In sorda guerra familiare con “mamma” Isabelle Huppert nel film La donna più ricca del mondo, Marina Foïs è quasi un simbolo del buon cinema europeo, quello dei grandi autori e dei grandi interpreti poliedrici senza boria e senza paillettes. È impossibile non ricordarla à l’affiche di uno dei pochi capolavori dell’ultimo decennio, As Bestas di Rodrigo Sorogoyen.

«Al simbolo non ci credo del tutto ma mi piace sentirglielo dire. Mi piace pensare che esiste un cinema europeo importante, non provinciale, non completamente commerciale, che lascia spazio ai registi ed è un luogo di resistenza collettiva. La cosa che ci accomuna tutti, noi esseri umani, senza eccezioni, è il bisogno di condividere i prodotti della bellezza e dell’intelligenza. As Bestas in particolare è stata un’esperienza eccezionale e Soroyen è un autore immenso. Ho un ruolo anche nel suo prossimo film, che sulla carta è bellissimo. È un uomo che ama tutto e tutti, e il cinema è il suo linguaggio potente. Sembra nato per farlo. La storia vera è che mi ero innamorata del suo Che Dio ci perdoni e contemporaneamente lui si era innamorato di me in Polisse. Quando mi cercò durante il lockdown ero la sua unica scelta. E lavorando con lui – tanto, perché è molto esigente – impari che la giornata può essere eccitante e lunghissima, dopo il set giornaliero si prova ancora, e ancora si discute».

La guerra di nervi tra lei e Huppert in La donna più ricca del mondo è il cuore del film, e da spettatori ci si identifica nel suo disgusto per il manipolatore Fantin.

Ci si identifica forse anche perché Frédérique non è amata, è quella che soffre di più. È una figlia che scopre che sua madre è capace di amore, ma che lei ne sarà sempre esclusa. Ma il film è interessante anche perché nessun personaggio è puro, sono tutti pronti a compromessi – dettati dall’interesse – che mi auguro di non conoscere mai. Frédérique sembra una vittima, ma alla fine prende le armi e si vendica, anche se potrebbe benissimo farne a meno.

Sono le condizioni crudeli delle donne che non hanno potuto scegliere la propria vita. E in conclusione la madre sarà condannata alla solitudine sorvegliata, con un solo bicchiere di vino al giorno. Quando come tutti i francesi leggevo gli articoli sull’affaire Bettencourt non ero sicura di capire chi avesse ragione e chi torto. Lui è un profittatore cinico che pensa solo a sé stesso, uno che abusa di un’anziana. Ma mi sono chiesta: cosa farei se mia madre, nei suoi ultimi anni, si abbandonasse a un’illusione di allegria, per quanto fittizia? Non è suo diritto?

Lei viene da una famiglia colta, politicamente impegnata, e dalle molte radici: nonno paterno sardo e nonna tedesca, russo-giudaica e egiziano-giudaica per parte di madre. Ha pesato sulle sue scelte artistiche?

Sono convinta che il mio lato artistico mi arrivi dal ramo italiano, da un nonno amatissimo, bello, elegante. Devo sempre ricordarlo, nelle interviste, che il mio è un cognome italiano. Ma sono identità multiple che mi definiscono pienamente, anche politicamente, con tutto il loro passato di gente che ha avuto paura, è stata costretta a fuggire e a nascondersi durante la guerra. E credo dipenda da questo anche il mio continuo bisogno di essere altrove, il gusto di sentirmi spaesata, nonostante l’amore per Parigi dove vivo da sempre. È il gusto di liberarmi dall’ambiente borghese in cui sono nata, di non riconoscermici mai per davvero.

Parla un ottimo italiano, Marina Foïs, e mi ha sempre sorpreso che il nostro cinema abbia fatto ricorso così raramente ai suoi tesori di sensibilità e a una bellezza delicata che sembra ferma nel tempo.

È vero, in Italia ho fatto solo due film con Stefano Mordini, Pericle il nero e Gli infedeli. Ma i più nemmeno lo sanno che sono in parte italiana, e questi scambi di cinematografia nazionale non sono poi così facili come sembra. In più (ride) temo che dovrei lavorare parecchio sull’accento. Mi ci vorrebbe un coach volenteroso!

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