Ciò che per noi è un gesto scontato, per la ballerina e pittrice Simona Atzori è un esercizio di ingegneria del corpo e della volontà. Per lei il cibo, così come molti altri gesti quotidiani, rappresenta un rito di autonomia e tenacia. Entrare nel suo spazio più intimo significa assistere a un balletto ritmico
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Cibo, disponibile sulla app di Domani e in edicola
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Provate per un istante a immaginare: sedervi a tavola e sentire le vostre braccia pesanti, immobili. Provate a pensare di dover sollevare un bicchiere o semplicemente di portare una forchetta alla bocca, usando solo la forza delle dita, però dei piedi. E la flessibilità delle vostre gambe.
Sentite la tensione nei muscoli della schiena? La ricerca spasmodica di un equilibrio che sembra sfuggire? Ebbene, ciò che per noi è un gesto scontato, quasi invisibile, per Simona Atzori è un esercizio di ingegneria del corpo e della volontà.
Ballerina, pittrice e scrittrice, Simona è una Nike con le mani in basso. Nata senza braccia, per lei il cibo, così come molti altri gesti quotidiani, rappresenta un vero e proprio rito di autonomia e tenacia. Entrare nel suo spazio più intimo significa assistere a un balletto ritmico: piedi che maneggiano posate con una grazia che nasconde la fatica, e gesti meticolosi che sfidano i preconcetti.
Qui, dove non esistono gesti giusti ma solo modi diversi di abitare la propria unicità, Atzori ci accoglie nel suo mondo. Ed è tra questi gesti, per noi straordinari e per lei semplicemente quotidiani, che inizia il suo racconto.
Simona, ti ricordi la prima volta che hai portato alla bocca il cibo con i piedi?
Sinceramente non ricordo, anche perché per me era normale. È come un bambino che mangia per la prima volta: non ho questo ricordo specifico, fa parte della mia crescita naturale.
Quale piatto che ti diverte di più preparare?
In realtà non sono una gran cuoca e faccio piatti molto semplici. Però mi diverte molto fare le uova: mi piace aprirle con un piede solo, maneggiarle e cercare di diventare sempre più brava nella tecnica.
Ci sono piatti che trovi più facili o più difficili da gestire?
Sì, cuocere la carne in modo semplice è facile. Amo molto fare gli spaghetti al ragù: sono piatti semplici, ma sono quelli che preferisco mangiare e preparare.
Usi posate speciali?
No, non uso posate speciali, è tutto come per gli altri. L’unico accorgimento è quando devo scolare la pasta: non potendo usare lo scolapasta classico, uso il mestolo per gli spaghetti, quello col buco al centro. Prendo la pasta, l'acqua scivola via e la metto direttamente nel piatto.
Qual è il momento più curioso che ti è capitato cucinando o mangiando?
Cucinando sono molto meticolosa e organizzo tutto prima per evitare che cada qualcosa. Mangiando, invece, la cosa curiosa è la reazione degli altri. Spesso le persone restano attratte dal modo in cui giro gli spaghetti: lo faccio con un piede solo, ruotando la forchetta in senso antiorario.
Cucinare ti dà una sensazione di autonomia o è una sfida continua?
Tutte e due le cose. Autonomia perché significa che posso cavarmela da sola; sfida perché mi piace provare a fare le cose e vedere come riesco a riuscirci.
Secondo te, le persone sottovalutano il rapporto tra disabilità e cucina?
Sì, spesso si pensa che una persona con abilità diverse non possa cucinare. Nel mio caso, l’idea dei piedi in cucina crea ancora qualche tabù o preconcetto che a volte mi dà fastidio. Chi usa i piedi ha le stesse accortezze e la stessa igiene di chi usa le mani; è solo una modalità diversa.
Mangiare è anche esporsi. Ti sei mai sentita a disagio o osservata?
Osservata tantissimo, sempre. Da adolescente mi dava molto fastidio e a volte mi facevo aiutare, proprio per evitare gli sguardi. Ora sono abituata, anche se a nessuno piace essere fissato. Ma oggi ho le capacità per viverla diversamente. Anzi, quando mangio ho una sensazione di grande eleganza, nonostante lo faccia con i piedi.
Se dovessi descrivere il tuo modo di mangiare con una parola o un’immagine, quale sarebbe?
Ho la sensazione di essere elegante mentre mangio, nonostante mangi con i piedi.
Il contatto con il cibo attraverso i piedi ti fa sentire le cose in modo diverso?
Sicuramente i miei piedi hanno la stessa sensibilità che altri hanno nelle mani. È un contatto diretto, molto profondo.
La cucina è un luogo intimo. Ti pesa essere guardata mentre prepari qualcosa?
Non mi piace essere osservata mentre cucino perché temo che le persone vedano fatica in quello che faccio e vogliano aiutarmi. Se succede, lascio fare loro per evitare il disagio, a meno che non sia con mia sorella o persone molto care. Quando cucino solo per me, invece, mi piace moltissimo: è il mio mondo nessuno giudica.
Preparare qualcosa per qualcuno, che sapore ha per te questo gesto? E invece, quando cucini solo per te?
Quando cucino solo per me, il sapore è quello della libertà: sono nel mio mondo, nessuno può giudicare i miei movimenti. È un momento che mi appartiene profondamente. Farlo per gli altri, invece, non è una questione di mancanza di volontà, ma di quel sottile disagio che ancora provo: la sensazione di sentirmi osservata mi porta a limitarmi.
Se dovessi descrivere il tuo ritmo in cucina?
È una danza armonica, un po’ a scatti. Ho uno sgabello alto su cui mi siedo, mi sposto, scendo, prendo... è un piccolo balletto ritmico.
Cosa diresti a chi si sente limitato dal proprio corpo?
Direi di mettere una musica di sottofondo che piace e provare a seguire quel ritmo. Non bisogna fare le cose come gli altri: non esiste un modo giusto o sbagliato, ma solo il modo giusto per noi. Ognuno ha la sua capacità di esprimersi, anche in cucina.
E a chi guarda da fuori con imbarazzo?
Vorrei che si lasciassero guidare da uno sguardo diverso. Come ho fatto nella mia serie social Fatto con i piedi, l'invito è scoprire che sono solo modi differenti di fare le stesse cose. Spero che l'imbarazzo diventi curiosità sana, quella che ci fa dire: "Chissà come si possono fare le cose in altri modi".
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