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All’interno della percezione comune, il mercato assume i connotati fuori dal tempo e fiabeschi di una piazza nella piazza. Collocato in una preistoria che addirittura precede l’avvento del denaro, è un luogo in cui ancora oggi ci si urta, si chiacchiera, si discute della merce insieme a chi la vende; spesso si contratta sul prezzo. Forse a causa di questa sua prassi antica, secolare, intrinseca ai primi modelli urbani, il mercato ha resistito all’imposizione delle botteghe, poi dei negozi e infine dei supermercati. Il giovedì mattina, in via Pietro Calvi a Milano, a stento si cammina.

La strada è completamente inaccessibile, chiusa al traffico, rigonfia di teli, bancali, autocarri. Popolata da fitti capannelli di persone intente a soppesare maglioni di cachemire e in febbrile attesa dei saldi. Sì, anche al mercato ci sono i saldi. Nel periodo natalizio la densità umana aumenta vertiginosamente, tutta presa dalla ricerca dei regali, delle calze di marca. C’è un banco che vende soltanto friulane, le celebri babbucce di velluto colorato tanto amate dalle ragazze cittadine. Se il mercato è espressione di una borghesia in espansione, quello di via Pietro Calvi la rappresenta al massimo del suo ludibrio.

Trenta o quarant’anni fa le signore che si trasferivano dal Sud tentavano di restituire l’impressione estatica di un mercato contenente in sé tutto, dalle olive ai carciofi, dalle piante di peperoncino alle spezie orientali. Ma il mercato da tempo non è più soltanto una babele di generi alimentari. È pura concupiscenza, oggetti provenienti da ogni parte del mondo.

Merce viva

A differenza dei prodotti raccolti sugli scaffali dei grandi punti vendita, per giunta prive di marchi, di etichette certificate. Dunque non propriamente prodotti. Sfuggendo all’anonimato della merce rientrano all’interno di un principio organico, tangibile, al loro essere cosa viva. È questo l’unico discrimine rimasto tra un mercato e un supermercato e fa sì che il primo, nella sua attuale configurazione, riesca a sopravvivere?

I mercati sono stati capaci di resistere alla competizione dettata dalla grossa distribuzione, ma anche dalla progressiva gentrificazione gastronomica che ha investito quasi tutti i centri abitati: la cosiddetta foodification, una proliferazione selvaggia di cibo a basso costo, reperibile ovunque, a qualunque ora del giorno. Ed è ovvio che un simile adattamento è passato per un’adesione più o meno spontanea, anzi, senz’altro sofferta al sistema. Un mercato come quello di piazza san Cosimato a Roma è attivo dal lunedì alla domenica, dalle prime ore luci dell’alba in poi.

A smistare la frutta e la verdura, a pulirla, a pesarla, a sollevarne le casse sono quasi solo ragazzi bengalesi. Abitano intorno alla stazione Trastevere, hanno rimediato stanze di fortuna a cinquecento euro, e già si ritengono fortunati perché chi dei loro coetanei arriva da paesi mediorientali e non trova lavoro è costretto ad accontentarsi di un posto letto. Per poi mettersi a cercare; cercare instancabilmente. Provando a domandare quanto guadagnano, si raccolgono cifre che vanno dai quattrocento ai mille euro al mese, talvolta addirittura millecinque.

Si capisce che la contrattazione avviene in modo del tutto arbitrario. D’altronde stabilire una comunicazione non è facile: molti non conoscono l’italiano e soprattutto sono osservati a vista dal titolare, spesso anche lui bengalese, ma non sempre. E il razzismo finisce per risultare un fattore ulteriormente aggravante del rapporto di subordinazione.

Invisibili all’ortomercato

Il gestore piacentino di un banco del mercato di via Kramer a Milano lo dice chiaro e tondo: «Questi spesso non si presentano. Inventano grane, problemi. E a me tocca chiamare mia suocera, mia moglie, mio figlio a sostituirli». Del resto, una manovalanza taciturna e priva di potere economico serve al funzionamento organizzativo dell’apparato: l’appuntamento giornaliero è all’ortomercato alle sei di mattina. Che oggi è uno dei più imponenti poli di smistamento alimentare del paese.

Qui si riforniscono tutti: le aziende agricole, le cooperative, gli esercizi commerciali, i singoli compratori. Tonnellate di agrumi, ortaggi, prodotti esotici di cui il Car di Roma pubblica quotidianamente la lista dei prezzi all’ingrosso. Un punto di raccolta mastodontico, collocato alle porte della città, ai margini dei confini urbani dove sorge la maggior parte degli epicentri delle attuali logiche di produzione: fabbriche, industrie, allevamenti intensivi, magazzini di stoccaggio.

A seconda delle singole capacità d’acquisto si compra la merce, la si carica su un furgone. A sera ciò che resta invenduto viene stipato in un frigorifero, in un’altra zona di transito periferica, un altro gigantesco hub. Oppure si getta via. La riproducibilità infinita dei beni di consumo ha scalzato le intemperie che tanto affliggevano i contadini, capaci di mandare a monte intere stagioni di semina: le zucchine, le fragole, i pomodori durano tutto l’anno, la frutta e la verdura di stagione sono diventate un vezzo, l’espressione di un attaccamento formale a certe tradizioni.

La temperatura che richiedono viene riprodotta all’interno di immense serre, le semine sono programmate. Le colture cosiddette idroponiche: non si avvalgono cioè di terreno, la tecnica prevede l’ammollo della pianta in un’acqua mischiata a fertilizzanti e ad altre sostanze che ne stimolino la generazione. Cento, trecento quintali di “roba” che ogni giorno partono dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Puglia e raggiungono le regioni del Nord grazie a file di camion che tutte le notti si imbarcano a Messina o a Cagliari per poi scendere a Genova o a Piombino.

Lavorerò anche quest’anno

Shaid ha trentacinque anni. Ne aveva venti quando è arrivato in Italia. Ha cominciato subito a lavorare al banco di un mercato nel cuore di Trastevere: dodici ore di fila, sette giorni su sette per trecentocinquanta euro a settimana. Parla di una moglie che vive in Bangladesh. Il matrimonio è stato combinato dalle famiglie nel 2012. Hanno una figlia, dice.

Ma gli mancano i soldi per permettere loro di raggiungerlo. Per ora va così, stanno lontani. Accenna a uno zio che ha preso il posto di un italiano come esercente dell’attività: gli aveva promesso un contratto, di alzargli lo stipendio. E invece non è successo. Ha preferito continuare a servirsi di ragazzi giovanissimi, perlopiù stranieri, per continuare a pagarli in nero. Solleva una mano, la agita, si capisce che avrebbe molto da raccontare, ripete: «La storia è lunga, è davvero una lunga, lunga storia».

Poi cambia discorso e ammette di essere in cerca di un nuovo lavoro. Quale? Qualunque altra cosa. Con il mercato ha chiuso. Qualche mese dopo vengo a sapere che si è trasferito a Trieste. Gli telefono, mi racconta che lo hanno preso come lavapiatti in un ristorante cinese. Attacca alle undici, ha due ore libere nel pomeriggio, poi riprende la sera.

Almeno adesso non deve più svegliarsi alle quattro e mezza di mattina. Quando gli domando se ha programmi per Natale, mi risponde che ha sempre lavorato. Lavorerà anche quest’anno.


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