Lo storico concerto del pianista pubblicato dall’etichetta ECM rivive all’auditorium Santa Cecilia. Namekawa ne suona la prima e ultima parte, mentre Enhco improvvisa attorno alla sezione centrale
La sera del 24 gennaio 1975, all’Opera di Colonia, Keith Jarrett fu sul punto di andarsene senza suonare. Aveva chiesto un Bösendorfer 290 Imperial, il gran coda da otto ottave, e sul palco ne trovò uno più piccolo e logoro, dal suono metallico e con i pedali che non rispondevano. Nemmeno lui stava bene: da due notti non dormiva per il mal di schiena, e le ore di strada da Zurigo, percorse in una Renault 4, avevano peggiorato le cose.
Era già in macchina, con il motore acceso, quando Vera Brandes, la ragazza che aveva organizzato la serata, lo raggiunse sotto la pioggia e lo pregò di non lasciare a bocca asciutta un teatro esaurito. «Non dimenticarlo mai. Solo per te», le rispose. Il concerto cominciò alle 23.30, dopo una recita della Lulu di Berg. Il pianista prese le mosse dal motivo della campanella che aveva richiamato il pubblico in sala.
Nei concerti in solo di quegli anni, Jarrett si presentava al pianoforte senza temi né strutture prestabilite, e quella notte furono i limiti dello strumento a orientare l’improvvisazione. Per cavare il meglio da quel Bösendorfer, insistette sul pedale e sulle note ribattute, costruendo il discorso su brevi cellule melodiche e su armonie lasciate di proposito nel vago. Ne uscì poco più di un’ora di musica in cui il jazz si mescola al blues, al folk americano e al minimalismo, con qualche eco di Debussy e un contrappunto che fa pensare a Bach. Nella registrazione si sentono anche i suoi gemiti e il canto in falsetto con cui accompagna la tastiera, come faceva Glenn Gould.
Nel doppio album della ECM di Manfred Eicher il concerto, che dal vivo aveva avuto due tempi e un bis, fu diviso in quattro parti. Il disco ha venduto circa tre milioni e mezzo di copie, e a Jarrett quella fortuna finì per pesare: nel 1992, parlando con lo Spiegel, si lamentava che il Köln Concert fosse diventato una specie di colonna sonora.
Il musicologo Peter Elsdon, nello studio che ha dedicato a quell’incisione, parla di una “faglia estetica”, con l’improvvisazione jazzistica da un lato e dall’altro un ascolto che ne ha fatto musica di consumo, da sottofondo. Dalla registrazione sono state tratte anche trascrizioni a stampa. Quella di Schott, uscita nel 1991, si apre con un’avvertenza dell’autore: le note sono esatte, il tempo spesso no, perché suonava fuori da ogni scansione metronomica, e il riferimento resta il disco.
Il progetto
Da quella partitura e da quel disco nasce il progetto che il Romaeuropa Festival presenterà lunedì 2 novembre ore 21 nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, in collaborazione con l’Accademia di Santa Cecilia.
È una produzione della Philharmonie de Paris in cui Maki Namekawa, pianista classica nata a Tokyo, suona nota per nota la prima e l’ultima parte, mentre il jazzista parigino Thomas Enhco improvvisa attorno alla sezione centrale. L’idea è venuta al produttore esecutivo della sala, Marc Cardonnel. Namekawa ne sentì parlare per la prima volta da lui al telefono, all’aeroporto di Vienna, e ogni volta che ripassa da lì, quel momento le torna in mente come fosse ieri. Il successo delle quattro serate parigine del 2023 ha poi convinto Cardonnel a organizzare per il 2026 una tournée europea nelle sale in cui aveva suonato Jarrett.
Jarrett non suona più in pubblico. L’ultima volta fu alla Carnegie Hall, nel 2017, a poche settimane dall’insediamento di Donald Trump, contro il quale parlò apertamente, fra un brano e l’altro. Nel 2018 due ictus, a febbraio e a maggio, gli paralizzarono in parte il lato sinistro. Nel 2020 disse al New York Times che per il momento non si sentiva un pianista. Il lavoro dei due interpreti, però, lo conosce bene. Namekawa andava a trovarlo con il marito, il direttore d’orchestra e pianista Dennis Russell Davies, già prima che il progetto nascesse, e Jarrett l’ascoltava suonare nel suo studio.
Ha continuato a farlo anche in seguito, rispondendo alle domande di lei e seguendone il percorso con affetto: «Lui, più di chiunque altro – dice a Domani – sa che un’esecuzione è il frutto di un processo che l’interprete attraversa lungo questo viaggio quasi senza fine». Fu Davies, da molti anni amico di Jarrett e suo partner musicale, a proporre a entrambi di andare a suonare per l’autore. «Io ero agitatissimo – ricorda Enhco – ma lui ne è stato contento, ed è questo che ci ha permesso di portare lo spettacolo in tournée».
Namekawa ha studiato la trascrizione con Jarrett e ne loda la qualità: «È un materiale che permette di discutere seriamente di concetti musicali». Che le sfumature di ritmo, tempo e dinamica non stiano sulla pagina non la sorprende, perché «questo vale anche quando si suona Bach».
Qui però l’ordine abituale per un interprete classico si rovescia: si parte dall’ascolto dell’improvvisazione e solo dopo si arriva alla notazione. «Si ascolta e riascolta la registrazione originale – dice la pianista – per trovare il modo di entrare in dialogo con il suo suono e la sua personalità». Nel 2023, a Bonn e a Linz, ha suonato il Köln Concert da sola e per intero, e il confronto con i singoli estratti lo riassume così: «È la differenza tra uno sprint e una maratona intera». Soltanto nella versione integrale, spiega, emerge l’arco della costruzione.
L’arte di improvvisare
Ogni sera Enhco si trova a reinventare la sezione centrale e sa bene quanto sia facile scivolare nell’imitazione. Quando studia il brano, cerca di avvicinarsi il più possibile allo spirito e allo stile di Jarrett, mentre in concerto prova a essere semplicemente sé stesso: «Se sul palco cercassi di essere Keith – continua il pianista – verrebbe fuori un pastiche (e nessuno può essere lui!)».
Nel documentario The Art of Improvisation, lo stesso Jarrett osserva che l’improvvisazione «non ha mai ricevuto il rispetto che merita» e racconta di aver capito di essere prima di tutto un improvvisatore suonando musica classica. Eppure è stata proprio la tradizione classica, col tempo, ad abbandonare quella pratica, che per Bach e per Mozart era di casa. Bach improvvisava fughe senza derogare alle regole del contrappunto, e Mozart le cadenze dei suoi concerti le inventava sul momento.
In Mozart Paradox, Enhco improvvisa su temi mozartiani, mentre nel Köln Concert rintraccia il percorso inverso: «Qualcosa che è nato in una sola notte è diventato un “testo” che la gente conosce nota per nota». In entrambi i casi, cerca di riportare in primo piano la dimensione dell’istante. Viene in mente una frase che Jarrett ha ripetuto più volte: «Dobbiamo anche imparare a dimenticare la musica, altrimenti diventiamo dipendenti dal passato».
Jarrett ha sempre considerato il Köln Concert “non jazz”, mentre la Namekawa lo definisce «un canto che trascende il tempo e le culture». Enhco, che dal jazz viene, in quella musica sente passare generi diversissimi e alla fine rinuncia a classificarla: la chiamerebbe “semplicemente musica” che il pubblico vuole semplicemente ascoltare. «Sanno dove stiamo andando – conclude la pianista – ma non esattamente come ci arriveremo».
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