Il compositore leggendario compirà novant’anni il 3 ottobre: è uno dei pionieri del minimalismo. A Roma lo festeggiano due appuntamenti: l’omaggio del Romaeuropa Festival al Mattatoio che sarà il 4 ottobre e il concerto del Kronos Quartet in Sala Santa Cecilia il prossimo 23 novembre
Steve Reich è uno di quei personaggi che staresti ad ascoltare per ore. Per la musica, certo, ma anche per il modo in cui ragiona: vivo, minuzioso, con un’ironia tagliente che non risparmia nessuno. Veste sempre di scuro, con il cappellino da baseball e la barba incolta. Arriva ai novant’anni dimostrandone dieci di meno, e ancora meno a sentirlo parlare. A Flora Willson del Guardian, che gli chiede come ci si senta a diventare novantenni il 3 ottobre, risponde evasivo: «Non ci sono ancora arrivato. Non voglio svelare i dettagli in anticipo. Ti farò sapere a tempo debito…»
Newyorkese di nascita, nella “città che non dorme mai” ha girato per trent’anni con i tappi nelle orecchie, insofferente al rumore, al cemento, al milione di persone. Oggi vive fuori città, sempre iperattivo pur dovendo recuperare da una brutta caduta.
L’importanza di Reich si misura anche dalla stima di chi lavora lontano dal suo stile. Nella musica di Björk, di Bryce Dessner, di Brian Eno, dei Kraftwerk la sua ricerca si sente; sorprende di più Stephen Sondheim, che a Broadway ha passato la vita a far combaciare parole e musica, l’opposto di quel che fa Reich, il quale dell’opera lirica dice che è grande musica ma non fa per lui. Eppure è Sondheim ad aver scritto che la musica di Reich è «una delizia costante, ora drammatica ora gioiosa, con un’energia contagiosa e sorprese esaltanti».
I grandi amori
L’ultima partitura per grande ensemble, In All Your Ways, è stata eseguita per la prima volta il 28 agosto scorso all’Usher Hall di Edimburgo dal Colin Currie Group, che gliel’aveva commissionata. Il titolo viene dai Proverbi, «in tutte le tue vie riconosciLo, ed Egli appianerà i tuoi sentieri», ma nessuno canta quelle parole: ne resta una cellula ritmica di quattro note, che affiora soprattutto nelle sezioni veloci, e che Reich chiama – scusandosi con Mendelssohn – la sua Romanza senza parole. Invece di cambiare tempo fra una sezione e l’altra, ha cambiato i valori delle note, passando dai sedicesimi agli ottavi, ai quarti, alle terzine, su quattro armature di chiave che si comportano ora come maggiore, ora come minore, ora come modale. «Questi sono i punti di riferimento, queste le possibilità: si mescolano e si combinano». Poi gli è capitato quello che non gli era mai capitato: a tre quarti del lavoro si è accorto che la musica aveva bisogno di respirare, ed è tornato indietro a inserire sezioni più lente in pagine già scritte. In questa scelta c’è tutto Reich.
Il suo mondo musicale è ricco di grandi amori; i primi sono Bach e Stravinskij (fu folgorato dalla Sagra della primavera), Bartók, il jazz di Charlie Parker e di Miles Davis, più tardi Coltrane, e poi Bob Dylan. Ci sono l’elettronica e quel serialismo studiato ma mai amato perché privo di «un ritmo su cui battere il piede» e di «un centro tonale chiaro che si possa percepire».
Il minimalismo
Il serialismo, anzi, lo ha combattuto, diventando con Philip Glass, Terry Riley e La Monte Young uno dei pionieri del minimalismo. Una lotta contro una musica che ha sempre avuto un pubblico ristretto, di (quasi) soli addetti ai lavori, e che oggi, per ammissione dello stesso Reich, è rimasta ai margini. «Se vuoi scrivere musica tonale, perché non scrivi musica tonale?», gli disse Luciano Berio, suo docente al Mills College di Oakland. E così fu.
Parola ingannevole, minimalismo. La semplificazione sta nei materiali, e da lì nasce un ascolto esigente: una musica in cui si deve «poter sentire il processo mentre accade, lungo tutta la musica che suona» (consiglio di lettura non richiesto: Steve Reich, Music as a Gradual Process, 1968, in Writings on Music 1965–2000, a cura di Paul Hillier, New York, Oxford University Press, 2002). Il minimalismo di Reich ha molti aspetti, ma il più suggestivo è il phasing, lo sfasamento, scoperto casualmente riproducendo una traccia su due registratori Wollensak che gradualmente persero l’allineamento, finendo per generare linee contrappuntistiche dalla stessa registrazione. Una «rivelazione», la definisce il compositore, destinata a segnare gran parte della sua musica.
In Italia il compleanno sarà seguito da due appuntamenti romani. Il 4 ottobre il Romaeuropa Festival porta al Mattatoio i Blow Up Percussion in un percorso di un’ora e tre quarti che si sposta da uno spazio all’altro insieme con il pubblico. Sempre nella capitale il prossimo 23 novembre, in Sala Santa Cecilia, il Kronos Quartet propone Different Trains, Triple Quartet, una selezione da The Cave e WTC 9/11, facendo dialogare queste partiture con Viderunt omnes di Pérotin e Alabama di John Coltrane, musica che Reich definisce «buona»: «La maggior parte della musica non lo è», continua sul Guardian, e all’intervistatrice che gli chiede che cosa rende buona la musica, risponde offrendo un criterio che tanti compositori in piena attività dovrebbero utilizzare: «Puoi suonarla accanto a Charlie Parker? Puoi suonarla accanto a Johann Sebastian Bach? Merita ancora l’ascolto? Se sì, ehi, hai in mano qualcosa di speciale!».
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