Sono ormai due anni che il premio dedicato alla memoria di Mattia Torre, promosso e organizzato dal Tuscia Film Fest, si svolge in una cornice di letture, ricordi, interventi condotti dall’abile umorismo di Geppi Cucciari al Teatro dell’Unione di Viterbo. Stavolta, nella serata del 2 e del 3 ottobre, a dare testimonianza dello sceneggiatore, commediografo e regista scomparso prematuramente nel 2019 non saranno solo i sette monologhi in finale.

Ma la presenza, tra gli altri, degli amici e colleghi Valerio Aprea, Alessandro Tiberi, Pietro Sermonti, Sabina Guzzanti, Valerio Mastandrea, Zerocalcare. Se la comicità, la satira, il mettere a nudo una tematica, spogliarla dei suoi veli o contribuire a celarla, ad ammantarla di false credenze e di miti di cui tutti riconosciamo la tacita, ineffabile presenza era la cifra indiscussa di Mattia Torre, i testi selezionati che verranno recitati sul palco ricalcano questa postura, questo sguardo lucido, disincantato sul mondo. Che potremmo definire quasi beffardo, di costume «politico e sociale»: così si legge sul sito.

E gli autori sono under 35 sconosciuti tanto all’ambiente cinematografico quanto a quello della drammaturgia. Oltre al Premio della Giuria e il Premio del Pubblico, verranno assegnati i premi speciali Propaganda Live e Splendida Cornice che prevedono la rappresentazione di una o più opere tra quelle vincitrici all’interno del palinsesto di ambo le trasmissioni televisive. Abbiamo intervistato Valerio Aprea che insieme a Giacomo Ciarrapico, Geppi Cucciari, Pietro Sermonti e Luca Vendruscolo fa parte della giuria.

Cosa ha portato l’edizione 2026 del premio Mattia Torre?

Questa edizione ci ha confermato che all’interno di un marasma, di un mare di livello qualitativo non sempre confortante andare a capare, come abbiamo fatto il primo anno, i sette finalisti è un lavoro piuttosto impegnativo. Sono tantissimi quelli che, evidentemente, scrivono, hanno velleità in questo senso e desiderio, voglia di scrivere. Bisogna avere fiducia come i cercatori d’oro che devono setacciare prima di trovare le pepite. Occorre leggere una quantità di cose non buone e avere fiducia che tra queste, a un certo punto, esca fuori quella che supera la soglia di sbarramento necessaria. I finalisti, in questo senso, sono persone che scrivono perché ne hanno facoltà, ne hanno le prerogative.

Quali sono queste prerogative tra i giovani autori?

Bisogna essere lucidi abbastanza da distinguere chi scrive solo perché gli piace e chi lo fa a pieno diritto, cioè perché è il suo talento vero. Noi cerchiamo di osservare questo principio. Noi leggiamo alla cieca, non conosciamo neanche il nome dell’autore. Quando poi indichiamo i finalisti parte la comunicazione ufficiale e l’organizzazione li contatta. Allora si può dire chi sono e che età hanno.

Che cosa si sentirebbe di rilevare rispetto a quello che ha letto finora, anche in relazione all'edizione precedente?

L’iceberg è analogamente omologato. È una provocazione la mia. In qualche modo tutti incappano in tutta una serie di cliché, ogni anno c’è una tematica che va più per la maggiore, oppure anche il modo di porsi. C’è una grande analogia di fondo e la punta dell’iceberg è proprio quella dove tutto questo non accade, dove dietro a un monologo è presente un universo personale peculiare, basato su ingredienti necessari a che la scrittura ottenga certi risultati.

Esistono dei parametri?

Il livello di forma, di lessico, l’idea di base. Ecco, ci deve essere un’idea di base, un guizzo, uno spunto, una trovata. Tendenzialmente cerchiamo monologhi comici, satirici che contengano una brillantezza di fondo. I pezzi che Mattia ha scritto erano sempre costellati di battute, frasi, osservazioni che assurgono se non a una comicità esibita a una forma di acume a cui abbeverarsi.

Lei ha sempre portato in scena alcuni monologhi di Mattia, penso per esempio alle sue comparse su Propaganda Live. Crede che quel tipo di sguardo lucido, disincantato, satirico si possa effettivamente tramandare?

Di Sinner o di Panatta ne nasce uno ogni mezzo secolo. Da attore auspico che chi intrattiene nei confronti della scrittura un rapporto di responsabilità abbia a disposizione più teste possibili. Da attore io dipendo dalla scrittura, tutto il comparto, tutto il mondo della narrazione, della letteratura, qualunque forma di espressione dipende dalla scrittura, tutto parte da lì. Senza una buona scrittura alla base noi non serviamo a niente, diventiamo di colpo inutili.

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