Questa parola dal significato multiforme nella pratica scolastica ha avuto negli anni diverse sfumature: fino ai primi del Novecento, il problema però era piuttosto quello di “selezionare” gli studenti. Oggi sappiamo che sono tante le variabili culturali, familiari, sociali, economiche che entrano in gioco nel futuro dei ragazzi: il compito dell’istruzione è anche di tenerne conto
Alle parole piace cambiare. Gli anni, i decenni, le generazioni non apportano solo neologismi e cancellazioni: suggeriscono anche nuovi significati a vecchi lemmi, colmano vuoti, e allo stesso tempo ne creano di inediti. Studiarli, e seguirne l’evoluzione nel tempo, non solo può aiutarci a comprenderne mutamenti e variazioni, ma può suggerire scarti, tracciare vie, immaginare altri mondi.
È questo il caso della parola orientamento. Leggiamo sul dizionario Treccani che a orientamento corrisponde «L’azione, il fatto e il modo di orientare (…) la posizione relativa ai punti cardinali o ad altri punti di riferimento». Ma cartografie spaziali e temporali si incrociano e si confondono allorché arriviamo al punto «4. In senso fig., (…) indirizzo dato a persone o cose, o da esse seguito per raggiungere un determinato scopo: (...) o. scolastico e professionale, l’insieme delle iniziative volte a favorire una scelta ragionata degli studî da seguire e della professione da intraprendere, tenendo conto delle attitudini dimostrate e della personalità del soggetto, delle condizioni familiari, locali e ambientali, delle tendenze del sistema produttivo e delle possibilità di occupazione». Definizione multiforme, quella della Treccani. All’interno di questo calderone, quale peso assume l’inclinazione individuale? Quale l’influenza delle condizioni sociali di partenza? E che ruolo, in tutto questo, gioca la prassi scolastica dell’orientamento?
Il vero obiettivo
Il concetto di orientamento, in verità, ha radici più antiche di quanto si pensi. Già in età moderna esistono le prime opere sull’argomento. Ma erano asserzioni che non si erigevano a sistema. Fino ai primi del Novecento, infatti, il problema non fu quello di orientare gli studenti, ma quello di selezionarli – o, come si diceva allora, di “sfollarli”. Obiettivo di tale politica erano gli studenti delle classi medio-basse che provavano a a conquistarsi con lo studio un futuro migliore. Esisteva anche un nome, allora, per definirli. Adesso ci dice poco o niente, ma allora costituiva un vero e proprio topos: è quello di “spostati”, perché fuori dalla loro collocazione sociale di partenza, l’unica veramente legittima.
Fino a che l’accento è stato sulla selezione, e sugli “spostati” da sviare e indirizzare verso le scuole professionali, ben poco spazio restava per una riflessione sull’orientamento. Che appare, in modi e termini diversi a quelli a cui siamo abituati, nella tardofascista Carta della Scuola. Non è un ruolo da poco: sesta e settima dichiarazione, all’inizio del documento, ribadiscono l’importanza della pratica. A che fine? Su questo punto la stampa è esplicita: per sottrarre alle famiglie, soprattutto a quelle borghesi, potere decisionale sulle carriere dei figli. A decidere, in questo sistema, deve essere innanzitutto lo Stato.
Contro le disuguaglianze
Ma orientamento è stato anche altro. E qui il punto di rottura è l’Inchiesta parlamentare sulla miseria del 1952, con le sue masse di disoccupati semianalfabeti che finalmente acquistano visibilità nel discorso pubblico. Se il fine della scuola non è più quello di selezionare, ma quello di formare personale istruito e qualificato, nuovi spazi possono aprirsi per una concezione democratica dell’orientamento, come attestano tanto la pedagogia cattolica quanto quella laica. E per sanare, quanto più è possibile, le disuguaglianze sociali di partenza, come teorizza Oddo Biasini al termine dei lavori della Commissione da lui presieduta, negli anni Settanta.
Disuguaglianze sottaciute, sicuramente dimenticate, nelle formulazioni odierne di orientamento, tutte focalizzate sullo sviluppo delle capacità interne al singolo individuo. Ma – e questo lo ricordano anche Marco Pitzalis e Marco Romito – l’individuo non è sciolto dal suo contesto sociale. Tante – troppe – sono le variabili culturali, familiari, sociali, economiche, che ne ottundono le potenzialità emancipative. A questo, soprattutto, dovrebbe pensare la scuola, e con lei l’orientamento.
Chiara Martinelli, ricercatrice di storia della pedagogia all’Università di Firenze, è tra gli ospiti di “Ricreazione, festival della scuola pubblica, democratica e coraggiosa” in corso a Perugia fino al 1° novembre. Sabato 31 ottobre alle 15 al Centro Alessi parlerà di “Orientamento tra qui e il mondo”.
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