Il giorno prima dell’equinozio di primavera mi sono svegliata con la stanza che vorticava attorno al letto, o forse era il letto che vorticava nella stanza. Sentivo sia caldo che freddo, avevo la smania di muovermi per trovare un punto fermo e la consapevolezza che alzandomi sarei caduta per terra. Ho raggiunto la finestra a tentoni, ho constatato che fuori c’era il sole e che, al contempo, scendeva un nevischio polveroso. «Piove col sole, il diavolo si sposa», dicono dalle mie parti. Ma se in presenza di sole e cielo azzurro addirittura nevica, che cosa starà mai facendo il diavolo? In mancanza di una risposta mi sono limitata a crollare piagnucolando, finché qualcuno è venuto a prendermi e mi ha accompagnata in bagno a vomitare.

Da qualche tempo, a ogni movimento sbagliato o troppo brusco del capo, avvertivo dei capogiri anomali. Avevo attribuito questo fenomeno a cervicali contratte, abbassamenti di pressione, occhiali da cambiare. Nel denso mare di nausea, il mio primo pensiero definito non è stato – come sempre in passato , «Sarà sicuramente qualcosa di terribile» bensì: «in questo stato non posso scrivere né leggere, ergo non posso lavorare». Anche se l’avevo già sperimentata in altri tempi e con altre professioni, l’idea che se mi fossi ammalata avrei dovuto fermare ogni attività mi ha quasi stupita. Il mio sistema corpo-mente si era dimenticato che potevo star male per altri motivi, che non esisteva solo il virus.

Perdita di controllo

Prima di incorrere in questa strana instabilità avevo terminato la lettura di due libri, curiosamente uno di seguito all’altro: L’arte di legare le persone, di Paolo Milone (Einaudi 2021) e Blu, di Giorgia Tribuiani (Fazi 2021). Si tratta di romanzi atipici che non c’entrano niente con le vertigini, ma c’entrano molto con la perdita di controllo.

L’opera di Milone è un romanzo quasi lirico, la raccolta di decenni di appunti presi lavorando in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza. A dispetto di quanto possa far presagire il titolo, la prosa è delicata e l’amore, non sempre corrisposto, per la professione è tangibile. «C’è chi ritiene che il ricovero in psichiatria sia la cosa più brutta al mondo. Talvolta la vita è ancora più brutta. Gli animali feriti si nascondono in una tana e si leccano le ferite: psichiatria è una tana», leggiamo fin dalle prime pagine.

Il romanzo di Tribuiani ci porta invece nella vita di una ragazza molto giovane che, in un universo parallelo in cui i libri interagissero come persone, potrebbe essere una paziente di Milone. Ma ciò che accomuna questi libri, per molti versi agli antipodi, è quel che li rende davvero originali: il coraggio di osare manipolando la prosa, e quello di utilizzare la seconda persona singolare. Nel caso di Milone il “tu” che incontriamo è quello del paziente a cui di volta in volta il terapeuta si rivolge. L’autore non parla di Lucrezia che gioca a nascondino con le lamette, di Filippo che non trova le parole, di Danilo che spezza le costole per eccesso di affetto, ma parla a tutti loro; taglia fuori il lettore e proprio così lo attrae.

Nel caso di Tribuiani incontriamo una voce narrante esterna che si rivolge, ossessiva, alla protagonista stessa, ovvero un’adolescente che si fa chiamare «Blu». Blu frequenta l’istituto d’arte e disegna meravigliosamente. Ha una famiglia infelice e felice a modo suo, conta tutto, segue rituali che esistono solo nella sua testa, lo fa perché altrimenti – è sicuro – alle persone attorno a lei accadranno cose tremende, sa fingere di amare, quando ama sul serio lo fa morbosamente, ha molta paura e, forse, l’arte performativa la può salvare. Agisce sul bilico che separa i comportamenti normati da quelli devianti.

Diagnosi

Vertigini posizionali, otoliti, endolinfa, cellule ciliate. Dopo il primo consulto medico ho iniziato ad apprendere nuove parole, e a prendere confidenza con l’idea che il mondo si fosse trasformato in una giostra a causa di alcuni sassolini vaganti nei posti sbagliati. Una questione fastidiosa e verosimilmente lunga ma, per fortuna, non grave. La sindrome vertiginosa, mi riportano, può essere causata da postura sbagliata, traumi (come cadute, colpo della strega), forte stress. A prescindere da quali siano le origini delle mie vertigini personali, la mia attenzione è stata colta dalla questione dello stress, ovvero da ciò che un prolungato stato di tensione può causare. Dove si annidano le più grandi paure, si nascondono in fondo alle orecchie? Si aggrappano alla spina dorsale? Se la somatizzazione fisica ci piega, cosa accade quando il malessere ci spezza arrivando fin dentro la testa?

