Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l'ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo di sostenibilità agricola, di pastore e agricoltrici e di chi alla vita cittadina preferisce un ritorno alla natura. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.


Dipendenti, figlie d’arte o anche imprenditrici. Da nord a sud sono sempre più numerose le donne impegnate nel campo della pastorizia che ribaltano la visione di un settore considerato tra i più maschili. Secondo una ricerca di Coldiretti del 2024, quasi il 30 per cento di chi gestisce aziende agricole dedite all’allevamento è donna.

Un tema che si innesta anche con la questione delle aree interne: come rilevano Daniela Storti e Sabrina Lucatelli nel capitolo dell’indagine “Giovani dentro” di Riabitare l’Italia dedicato alle donne, il 67 per cento dei giovani vorrebbe restare o trasferirsi in queste zone. Tra le donne, questa inclinazione si accompagna a una maggiore propensione a studiare e lavorare nella propria area, testimoniata dal 61 per cento contro il 43 per cento degli uomini.

Formazione

La presenza femminile si nota anche nelle scuole di pastorizia, percorsi di formazione teorico-pratica nati per tutelare l’allevamento estensivo e formare i pastori del futuro. Dopo la prima, nata nel 2020, le scuole sono ormai numerose: tra queste c’è la “Scuola giovani pastori” del Crea - Riabitare l’Italia, di cui Daniela Storti è la direttrice scientifica.

«Lo scopo della nostra scuola è semplice: fornire conoscenze e competenze specifiche per avviare e mantenere un’attività di pastorizia nei territori, ma anche accompagnare i giovani che vogliono fare questa scelta di vita con strutture in cui possano interagire, trovare un riferimento e sentirsi riconosciuti. Dopo due edizioni, rispettivamente in Piemonte e sulle Madonie in Sicilia, e con una terza in via di definizione, si può dire che finora le candidature femminili sono emerse in particolare per motivazione e voglia di cambiare il paradigma di vita di zone come le aree interne», racconta Storti.

Tra le due edizioni, le candidature femminili selezionate sono state 13 su 30: come evidenzia la direttrice della Scuola giovani pastori del Crea, «le donne mostrano in particolare la valenza innovativa e la consapevolezza delle scelte che prendono rispetto agli uomini. Permangono le difficoltà organizzative e a volte anche a farsi riconoscere il proprio ruolo, ma sono in ogni caso scelte coraggiose, di ragazze e donne che portano avanti i loro progetti lavorativi e di vita non rinunciando a nessuno di essi. Le loro storie lo dimostrano».

Tra Italia e Francia

Una di queste è quella di Francesca Ferri, ventitreenne di Bergamo e oggi pastora in Francia, nella Val d’Isère. «Dopo il liceo ho scoperto un progetto chiamato Pasturs, che cercava giovani volontari per aiutare i pastori in montagna: è stata un’esperienza bellissima, e mi sono innamorata di questo mestiere. Così ho deciso prima di studiare scienze agrarie a Milano e poi di seguire la Scuola giovani pastori in Sicilia. È stato un privilegio poter vedere da vicino un contesto tanto complesso che ti aiuta ad affrontare il disincanto e a non restare fermi all’immagine romantica della montagna e del pastoralismo», racconta.

Dopo un tirocinio in Emilia-Romagna con le vacche rosse del Parmigiano reggiano è arrivata la scelta di andare in Francia. «Sono qui per spirito d’avventura e anche per un progetto di vita: in futuro mi piacerebbe comprare terra in Francia e rimanere qui. Un’altra ragione per cui ho scelto di fare quest’esperienza da dipendente è che qui c’è uno stipendio minimo. Nel settore della pastorizia in Italia c’è molto sfruttamento: negli alpeggi ci sono molti pastori stranieri che vengono dal Nord Africa, sottopagati, a cui spesso non viene fornito il cibo per sé o per i propri cani. In Francia questo succede meno anche perché c’è uno stipendio minimo, lo Smic, che in qualche modo tutela di più. Poi qui ho incontrato molte più allevatrici», sottolinea la pastora.

