tutto quello che era invece cultura e partecipazione secolare, designificando i toponimi».
Le Langhe e la finanza
Nessuno nega la funzione di scudo economico che il cibo e il vino hanno garantito contro la desertificazione. Senza l’eccellenza del salame, Varzi sarebbe un margine appenninico fragile; i pistacchi di Bronte hanno contribuito all’economia agricola etnea, e il Castelmagno ha tenuto in vita le ultime anime aggrappate alla roccia dell’alta Valle Grana. Nelle Langhe e a Montalcino, il brand ha attirato investimenti miliardi.
Ma oggi quel successo va gestito, affrontando gli effetti collaterali di una monocoltura che non è solo agricola, ma sociale. «I nostri territori sono stati scoperti dall’alta finanza», incalza Matteo Ascheri, produttore a Bra e nelle principali menzioni geografiche del Barolo.
«C’è uno scollamento totale tra il valore finanziario della terra e il suo valore economico originario. Se oggi un giovane produttore locale deve comprare un ettaro di vigna a Barolo ci mette 120 anni a pagarselo esclusivamente con il lavoro. Si preferisce invece la rendita di posizione, mentre la specializzazione estrema che è arrivata negli ultimi anni, concentrata solo su vigneto e noccioleto, cancella la biodiversità e ci espone a rischi enormi».
Lo spettro demografico
Scendendo in Toscana, a Montalcino, la diagnosi di questa mutazione genetica del territorio non cambia, ma si arricchisce di un paradosso demografico drammatico.
Il benessere economico assoluto e la ricchezza diffusa non generano più comunità, ma solitudine: «Nella mia generazione eravamo 300 bambini a Montalcino», racconta Stefano Cinelli Colombini, alla guida della storica cantina Fattoria dei Barbi. «La generazione di mio figlio, nato nel 2005, contava 100 nuovi nati. Negli ultimi due anni siamo scesi a 25 culle. Non è un problema di servizi o di risorse economiche: qui il lavoro c’è, gli asili nido pure, i soldi avanzano e i coltivatori diretti che rappresentano il 60 per cento del Brunello hanno le borse piene e gestiscono le aziende con oculatezza. È un problema culturale, siamo diventati egoisti ed è svanito il senso della comunità».
La trasformazione del tessuto urbano segue fedelmente le linee di un turismo d’élite che fagocita lo spazio pubblico: «Se vuoi comprare un paio di calzini a Montalcino – continua il produttore – non ci sono i negozi, devi andare nei comuni vicini come San Quirico o Buonconvento. Ma questo non mi preoccupa, c’è il commercio online. Mi preoccupa il fatto che la sera la gente di Montalcino non esca più. Fino a vent’anni fa i bar erano vivi e pieni di residenti; oggi se esci dopo cena trovi il deserto o solo stranieri».
Cinelli punta il dito contro la classe dirigente, che, nel caso di Montalcino, è fatta dagli stessi agricoltori: «I viticoltori sono classe dirigente, ma non hanno la consapevolezza civile di esserlo: fanno eventi splendidi e commissionano arte dentro le proprie cantine private, ma non fanno più nulla per lo spazio pubblico, per la vivibilità collettiva del paese».
Educare lo sguardo
Il cibo e il vino rimangono chiavi d’accesso formidabili alla provincia italiana, ma non possono trasformarsi in una gabbia identitaria per chi abita i luoghi e in un’ossessione per chi li visita. Una via d’uscita per il viaggiatore potrebbe essere nello sforzo di scavalcare l’etichetta, reimparando a esplorare l’inesplorato dei luoghi iconici.
Si può andare nelle Langhe ignorando le degustazioni per rifugiarsi nelle vicine Alpi Marittime, valli cuneesi rimaste integre e splendidamente selvagge proprio perché storicamente escluse dal turismo della neve.
Si può attraversare il Chianti storico cercando le pievi romaniche nascoste nei boschi di quercia, o esplorare l’Irpinia sotterranea delle grotte di tufo e delle tracce longobarde dietro Taurasi.
Si può risalire la solitudine della Valle Grana fino al Santuario di San Magno, a 1.760 metri, per capire che quel formaggio è un atto di pura resistenza alpina, o camminare sulle colate laviche di Bronte per vedere dove il pistacchio affonda le radici nella roccia nera.
E infine ritrovare a Norcia il silenzio mistico dei Monti Sibillini, comprendendo che l’arte della norcineria è figlia dell’isolamento e del rigore della montagna, non di un ufficio marketing.
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