Se Blu soffra di disturbi ossessivo-compulsivi, alimentari o di disturbo bipolare non lo sappiamo con certezza ma, seguendo la voce frammentata che ci parla di lei, pare quasi di sentire i Verdena di Elefante, quando un esangue Alberto Ferrari cantava «Blu, l’impero è blu/ Questa è la cura in rima/ Ci soddisferà». Per prosa e linguaggio, quello di Tribuiani è un libro molto diverso da ogni altra uscita recente in cui mi sia imbattuta, ma c’è un filo che serpeggia tra alcuni dei romanzi più discussi e riusciti degli ultimi tempi: la cristallina consapevolezza che la casa, anziché porto sicuro, sovente è il caldo nido della paranoia e della malattia. Penso ad Amare tutto di Letizia Pezzali, a Questo giorno che incombe di Antonella Lattanzi, a Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti, a L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito. L’arte di legare le persone, dal canto suo, ci parla di quello che può accadere nelle righe successive alla parola fine di queste storie, e ci ricorda che «Il bene e il male che facciamo a un’altra persona si riverbera e si propaga in mille modi tra i suoi parenti, amici e conoscenti e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti».

Convalescenza

La convalescenza funziona che alcune cose si possono fare e altre no. Nel caso delle vertigini posizionali, fintanto che i sintomi sono molto forti è opportuno non fare assolutamente niente, dunque ho dormito. Prima ho sognato di camminare per una piazza San Marco deserta e assolata, poi di avere pacifici leoni albini sdraiati nell’orto. L’irritazione è montata quando ho ripreso abbastanza forze da dismettere lo stato letargico, giusto in tempo per rendermi conto che leggere era ancora una fatica mentre scrivere era proprio impossibile. Di quei giorni ricordo soprattutto i tentativi di andare oltre i sintomi, specie i più stupidi. Come la strenua volontà di recarmi all’ospedale truccata e il conseguente rischio di arrivarci con una matita infilata nell’occhio. E poi il letterale bagno di umiltà rappresentato dal dovermi lavare seduta su un seggiolino da anziana. Era lo stesso su cui, molti anni fa, sedeva mia nonna a causa delle sue difficoltà motorie. Stava provvidenzialmente nascosto in un angolo della soffitta. Credo che sia a queste cose che non si pensa, quando si perde la testa per il decluttering. E lo capisco, anch’io a volte vorrei vivere in un ambiente spoglio, minimale e soprattutto senza memoria. Per diversi giorni ho invece vissuto senza equilibrio, aiutata a non scivolare da un oggetto del passato.

Recupero

Ero stata allertata che ci sarebbero volute settimane per una completa sparizione dei sintomi e, in effetti, chinarmi ad allacciare le scarpe con entusiasmo o trascorrere troppe ore davanti a uno schermo sono tuttora pratiche sconsigliate. Posso però leggere con quasi rinnovato vigore, e guardare stralci di televisione distogliendo spesso lo sguardo, come se stessi seguendo un radiodramma. Il 2 aprile su Rai3 è andata in onda L’odissea, documentario sul Teatro Patologico di Roma a cura di Domenico Iannacone. La “Penelope” di questa incredibile compagnia teatrale, interamente composta da pazienti psichiatrici, ha chiosato la sua storia affermando l’indicibile, e cioè che «Tutti possiamo uscire pazzi»; statuto aderente alle parole di Paolo Milone, quando scrive che «Per diventare psichiatri basta avere un genitore, un nonno, un po’ matto, anche un pochino, e volergli abbastanza bene. I matti sono nostri fratelli. La differenza tra noi e loro è un tiro di dadi riuscito bene». Ma anche – ed ecco un libro amato del passato che torna a bussare, chiamato da quelli del presente – a quelle del Gianni Celati di Selve d’amore (Quodlibet 2013) che nel racconto La notte racconta del manicomio dove sono ricoverati il signor Pucci e i suoi amici, che ai liberi cittadini oltre la rete, quando chiedono: «Siete in molti, là dentro?», rispondono: «Ah, qui siamo moltissimi, tutti matti! E voi, là fuori, siete molti? Tutti matti anche voi?».

Ero stata allertata che ci sarebbero volute settimane per una completa sparizione dei sintomi, ma non che questa costrizione a rallentare in un mondo già fermo mi avrebbe fatto pensare a come non essere più padroni di sé stessi nel corpo, così come nella mente, sia questione di attimi e di millimetri.

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