Le giornate sono molto faticose. «Anche se la stagione estiva comincerà tra qualche settimana, qui c’è ancora la neve. Io adesso mi occupo di una trentina di vacche in lattazione, una dozzina di vacche in asciutta o manze gravide, una decina di vitelli, un centinaio di polli e tre cavalli. Solitamente mi sveglio alle 6, comincio la mungitura e vado avanti fino alle 8, spesso da sola. Nel frattempo, preparo il latte e pulisco le stalle dei vitelli, oltre che dei cavalli. Dalle 8 alle 9 facciamo colazione, e poi ci occupiamo di altro, come ad esempio i formaggi», evidenzia.

La routine cambierà appena inizierà il periodo del pascolo, quando «le mucche saranno giorno e notte fuori. Avremo un grande carro con cui mungeremo dieci vacche alla volta e che sposteremo in varie zone della valle. Io preparo la postazione mentre un collega va a prendere gli animali in un prato poco distante, li porta e poi li mungiamo. È un lavoro impegnativo, anche nella gestione del latte, ma ormai è routine».

Il peso della tradizione

Una storia diversa è quella di Luciana Cangelosi, ventitreenne che abita nel piccolo comune di Castelbuono, nel cuore del Parco delle Madonie in Sicilia, e cresciuta in una famiglia di pastori da sei generazioni.

«Stare in una famiglia del genere ha i suoi pro e i suoi contro. Quando ero più piccola tutte le mie compagne uscivano la domenica col padre e io non potevo, perché il suo era un lavoro che non prevede ferie e che ti occupa tutta la giornata. Questo aspetto un po’ mi pesava perché a scuola sentivo le mie compagne che raccontavano i viaggi con i loro papà mentre io, nella mia testa, dicevo: “Mio padre a mare non mi ci ha mai portato”. Grazie a lui, però, ho capito crescendo cosa significa lavorare in questo contesto e cosa vuol dire sudare e guadagnare i soldi», dichiara Cangelosi.

Rispetto agli altri membri della famiglia i suoi compiti sono diversi. «Faccio di tutto: mi sveglio presto la mattina, intorno alle 5, e insieme a mio padre e mio fratello ci occupiamo delle vacche, delle capre, e in più io sono addetta anche alla parte burocratica. Quando arriva la stagione più calda sono impegnata anche con i pascoli e le transumanze: ci spostiamo a piedi dai pascoli di Pollina a quelli di Petralia Sottana, senza mezzi motorizzati», sottolinea.

C’è un aspetto particolare che rende più sopportabile il lavoro: «La parte più bella del lavorare nella pastorizia è il rapporto con la natura, come veder sbocciare un fiore, e gli animali. Ad esempio aiutare una vacca incinta mi porta quasi a immedesimarmi: in fondo gli animali e gli umani sono uguali».

L’eredità obbligata

Sempre sulle Madonie abita anche Marilina Barreca, 50 anni, titolare con le sue sorelle di un’azienda a Geraci Siculo e presidente dell’Istituto zooprofilattico della Sicilia. «All’inizio avrei dovuto continuare l’attività insieme a mio padre, ma quando è venuto improvvisamente a mancare il passaggio generazionale è stato obbligato, e ho dovuto prendere in mano l’attività, che all’epoca era un allevamento di bovine da latte e un caseificio annesso. In tanti credevano che la nostra azienda in mano a tre donne non sarebbe andata avanti e me lo dicevano anche in faccia, senza peli sulla lingua. Molti allevatori della zona, però, sono stati disponibili e mi hanno aiutato anche in ciò che non ero in grado fare all’inizio, tipo scegliere il foraggio», racconta Barreca.

Contro il parere di tanti l’azienda è andata avanti. «Una donna cura molto di più l’aspetto del welfare: vogliamo che il personale stia bene e che tutti abbiano anche tempo per la famiglia. Sono parte integrante della nostra azienda», sottolinea. I momenti difficili non sono mancati, come la brucellosi, che ha costretto ad abbattere tutti gli animali.

«Per noi è motivo di grande tristezza vedere i capannoni vuoti, specie considerando che abbiamo speso 1,3 milioni di euro per migliorare la struttura. Ho visto tante ragazze avvicinarsi a questo mondo in modo fiabesco: la verità è che la pastorizia è una passione che ti spinge ma è anche un tunnel dal quale non si può uscire. Ti innamori in maniera così estrema che non riesci a farne a meno».

© Riproduzione riservata