Peppino fu tra i primi a capire che il rock and roll non era una minaccia alla melodia italiana, ma un ritmo da addomesticare con eleganza. Nacquero i Rockers, arrivarono i locali, le case discografiche, i musicarelli e, soprattutto, le canzoni che conosciamo tutti
Ogni epoca produce i propri simboli. Il dopoguerra italiano ne aveva uno sorprendente: un pianoforte bianco, una giacca impeccabile e una voce che sembrava arrivare insieme alla brezza del Golfo di Napoli. Quel simbolo si chiamava Peppino di Capri. È morto nella sua isola, lasciando dietro di sé molto più di un repertorio: un’intera educazione sentimentale. Avrebbe compiuto ottantasette anni il prossimo 27 luglio.
Prima che gli italiani imparassero a ordinare uno spritz, avevano già imparato a chiedere uno Champagne. Non lo squisito vino francese: la canzone di Peppino di Capri, uno dei pochi artisti capaci di trasformare un ritornello in un pezzo d’identità nazionale.
Dalla sua Capri non se n’è mai andato davvero.
C’era nato nel 1939, in una famiglia dove la musica era un mestiere domestico prima ancora che una professione. Il nonno nella banda del paese, il padre circondato da dischi e strumenti, il piccolo Peppino che a quattro anni suonava già il pianoforte davanti ai soldati alleati e a sei veniva espulso dalla severa maestra tedesca perché preferiva i night dell’isola agli esercizi di Chopin. È una scena molto italiana: il talento che sfugge alla disciplina e trova subito il pubblico.
Con Ettore Falconieri vinse nel 1956 Primo applauso. Il premio era un televisore, che allora rappresentava il futuro. E infatti il futuro arrivò davvero. Peppino fu tra i primi a capire che il rock and roll non era una minaccia alla melodia italiana, ma un ritmo da addomesticare con eleganza. Nacquero i Rockers, arrivarono i locali, le case discografiche, i musicarelli e, soprattutto, le canzoni che conosciamo tutti.
Champagne, Roberta, Luna Caprese, St. Tropez Twist, Let’s Twist Again, E mo e mo: titoli che raccontano un Paese in cui il benessere aveva ancora il sapore delle vacanze, delle balere, delle prime automobili e dei televisori accesi dopo cena. Quando cantava il twist, Peppino non sembrava mai un trasgressivo rivoluzionario. Era piuttosto un diplomatico del buonumore, uno che riusciva a importare le mode americane facendole sembrare nate sul lungomare di Capri.
Persino il twist, passando per Capri, perde ogni aggressività adolescenziale e diventa una danza che potrebbe piacere anche agli zii. Se Adriano Celentano era l’energia del boom economico, Peppino ne era la buona educazione.
Nel giugno del 1965 aprì tutti i concerti italiani dei Beatles. È uno di quei dettagli che la storia della musica registra come curiosità, ma che dice molto di un’epoca. C’erano i Beatles che promettevano il futuro e c’era Peppino che rappresentava un’Italia convinta di poter essere moderna senza rinunciare alla propria tradizione melodica. Con leggerezza.
Vinse due Festival di Sanremo, attraversò oltre sessant’anni di carriera senza trasformarsi in una reliquia nostalgica. Fino all’ultima apparizione pubblica, un anno fa, quando volle riprendere il microfono per cantare ancora Champagne insieme ai Capri Rockers guidati dal figlio Edoardo. Come se alcune canzoni non appartenessero a chi le scrive, ma a chi continua a ricordarle.
Domenica 12 luglio, nella chiesa di Santo Stefano, a due passi dalla Piazzetta, Capri gli darà l’ultimo saluto. Lascia i figli Igor, Edoardo e Dario, ma lascia soprattutto una colonna sonora. Perché certe canzoni non abitano la storia della musica: abitano la memoria privata degli italiani. E lì, come accade ai veri classici popolari, continueranno ostinatamente a suonare.
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