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Nella canzone Ci vuole un fiore, Sergio Endrigo cantava che «per fare un seme ci vuole il frutto». Una visione fedele a ciò che i contadini fanno da sempre: selezione e scambio di sementi da mettere a frutto per scoprire cibo nuovo. Guardando frutta e ortaggi che la Gdo mette a banco, è impossibile non stupirsi per l’uniformità di forme, colori e specie. Non c’è spazio per la pesca ammaccata o il pomodoro di piccolo calibro.

Ma la selezione inizia dal punto cieco del dibattito sul cibo: il seme. Dopo millenni di selezione contadina si è arrivati all’oligopolio di una manciata di aziende sementiere, che decidono cosa si porta in tavola. A questo dominio costruito a colpi di brevetti, c’è chi cerca di resistere.

Semi e mercato: i numeri

Il mercato globale delle sementi è stato stimato a 88,82 miliardi di dollari nel 2024, e si prevede che crescerà fino a oltre 128 miliardi di dollari entro il 2032 (dati Foodcom Global Report, 2025).

«Oggi quattro colture (soia, mais, cotone e colza) costituiscono il 99 per cento del mercato delle sementi ogm – scrive Tommaso Cinquemani nel suo libro La natura non basta (Codice) – mentre nell’1 per cento restante ricadono tutte le altre specie». La crescita di questo comparto è guidata per lo più dagli effetti del cambiamento climatico.

Contadini: da gestori a clienti

Per molti secoli i contadini hanno padroneggiato le sementi, piantandole, scambiandole e dismettendole quando una determinata varietà si rivelava inadatta al territorio. Nel 1930 il Congresso americano approva il Plant Patent Act: per la prima volta una pianta può diventare proprietà privata.

Una legge destinata a fare la storia, nata nello stesso paese in cui le colture di mais ibrido – più produttivo ma sterile al reimpianto dello stesso seme salvato dal raccolto – costringe gli agricoltori a riacquistare semi nuovi ogni anno. Nel 1961, a Ginevra, 70 paesi (Italia inclusa) approvano la Union Internationale pour la Protection des Obtentions Végétales (Upov), la prima convenzione internazionale sulla protezione delle varietà vegetali, più volte aggiornata fino al 1991.

Oggi, in Europa, una semente può essere commercializzata solo se la varietà di appartenenza è iscritta nel Catalogo comune europeo e nel Registro nazionale delle varietà per l’Italia. Questo sistema, introdotto dalle direttive 2002/53/CE e 2002/55/CE, richiede che ogni semente offra prove di distinguibilità, uniformità e stabilità (Dus). Le varietà iscritte godono dei diritti di protezione della proprietà intellettuale, cioè di un brevetto. Una volta coperta da brevetto, la semente non può essere riprodotta e riutilizzata dagli agricoltori nelle semine successive

Attualmente circa 1.200 varietà di sementi coltivabili naturalmente sono interessate da brevetti: le aziende agrochimiche proprietarie sostengono di averle create attraverso innovazioni tecniche. Sebbene sia illegale brevettare le piante nell’Ue, quelle create con mezzi tecnologici sono classificate come innovazioni e quindi brevettabili. La normativa riconosce e disciplina il diritto degli agricoltori di scambiare e utilizzare i propri semi (salvati dal raccolto), salvaguardando però i diritti di privativa industriale sulle varietà tutelate.

Quindi, da custodi e gestori del seme, i contadini sono diventati clienti, costretti ad acquistare pacchetti di sementi e prodotti fitochimici a supporto della coltura, per avere la certezza di sopravvivere attraverso i raccolti. Peccato che i prezzi delle merci coltivate spesso non arrivano a coprire la metà dei costi sostenuti.

Conservare e scambiare

«La standardizzazione delle sementi e varietà ha portato a una perdita del 75 per cento in biodiversità: il che significa che mangiamo una percentuale di varietà ridicola rispetto a quello che esiste in natura», tuona Federica Ferrario, responsabile delle campagne dell’organizzazione ambientalista italiana Terra!.

Realtà come il Svalbard Global Seed Vault in Norvegia e le banche del germoplasma regionali mirano a contrastare l’omologazione e tutelare il patrimonio. «La biodiversità è uno scrigno di sicurezza che garantisce il futuro: un seme conservato ora tra un anno potrebbe non essere capace di dare frutto in mutate condizioni climatiche», aggiunge Ferrario.

Dal basso i contadini si danno da fare con il seed swap, incoraggiando il recupero di varietà locali che altrimenti andrebbero perdute. Giuseppe Taneburgo, contadino custode di San Michele di Bari, sostiene attivamente questo scambio. Sottolinea però una difficoltà: «può capitare che si offrano le sementi, anche senza riceverne in cambio, con l’ammissione da parte di chi le acquisisce di non sapere da dove cominciare per far crescere la piantina da mettere in piena terra».

Eppure qualcosa resiste. A Borgo Egnazia, resort tra Savelletri e Ostuni, l’agronomo e seed saver Angelo Giordano coordina dal gennaio 2025 un progetto di orti rigenerativi che ha già recuperato 322 varietà, replicato 84, scambiate 73. Zero chimica di sintesi, consumo idrico ridotto del 25 per cento rispetto al convenzionale.

La struttura si definisce la prima realtà alberghiera in Italia a integrare un ciclo completo che parte dal recupero dei semi e li restituisce alla comunità, attraverso la Casa delle sementi. Tra le storie che emergono da quel lavoro c’è il cece rosso liscio delle Murge, recuperato nel 2010 da una manciata di semi donati da un anziano contadino di Santeramo. Oggi se ne produce abbastanza per il consumo.

Domingo Schingaro, chef del ristorante Due camini, porta quei semi in tavola: i vegetali non come contorno, ma come cuore dell’esperienza gastronomica. All’Ego Food Fest 2026, al Relais Histò di Taranto, Schingaro ha sintetizzato questa visione con una frase che vale come manifesto: «Ogni cosa ha il suo tempo. Seguiamo quello della natura, il suo ritmo, la sua ciclicità, la sua verità».

Il potere della collettività

Oggi chi controlla i semi controlla i sistemi alimentari, il cibo che mangiamo e chi lo crea, pur sostenendo di agire per tutelare i consumatori. Chi definisce i protocolli di esame decide, di fatto, quali varietà e produttori hanno diritto di esistere sul mercato. «Ma questi vincoli non permettono di ottenere più cibo – sottolinea Ferrario – senza contare che si produce cibo sufficiente a sfamare 12 miliardi di persone, buttandone un terzo».

Ma in tutto questo scenario i consumatori, quelli cresciuti ascoltando Ci vuole un fiore, che ruolo hanno? «Il singolo non sa neanche cosa c’è dietro un seme: da solo non può far nulla – continua Ferrario – Deve utilizzare la forza di cittadino e della collettività, chiedendo cibo sano e garanzie nella sua produzione, che non causino esternalità negative come l’inquinamento del suolo. Oggi, con i salari fermi, sempre più famiglie sono costrette a ricorrere a cibo economico e di scarsa qualità. Serve fare pressione sul mondo politico. In solitudine, perdiamo tutti».

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