Ci sono oggetti che attraversano i secoli quasi intatti, anche quando tutto intorno cambia. Non perché funzionino perfettamente, ma perché nessuno – o quasi – li mette davvero in discussione. Quell’inerzia, però, non è casuale. Per decenni la progettazione ha assunto come riferimento un utente implicito: maschile, abile, occidentale, in buona salute. Uno “standard” che è stato presentato come universale ma che, nei fatti, ha escluso più persone di quante ne ha incluse.

In La sedia del sadico (Editori Laterza, 2026), l’esperta di design Chiara Alessi ripercorre la storia di alcuni oggetti e dispositivi – soprattutto medici – mostrando come quella presunta neutralità abbia escluso le donne, e propone di rinegoziare corpi, potere e saperi per immaginare alternative.

Non è un saggio tecnico per addetti ai lavori: con esempi e casi studio, il libro mostra come molte scelte progettuali riflettano rapporti di potere consolidati nel tempo. Un esempio è lo speculum, il dispositivo ginecologico usato per effettuare pap test e tamponi inventato secoli fa. Negli anni alcuni medici e scienziati hanno provato a migliorarne il design, ad esempio modificando il materiale. Quei cambiamenti però non hanno mai coinvolto attivamente le donne, anzi rispondevano più alle esigenze di praticità del medico che alle necessità dei corpi femminili. Inoltre, come si legge nel libro, «non si è mai manifestata la volontà di ripensare totalmente l’oggetto, di superare quel paradigma della progettazione per cui “se si è sempre fatto così ci sarà una ragione”».

Cambio di paradigma

Ma basta che le donne siano considerate nella progettazione per costruire un design che davvero includa tutti e tutte? Come spiega Alessi, no.

«Io punterei ad affrancarsi dal fatto di essere o non essere considerate utenti o progettiste perché la questione posta in questi termini prevede che ci sia una legittimazione che deve venire dall’esterno. Finché la visione sarà questa, la progettazione e la coprogettazione risponderanno a criteri, senza mai metterli in discussione», dice. «La mia proposta è quindi di darseli da sole questi criteri, rispondere a un’altra storia, riprendersi lo spazio. Non basta secondo me includere la misura dei corpi femminili nella progettazione».

L’autrice cita l’esempio di Aimi Hamraie, designer queer disabile che gestisce il Critical Design Lab in Tennessee. «Quello che arriva a formulare Aimi Hamraie non è tanto un mondo in cui si progetta guardando alla disabilità, ma in cui è la disabilità che progetta l’accesso, quindi cambiando completamente il paradigma». Insomma, per innescare un cambiamento è necessario abbandonare i punti di vista convenzionali, scardinando la visione che per secoli è stata dominante e creando un mondo in cui siano le donne a progettare gli strumenti che le riguardano.

Non si tratta però di un’inversione di ruoli. Secondo Alessi l’elemento interessante non è far provare agli uomini l’esperienza di vivere nei panni di una donna per un giorno: «Questo può aiutare a evidenziare delle strutture, a smascherare dei “come”, ma per cambiare i “cosa” poi bisognerebbe fare in modo che si cambi completamente lo sguardo della progettazione».

Ed è qui che nel design entra in gioco lo sguardo intersezionale. «Per me l’intersezionalità non è un’operazione algebrica in cui si sommano le oppressioni», ma uno strumento per disarmare strutture che, nel loro incrocio, si rafforzano. Pensare di progettare “per tutte le donne” rischia di riprodurre la stessa pretesa di universalità che nella storia della progettazione ha escluso alcuni soggetti.

Non una vendetta

In La sedia del sadico Alessi non propone di rovesciare le gerarchie, ma di abbatterle, mettendo al centro anche le persone che per decenni sono rimaste ai margini. «Non un mondo vendicativo in cui anche gli uomini abbiano il loro quarto d’ora di oppressione – si legge nelle ultime pagine del libro – ma un mondo in cui sperimentare la liberazione anche attraverso gli oggetti».

Quella liberazione secondo l’autrice è possibile. È già avvenuta in passato, ma «la trasmissione storica ha spesso insabbiato racconti, genealogie e pratiche femministe che hanno creato oggetti per sé, riadattando e reimmaginando soluzioni che la realtà intorno a loro non aveva pensato».

È necessario quindi che il design non perda di vista il suo obiettivo che, per Alessi è migliorare la vita delle persone. «Bisogna intendersi su chi sono però queste persone e se veramente stiamo guardando tutte e tutti o se c’è qualcuno che, come sempre, rimane escluso», dice l’autrice.

«Le persone che prendono le decisioni, dalla progettazione delle cose più piccole fino alle nostre piazze, agli ospedali, ai mezzi di trasporto, sono sempre persone che poi vengono toccate dalle decisioni in modo residuale. Mentre le persone che hanno meno voce sono quelle su cui la cattiva progettazione impatta di più. Bisognerebbe trovare il modo di creare un chiasmo tra questi mondi, che si parlino e che si guardino».

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