Chi leggerà questo libro sperando di trovarvi rivelazioni sulla strage di Bologna, la pista palestinese, il colonnello del Sismi Stefano Giovannone e quant’altro, resterà deluso. Perché Il “lodo Moro”, pubblicato da Editori Laterza, è invece un saggio di storia basato non su ipotesi e dietrologie, bensì su un mare di documenti di governi e servizi segreti, non solo italiani, che finora non erano stati analizzati.

E se qualcuno lo avesse fatto prima, non si sarebbe lasciato spazio alle complotterie più suggestive e al tempo stesso meno solide (ma buone per ogni strumentalizzazione possibile) su un tema tra i più scivolosi della Prima repubblica.

L’autrice, Valentine Lomellini, è docente di storia delle relazioni internazionali all’Università di Padova e questo suo libro è una sorta di “spin off” (ma in anticipo sul progetto madre) di un più ampio studio su come le democrazie occidentali hanno risposto in passato alla sfida del terrorismo arabo-palestinese, dalla strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 fino alla strage del volo Pan Am del 1988 nei cieli di Lockerbie, in Scozia.

Fra virgolette

In merito al “lodo Moro” le virgolette ci stanno tutte e compaiono fin dal titolo del libro: perché è fuorviante, e infatti ha fuorviato, l’identificazione con lo statista ucciso dalle Brigate rosse di un ipotetico accordo, più o meno formale, con la dirigenza della resistenza palestinese affinché il territorio italiano non diventasse terreno d’azione a colpi di bombe e dirottamenti.

Non fosse altro perché ha anche portato a ipotizzare indicibili collegamenti fra la tragedia di via Fani e un ipotetico ulteriore movente per la morte di Moro, ovviamente da parte di chi dietro alle Br continua a vedere la longa manus della Cia, o del Mossad, o chissà chi altri: Moro insomma amico dei palestinesi (e addirittura accusato di finanziarlo: una polpetta avvelenata del famigerato Ufficio affari riservati), che ai palestinesi lasciò mano libera e libera circolazione di armi e e terroristi, piegando a una ragion di stato tutta domestica una comune azione dell’Italia e dei suoi alleati contro ciò che, oggi, appare vicenda lontanissima, ma che allora (anni Settanta e Ottanta) costituiva un autentico flagello.

Se non avete l’età per rircordarlo, andate a rivedere il bollettino di quegli anni relativo appunto ai dirottamenti aerei, autentica “invenzione” dei vari gruppi terroristici palestinesi che l’Olp non riusciva a tenere del tutto sotto il proprio controllo, un’invenzione che per anni tenne sotto scacco l’Europa e non solo.

L’accordo

E dunque, per sintetizzare al massimo il certosino lavoro di Lomellini, e per rispondere alla domanda principale che da anni ci si pone (con risposte spesso pregiudiziali), è esistito o no il lodo Moro?

Sì, è esistito, benché ovviamente non se ne trovi traccia formale, nel senso di un documento ufficiale firmato dalle parti: d’altra parte, chiunque eventualmente dovesse sottoscrivere qualcosa del genere si guarderebbe bene dal lasciarne tracce, non tanto perché un domani uno storico potrebbe trovarlo, bensì – e soprattutto – per scongiurare il rischio di restarne “ostaggio” in termini di possibili ricatti politici.

Per attestare l’esistenza di un accordo, si deve quindi procedere per vie traverse, andando cioè a verificare come lo stato si è comportato in circostanze in cui l’accordo in questione sarebbe dovuto scattare.

È esattamente ciò che ha fatto l’autrice, immergendosi in archivi poco battuti (non solo in Italia) e imbattendosi in retroscena oltremodo interessanti. Come quando ad esempio nel marzo del 1976 a Fiumicino vennero fermati tre cittadini libici armati fino ai denti, quasi certamente per compiere un attentato contro l’allora ministro degli esteri di Tripoli.

Per farla breve, la scappatoia per i tre non fu quella di sottrarli d’imperio alla giurisdizione italiana, e neppure quella di fare pressione sul magistrato competente per ottenere una generosa assoluzione. Venne infatti coinvolto nell’affaire addirittura il presidente della Repubblica Giovanni Leone, che il 16 aprile del 1976 concesse tre provvedimenti di grazia nei confronti dei libici in questione. Come Lomellini ha scoperto i dettagli della vicenda, compresa l’attuale perdurante “copertura” che emerge dalla documentazione ufficiale, è una lettura sorprendente che qui non si anticipa per non togliere la sorpresa al lettore.

Lodo Italia

Questo passaggio in particolare, ma ce ne sono anche tanti altri, dimostra che l’accordo esisteva eccome. Che però vada ascritto ad Aldo Moro è tutt’altra questione.

