Diciamolo subito: E la quarta volta siamo annegati, Bollati Boringhieri, traduzione di Bianca Bertola, è un libro spaventoso. Più volte, nel corso di una lettura che lascia smarriti per le atrocità descritte, si corre il rischio di essere sopraffatti da orrore e disgusto.
Ma se al cospetto di un incubo – per niente astratto, anzi, drammaticamente attuale – può imporsi con forza la tentazione di ritrarsi, l’imperativo sotteso di quest’opera straordinaria, concepita come testimonianza e al contempo come atto d’accusa, chiede al contrario di tenere gli occhi bene aperti, fino all’ultima pagina.

I messaggi 

Nata nel 1989, irlandese, Sally Hayden si è affermata negli ultimi anni come una delle più esperte e appassionate croniste della strage di migranti nel Mediterraneo centrale. Il suo racconto comincia nell’agosto 2018, quando la giornalista riceve alcuni messaggi sul telefono che contengono richieste d’aiuto.
Provengono da Ain Zara, centro di detenzione per migranti vicino a Tripoli. Il mittente dichiara di essere recluso insieme ad altre centinaia di rifugiati, e la informa che intorno a loro è appena scoppiata una guerra fra milizie. I libici che gestivano la prigione hanno abbandonato il posto, e la struttura ora si trova in mezzo al fuoco dei due schieramenti.

Nel centro sono presenti anche molte donne, bambini, ragazze incinte, e i prigionieri – disarmati, malnutriti – portano i segni delle torture subite sia dalle guardie che ora li hanno lasciati al proprio destino, sia dai trafficanti che li avevano trattenuti per mesi, o addirittura anni, prima del loro arrivo ad Ain Zara.
A scrivere i messaggi, con un telefono tenuto nascosto e condiviso insieme ai suoi compagni, è Essey, adolescente eritreo scappato dal paese d’origine per inseguire il sogno di raggiungere l’Europa. Spesso definito dai media occidentali la «Corea del Nord dell’Africa», l’Eritrea è uno stato autoritario che vanta la triste nomea di luogo fra i meno accessibili e più brutali del mondo.

Si calcola che delle oltre 15mila persone che nel solo 2015 hanno attraversato il Mediterraneo dirette in Italia, più di un quarto fossero eritree; le loro storie, simili a quella di Essey, parlano di gente disposta a tutto pur di fuggire da un regime infernale in cui – come riferito da un rapporto del consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite reso pubblico nel 2016 – si commettono crimini contro l’umanità «in maniera diffusa e sistematica».

Due anni dopo l’Onu dichiarerà che mezzo milione di eritrei, cioè un decimo della popolazione, ha valicato i confini con l’obiettivo di stabilirsi in Europa, terra di libertà destinata a ridimensionarsi presto come il più crudele dei miraggi. Molte delle imbarcazioni sovraffollate su cui i clandestini trovano posto (dopo aver pagato migliaia di dollari) vengono infatti intercettate dalla Guardia Costiera libica, a cui è affidato il compito di impedire con ogni mezzo il proseguimento del viaggio.
Rifugiati e richiedenti asilo vengono così rinchiusi a tempo indeterminato nei centri di accoglienza da cui, nel migliore dei casi, potranno uscire solo convincendo le proprie famiglie a versare ingenti riscatti. Alla testimonianza di Essey, intanto, si aggiungono quelle di molti altri prigionieri (non solo eritrei, si fugge anche stati come Somalia, Etiopia, Sudan, Nigeria, Sierra Leone) che riescono a mettersi in contatto con Sally, e i loro resoconti parlano invariabilmente delle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere.

Ipocrisia europea

Nei centri d’accoglienza uomini, donne, bambini affamati patiscono vessazioni di ogni tipo; ricatti, torture, stupri sono all’ordine del giorno, e la truce drammaturgia organizzata per chi spera di liberarsi prevede una sola alternativa: trovare il modo, e il denaro, per sfidare ancora la sorte in mare.
Si è parlato di libro spaventoso, e certo i racconti dall’inferno – che l’autrice affida a voci che via via diventano coro – feriscono; ma forse il vero sgomento (il disgusto, anzi, lo abbiamo detto) si prova fra le pagine dedicate alle politiche migratorie dell’Unione europea, disposta a erogare milioni di euro per finanziare i ritorni forzati condotti dalla Guardia costiera libica (per di più addestrata da uomini della Royal Navy), nonché alle inadempienze di organismi come l’Unhcr, agenzia dell’Onu incaricata di tutelare i rifugiati di tutto il mondo, e tuttavia molto più attenta a investire enormi capitali nelle campagne autopromozionali che a occuparsi di donne e bambini imprigionati nei gironi di Ain Zara, Abū Salīm, Zintan, Triq al-Sikka.

Risvegliare le coscienze

Il quadro descritto dalla Hayden è desolante: quando non sono corrotti, i funzionari chiamati a monitorare le condizioni di vita dei prigionieri risultano spesso inadeguati, reticenti, curiosamente distratti quando si tratta di ispezionare i luoghi di detenzione per registrarne le criticità; le sorti chi vi è rinchiuso non dipendono solo dagli aguzzini che lo sorvegliano, ma anche da burocrati strapagati che si ostinano a fingere di non sapere.
Dietro la patina di buonismo umanitario che con brutale puntualità cinguetta commosso di fronte all’ennesimo naufragio, l’Europa xenofoba governata da guitti ripugnanti si ostina a scegliere la strada più facile: assecondare una volontà politica, e soprattutto un’opinione pubblica, sempre più distanti dall’idea di empatia e accoglienza.

Salutato da Max Porter come «book to save the world», E la quarta volta siamo annegati esce finalmente anche in Italia, e vale la pena fare tutto il possibile perché non passi inosservato. A una manciata di chilometri da noi si sta consumando un genocidio, a partire da oggi non potremo più voltarci dall’altra parte.
Trasformare il mondo si può, si deve, e sarebbe magnifico se fosse proprio un libro a risvegliare le nostre coscienze, spingendole verso un cambiamento radicale. Come diceva qualcuno, la rivoluzione non è una mela che cade quando è matura. Bisogna farla cadere.


E la quarta volta siamo annegati (Bollati Boringhieri 2023, pp. 448, euro 28) è un libro di Sally Hayden 

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