Un “quaderno” a cura di Caterina Di Paolo e di Codici, organizzazione indipendente che promuove percorsi di ricerca e di trasformazione in ambito sociale, coinvolge donne uscite da situazioni di abusi per aiutarle a raccontare (e a pensare) il loro futuro libero da coercizione
Le narrazioni sulla violenza di genere restano schiacciate sul prima: sul trauma, sull’evento violento. Si parla di vittime, si raccontano storie di dolore, spesso usando un linguaggio che continua a confondere violenza e amore. Ma mancano le storie di fuoriuscita e senza modelli, senza immaginari alternativi, come si può immaginare un futuro diverso?
Nella valigia non serve niente prova a rispondere a questa assenza. Un taccuino che nasce da una ricerca partecipata condotta da Codici nel 2024 (e pubblicato da Settenove) sul tema della violenza di genere, con un focus specifico su ciò che accade dopo, alla fine dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza.
Gli strumenti ufficiali, come i questionari Istat compilati dai centri antiviolenza, riducono gli esiti dei percorsi a pochi indicatori – autonomia abitativa, lavorativa, separazione dal maltrattante – come se bastassero questi elementi a raccontare i percorsi di fuoriuscita dalla violenza che spesso non sono lineari, né brevi.
Quello che resta fuori da queste narrazioni sono le esperienze soggettive, le emozioni, i desideri, il modo in cui le donne stanno davvero e come immaginano il proprio futuro.
Codici ha ribaltato lo sguardo e ha messo al centro le donne avviando dei laboratori con due gruppi di supporto già esistenti all’interno di centri antiviolenza: spazi protetti, non giudicanti, in cui non è stato chiesto di raccontare la violenza subita, ma di immaginare.
Ricerca partecipata
«Abbiamo chiesto a ognuna di loro di immaginare una donna che vuole uscire da una situazione di violenza. Per ispirarci e immaginare questa donna abbiamo usato alcune immagini tratte dalle carte Dixit. Le abbiamo incoraggiate a immaginare questa donna come un personaggio in un viaggio. Quando ci siamo chieste insieme cosa mettere nella valigia per questo viaggio, è emerso che nella valigia non serve niente, anche perché ogni oggetto può ricordare la violenza vissuta. Insieme ci siamo chieste: Chi vogliamo con lei? Quali servizi potrebbero aiutarla? Come vorremmo ritrovarla alla fine del suo viaggio? Che messaggi vogliamo mandarle?», spiega Laura Boschetti, ricercatrice di Codici.
«I racconti delle donne sono attraversati da un desiderio di leggerezza. C’è la consapevolezza che spesso è difficile continuare a vivere negli stessi luoghi in cui si è subita violenza, ma soprattutto c’è una spinta più profonda: partire leggere, lasciarsi alle spalle ciò che ha pesato troppo a lungo, riconoscere che ciò che serve davvero è già dentro di sé», spiega Boschetti.
Nei laboratori è emersa un’immagine condivisa, diventata anche il titolo del libro: in valigia non serve niente. La vera operazione da fare non è tanto scegliere cosa portare con sé, quanto decidere cosa buttare via. Tra le cose da buttare nel taccuino compare un orologio: «Il tempo, infatti, è uno degli strumenti attraverso cui la violenza esercita il controllo. Liberarsi dell’orologio significa allora sottrarsi a quella sorveglianza costante», dice Boschetti.
Tornare alla quotidianità
Quando si prova a immaginare come ritrovare questa donna alla fine del percorso, non emergono grandi traguardi o conquiste straordinarie, ma una costellazione di piccole cose quotidiane: essere finalmente libere di fare ciò che si vuole, senza dover chiedere il permesso o giustificarsi. Prendere un caffè sul terrazzo, fumare una sigaretta, bere una birra, mettersi un rossetto, andare al mare: gesti semplici che, nei percorsi di queste donne, assumono un valore enorme, sono atti di riconquista.
Per restituire le parole delle donne senza sovrascriverle con un linguaggio tecnico, Codici ha scelto una forma quasi poetica: le risposte ai laboratori sono state rimontate in brevi testi corali. È nato così il taccuino, grazie alla collaborazione con Caterina di Paolo, che ha curato la selezione dei testi, la grafica e le illustrazioni, realizzate insieme alle donne in un laboratorio di collage. Tagliare e incollare significa anche rimettere insieme i pezzi per ricostruire. Ciò è stato fatto con immagini tratte da riviste femminili per decostruire un immaginario stereotipato e costruirne uno nuovo e condiviso.
«Il taccuino è stato pensato come uno strumento interattivo, non solo narrativo: un quaderno capace di accompagnare le donne in un percorso di riflessione, azione e consapevolezza», conclude Boschetti. Attraverso esercizi pratici – come riconoscere le parole che fanno stare bene e quelle che segnalano una situazione di rischio – il taccuino diventa allo stesso tempo uno spazio di cura personale e uno strumento di prevenzione, offrendo alle donne un luogo sicuro per ascoltarsi e rafforzare la propria autodeterminazione.
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