Il nuovo romanzo di Mattia Insolia, L’età giovane (Mondadori) prosegue la sua capillare indagine generazionale. Il suo racconto incentrato su un gruppo di amici è pervaso da una tristezza opaca
Nel linguaggio medico la parola “crisi” è riferita a uno stato di alterazione della malattia, uno squilibrio le cui conseguenze non sono per forza negative, ma di certo dirompenti. Nei vari significati della parola ricorrono vocaboli come “perturbazione” e “sconfitta” e nel linguaggio economico quando parliamo di crisi ci riferiamo a un “passaggio rapido dalla prosperità alla depressione”.
Ma cosa accade quando la crisi diventa uno stato permanente, da cui non sembra che si riesca a uscire né a livello collettivo né a livello personale? Questa è una delle domande che si pone lo scrittore Mattia Insolia, classe 1995, nel suo nuovo romanzo La vita giovane (Mondadori, 2026).
Insolia si è sempre fatto notare in questi anni, sia nei romanzi che nelle interviste e negli articoli anche di questo giornale, per la sua indagine generazionale capillare e multitematica. Tra le tante cose che ha interrogato ci sono l’uso della violenza più estrema come valvola di sfogo personale e di gruppo, la povertà educativa, la repressione sessuale, la fluidità di genere, la rabbia del precariato e la fatica dei rapporti interpersonali delle nuove generazioni.
In questo suo ultimo lavoro, Insolia continua la sua ricerca raccontando con la voce di Teo la vita di un gruppo di amici, tutti provenienti da un piccolo paesino del Sud Italia, nel cui passato da adolescenti si nascondono traumi e violenze.
L’amicizia e la fine di un’era
Ma a differenza dei suoi precedenti romanzi, dove era più centrale il rapporto scombinato e deprimente tra genitori e figli, qui l’autore racconta l’amicizia e con essa la fine di quella che per il protagonista è un’epoca, una parte consistente di esistenza, e si sofferma sul raffronto tra le aspettative della vita giovane e il loro infrangersi. Teo si trova infatti a rivangare il suo passato più prossimo, a disseppellire le immagini dolorose del sé bambino e adolescente e, soprattutto, a confrontarsi con la fine della giovinezza mentre è ancora giovane.
Nel passato della comitiva c’è una notte precisa, una notte di maggio, in cui le cose sono cambiate per tutti, e nei successivi anni quella serata ha rappresentato per Teo un chiaro spartiacque tra il giovane che avrebbe voluto essere e quello che poi, suo malgrado, è diventato. Dopo quella notte la sua prima decisione è stata quella di abbandonare il paesino e andare a Milano, scappare dal gruppo di amici, mettere della distanza con la famiglia, cercare più libertà d’espressione e più possibilità di lavoro, ma per quanto lui abbia tentato i fatti accaduti continuano a proiettare nel presente un’ombra malinconica e ottundente.
Se infatti negli altri romanzi, Insolia raccontava soprattutto un sentimento di rabbia e voglia di rivalsa pervasivi, in La vita giovane è la tristezza a narrare cosa provano i giovani della storia, una tristezza opaca, grigia, che si stende su tutte le cose: sui genitori, sugli amori, sugli amici e sul futuro ancora possibile. La sensazione di non aver concluso nulla di buono, di sentirsi già adulti quando questa adultità invece nei fatti tarda a venire, pieni di rimpianti per cose accadute da poco, in osservazione perenne dei propri disastri annunciati.
L’essere adulti incombe e allo stesso tempo non arriva mai, così da creare un limbo, una zona paludosa dove Teo comincia a scivolare, una zona silenziosa fatta di omissioni e di segreti che faticano a venir detti e di cui non ci si può liberare.
Senza giudizio
A 33 anni la cantante Charli XCX ha fatto successo con il suo album Brat dando slancio a quella che viene definita la “brat culture”, una cultura di divertimento, indipendenza, sfacciataggine, ribellione che vengono rappresentati molto dalla vita notturna, dall’esplicitezza sessuale e dal credere in sé stesse. Ma di questo stile esiste anche un risvolto più acre, più acido e insostenibile, che nel 1984 ci ha raccontato anche lo scrittore Jay McInerney nel romanzo culto Le mille luci di New York, dove un precario del giornalismo si barcamenava tra cocaina, droghe e allucinogeni per sopprimere insofferenze e tristezze.
Lo stesso accade al gruppo di Teo, ognuno di loro, tra insoddisfazioni e violenze subite, si difende nell’adolescenza partecipando alle feste e girando in macchina a fari spenti, fino al collasso.
La serie tv Euphoria, che è stata vista da milioni di spettatori in tutto il mondo, mette a tema proprio questo: la vita in tempo di crisi perenne dove la ricerca a tutti i costi dell’euforia diventa una dissipazione e una perdita d’identità, una fatica a capirsi e a far parte del mondo, tra colori saturi e brillantini, stato febbrile e angoscia sociale.
Insolia riprende questo spirito generazionale e lo espande dilatando nel tempo le considerazioni e le conseguenze, raccontando la perdita di senso di quando si hanno molti privilegi ma nessuna idea di come utilizzarli, raccontando di adulti assenti che lasciano spazio alle molestie e alle cattiverie.
Teo chiede fin dall’inizio ai lettori e alle lettrici di non giudicare questi ragazzi e le persone che sono diventati, ma quello che diventa sempre più chiaro leggendo il romanzo è che i primi a giudicarsi sono proprio loro, che non sanno perdonarsi errori e nascondimenti. A differenza, per esempio, di Miley Cyrus, che nel penultimo album cantava del suo periodo “brat”, considerato dal mondo intero come un’indecenza e una vergogna: I know I used to be crazy
I know I used to be fun / You say I used to be wild /I say I used to be young.
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