Il libro dimostra infatti che numerose e diverse furono le personalità coinvolte, suggerendo che ciò che va immaginato, in assenza come detto di protocolli espliciti, è in sostanza una procedura informale di volta in volta in mano al governo di turno, o al presidente del Consiglio, o al ministro degli Esteri. E come si è visto anche al capo dello Stato.

Quindi, e restando stretti, si dovrebbero includere nella partita i vari Rumor, Andreotti, Colombo, Forlani, Cossiga e Craxi. Il tutto, ovviamente, passando poi per il livello intermedio dei servizi segreti: e anche in questo caso i protagonisti si sono succeduti numerosi, oltre che diversissimi tra loro per attitudini e, diciamo così, fedeltà istituzionale.

Non solo: il lodo, del quale Lomellini invita a togliere l’aggettivazione nominale suggerendo un più corretto “lodo Italia”, non prevedeva l’impunità tout court dei terroristi, e dunque la sostanziale abdicazione dello stato a far valere le proprie leggi (arresti, processi, condanne), ma di fatto la assicurava successivamente attraverso procedure potenzialmente ogni volta diverse (estradizioni verso paesi “santuari”, scarcerazioni rapide, come si è visto addirittura la grazia presidenziale), a seconda della complessità e gravità del caso.

Atti terroristici

Un’Italia dunque cinicamente al servizio delle organizzazioni terroristiche arabo-palestinesi, nel nome di una ragion di stato piegata ad esigenze petrolifere?

Sarebbe un errore liquidare così una questione tanto complessa, benché in effetti l’allargamento del lodo nella sua ultima fase avrebbe riguardato paesi produttori di greggio come ad esempio Libia e Iraq (ma anche la Siria).

Più correttamente, si deve inquadrare quella convulsa fase storica (che peraltro durò anni) senza dimenticare ciò che si è già detto: lo stillicidio continuo in tutta Europa di gravissimi atti terroristici, che l’Italia conobbe tragicamente nel 1973 con la strage di Fiumicino.

Quello shock mosse verso il tentativo, per nulla incomprensibile, di sottrarre il nostro paese a un rosario di sangue che, in effetti, per anni non ci riguardò direttamente, almeno fino al 1985, quando in pochi mesi il dirottamento della “Achille Lauro” e un’altra strage a Fiumicino non riportò l’Italia al centro delle azioni terroristiche di stampo palestinese. Un tentativo che riguardò infatti anche altri paesi, a partire da Francia, Austria e Germania, a dimostrazione della rilevanza continentale della questione.

Uno strumento di politica estera

Proprio quanto avvenne nel 1985 indica la complessità di una vicenda la cui comprensione prescinde dal lodo Moro (o lodo Italia). Nota infatti Lomellini, ed è una circostanza non sempre colta appieno, che proprio in quell’occasione (i due episodi della “Achille Lauro” e dell’attacco a Fiumicino al check in della compagnia di bandiera israeliana El Al) il terrorismo arabo-palestinese aveva mostrato una propria nuova natura: non più arma terribile, ma quasi obbligata, della frastagliata galassia dei movimenti palestinesi, bensì «strumento di politica estera utilizzato da alcuni stati come mezzo di pressione sulla politica di altri stati».

E si trattava di stati, i primi, con i quali l’Italia intratteneva regolari relazioni diplomatiche, a partire dalla Libia dell’ineffabile Gheddafi: il che giocoforza ha complicato le cose. Come se non bastasse, poi, la rilettura a posteriori dell’intera vicenda l’ha resa ancora più indecifrabile.

Un’invenzione di Cossiga

Fin dall’introduzione, Lomellini segnala infatti una circostanza tutt’altro che secondaria, poiché ha a che fare con la paternità della formula “lodo Moro”. Ed è effettivamente una intuizione utile per districare l’aggrovigliata matassa degli ultimi anni.

A usarla per primo fu infatti l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel 2005, in una lettera a un parlamentare di Alleanza nazionale (lo scomparso Enzo Fragalà) particolarmente attivo nel sostenere l’innocenza dei Nar per la strage di Bologna.

Tre anni dopo ancora Cossiga parlò di “lodo Moro” in un’intervista al Corriere della Sera, proprio per denunciarne la presunta violazione del governo italiano nel 1979 (l’episodio dei missili di Ortona destinati ai palestinesi, intercettati durante il trasporto), con la conseguente ritorsione concretizzatasi l’anno dopo a Bologna.

Cossiga, dunque: la dizione “lodo Moro” è sua, ad anni Duemila inoltrati. Utile saperlo, per soppesarla di conseguenza.

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