Mi unisco al sentito quanto banale cordoglio per la morte di James Van Der Beek. «È morto Dawson» mi ha scritto mercoledì un’amica aggiungendo un’emoticon triste, e questo succede quando il tuo ruolo più famoso, per non dire l’unico, si incastona per sempre nella sensibilità di una generazione. Dawson’s Creek per i millennial è stato un sottofondo, un intermezzo, in certi casi anche un’educazione sentimentale.

Quando iniziò ad andare in onda io ero una bambina, ma mi ricordo bene come fece subito presa nelle nostre vite: con le mie compagne di classe avevamo un gioco da tavola che si chiamava Primo bacio che comprendeva le schede di alcuni personaggi di finzione di cui eravamo innamorate. Non potevano mancare Dawson e Pacey.

Dawson in realtà non lo voleva nessuna, sognavamo tutte Pacey, più ribelle e imprevedibile, meno biondo e rassicurante. Dawson era verboso e frignone e aveva il poster di Schindler’s List accanto al letto, non esattamente un afrodisiaco tra quindicenni.

La serie l’ho rivista in età più matura e seppur ingenua e lentissima come tutte le cose che guardavamo al ritmo di una puntata a settimana, l’ho ritrovata tenera e meno stupida di quanto credessi (sicuramente meno stupida di The OC, di cui non sono riuscita a superare la prima stagione di rewatch).

I personaggi erano credibili, le assurdità da soap opera erano tenute al minimo indispensabile, tutti erano un po’ cessi e malvestiti e la verosimiglianza generale era piuttosto elevata, per una serie in cui delle persone di 25 anni interpretavano dei liceali. Con Dawson, ho pensato, eravamo state troppo dure: alcune di noi sarebbero finite a frequentare maschi monomaniaci molto più insopportabili di lui, e con meno capelli in testa.

Il legame

Negli anni sono rimasta legata agli attori di Dawson’s Creek come a dei parenti alla lontana. Ho gioito per il divorzio di Katie Holmes da Tom Cruise, ho sofferto per Michelle Williams quando morì Heath Ledger (suo compagno, all’epoca), ho guardato Joshua Jackson invecchiare come i migliori vini e accompagnarsi alle donne più belle del pianeta e mi sono vista con entusiasmo inedito tutte le performance di James Van Der Beek a Dancing with the Stars, che a differenza dell’edizione italiana (Ballando con le stelle), non è sinonimo di umiliazione: alla fine sembrava un ballerino professionista.

La sua famiglia, composta da una moglie estremamente caucasica e sei bambini molto biondi, in altri casi mi avrebbe trasmesso un senso di angoscia e delle vibrazioni da setta über-cattolica, invece guardavo alle foto del loro ranch, i video delle loro scampagnate, i loro deliri sul potere della natura come a testimonianze di un amore bellissimo e di una felicità autentica. È un brav’uomo, pensavo dal mio bilocale monoesposto in mezzo al cemento.

Fosse anche stato una persona orribile, nessuno si merita quello che è toccato a lui. Morire a 48 anni per un malaccio, non vedere i tuoi figli crescere e fallire e innamorarsi a loro volta, non c’è niente di più ingiusto di questo, e forse è questo che ci tocca. Siamo tutti pronti a condividere i nostri ricordi col morto, alcuni hanno la foto pronta (sperando che il loro momento arrivi il più tardi possibile, io ce le ho in canna per Henry Rollins, i Public Enemy e Giovanni Muciaccia), altri condividono ultime parole e ricordi personali.

Il rapporto con la morte

Quando muore qualcuno di famoso ognuno ha le sue ragioni per dispiacersi. Stavolta si tratta di un lutto generazionale, ma mi sembra che ci sia anche qualcosa di più. Siamo abituati a seppellire i grandi vecchi e ci ricordiamo persino qualche scomparsa tremenda e prematura (voi dove eravate quando è morta Amy Winehouse? Io coerentemente ad Amsterdam sotto funghi allucinogeni).

Ma uno come James Van Der Beek, giovane per sempre nel nostro immaginario e giovane per davvero in un mondo in cui anche morire a ottant’anni sembra un po’ prestino, ci sconvolge un po’ di più.

Siamo già a questo punto? Siamo entrati nell’età in cui ci tocca pensare alla morte come a qualcosa che ci riguarda direttamente e non solo come una minaccia lontana che incombe sui nostri nonni? E se neanche un attore biondo di Hollywood presumibilmente benestante riesce a sconfiggere una brutta malattia, che speranze abbiamo noi persone normali? Un corvo appare sulla mia spalla mentre sono costretta a fare i conti con la caducità delle nostre vite.

Nella nuova stagione di Bridgerton c’è Katie Leung, la Cho Chung dei film di Harry Potter. Ad Hogwarts era la fidanzatina quindicenne di Harry, qui la ritroviamo signora compassata, madre di due figli. Non so neanche spiegare quanto mi faccia sentire vecchia questa cosa, ma mi ci fa sentire più del fatto che un figlio l’ho fatto pure io. Intanto iniziano a morire i personaggi di Primo bacio e io non credo di essere pronta. «La verità è che invecchiare fa schifo» diceva Virna Lisi in Sapore di mare. Aveva 48 anni.

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