L’infanzia a trecento metri dal mare. L’età adulta a trecento metri da un fiume. La storia di Francesco De Gregori è tutta stesa al sole e anche se gli anni sono 75 ed è tardi per salire su un albero e vedere dove muore la città, scoprire se l’anima è in riserva o il cuore batte allo stesso ritmo di ieri, non è soltanto un esercizio letterario. L’uomo con le spalle larghe ha fatto sempre la sua parte.

È ancora lì, su un palco, libero come una bandiera al vento a mischiare stelle sotto l’azzurro della tenda come quando era ragazzo. Tra la campagna e la periferia, con l’ombrello teso tra la terra e il cielo, De Gregori ha letto la musica nel firmamento.

C’era una melodia a Pescara, negli inverni degli anni Cinquanta, quando saliva su una sedia per guardare i treni, le feste erano una cosa seria e Francesco era solo un bambino.  E c’era una musica sul palco del Folkstudio, a Roma, dove si esibì per la prima volta non ancora maggiorenne con un pezzo mai registrato in cui l’amore ballava già da pericolosa illusione: «Se un giorno sarò triste e ti vorrò vedere/ti troverò cercandoti nel fondo di un bicchiere».

Francesco De Gregori vive ancora ad Atlantide, sotto lo specchio d’acqua in cui profondità, indizi e definizioni coincidono con il mistero. Ha un’identità con cui non viene a patti da un rilevante numero di decenni: «Ma tu non mi confondere con niente e con nessuno e niente e nessuno ti confonderà», un certo modo di non sembrare: «Non mi sono mai piegato a certe logiche, neanche quando le tasche erano vuote e non perché sia un santo o un’anima nobile, ma perché il compromesso è faticoso da accettare», il – rivendicato – diritto al non essere una storia di ieri: «Io sono io, i miei pezzi sono un’altra cosa. Bisogna togliere la biografia dalle canzoni e mettere in luce con onestà ciò che è immutabile: il sentimento», un cappello pieno di ricordi che stagionalmente coincidono con i nostri.

Lo stupore 

Il palcoscenico del teatro Vascello, quando l’ombra di suo padre Giorgio è due volte la sua, a otto anni: «I miei amici volevano fare gli astronauti, io volevo esibirmi lì sopra». La sigaretta fumata appoggiato a un muro di Firenze, con quel genitore bibliotecario alle prese con ciò che non si può salvare, in una notte del ’66, mentre intorno è tutto fango e incredulità. Il suo ’68, l’anno sul quale l’amico Marco Risi ironizzerà: «Le barricate? Non saprei, abitavo sulla Cassia» e De Gregori vede e rivede Blow up prima di convincersi che la realtà come i processi storici che sfiorerà all’università non è fotografabile e l’unico scatto che faccia maturare davvero è l’esperienza diretta. Anche nel disimpegno. Anche in una vacanza, la prima con gli amici, tra Scozia e Inghilterra, lontano quel tanto che basta per guadagnarsi la nostalgia.

L’esame di maturità in cui lo interrogano con esiti incerti su un discepolo di Kant. Il suo album d’esordio, Theorius Campus, in forzata coabitazione con Venditti, prodotto da Vincenzo Micocci per la It. Non c’è una lira, nessuno o quasi conosce i ragazzi e il discografico fa ciò che può: «Micocci, non so come, ci aveva trovato un passaggio televisivo in Tutto è pop, un programma della Rai. Io e Antonello arrivammo a Torino e lì passai i tre giorni peggiori della mia vita. Per esigenze di scena avremmo dovuto travestirci: gli abiti andavano dalla divisa da cowboy a quella di paggio del Settecento. Lo scenografo intimava “te devi vestì così”. E io rispondevo: “Non ci penso neanche, io ho scritto Signora aquilone, lo sa?”. Temevo di sputtanarmi con i miei amici del Folkstudio e volevo andar via. Vedendo il mio smarrimento mi consolarono paterni e me lo impedirono Claudio Villa e Gino Paoli: “Ma dai Francesco, resta qui, che te frega?”».

Il primo grande successo, Alice: «Delizia, ma anche croce. Accennavo due accordi, piovevano applausi e non posso negare che mi desse una certa soddisfazione. Poi però, cantata Alice, del resto della scaletta, a nessuno fregava più un cazzo di niente».

Lo stupore degli impresari di fronte a un esito imprevedibile: «Libero Venturi era simpatico. Veniva da Cesena e appartenendo in tutto e per tutto alla provincia non si capacitava del perché la gente venisse ad ascoltare uno che cantava Saigon. Si faceva sera, arrivavamo nei locali, vedevamo i parcheggi strapieni e lui allargava le braccia: “Ma che casso succede qui? Ma son davvero venuti a sentire te?”».

L’apparizione benedetta di un mentore come Ennio Melis, stratega della Rca e creatura mitologica: un po’ visionario, un po’ mecenate e un po’ rabdomante. Cerca il talento e in De Gregori trova il mare. Poi come tutti i capi naturali lo mette di fronte alle sue responsabilità: il nostro registra surrettiziamente Rimmel disubbidendo ai consigli artistici di Lilli Greco che vorrebbe un disco austero e spogliato di ogni orpello fino ai limiti dell’autopunizione? Faccia, sperimenti, si diletti pure, ma se le cose vanno male i cocci sono suoi.

Vanno benissimo, il disco vende mezzo milione di copie e le ore picaresche nello studio A, il tributo implicito a Bob Dylan come a Joni Mitchell, James Taylor e Carole King producono un album che dura meno di 30 minuti, resta a chi resta ancora oggi e lascia nella memoria una canzone che abita nello stesso condominio dove tramonto e alba si sfiorano al solo scopo di abbagliare: «Era un apologo sulla fine di un amore e sull’inizio di una giovinezza perché all’epoca mi sentivo molto giovane».

Cosa resta

Ora che gli anni sono per terra come capelli dal barbiere, De Gregori sa che ci sono posti in cui è stato e in cui per sua fortuna non è più costretto a tornare. «Sono felice della vita che ho avuto. Mi sono mosso dentro me stesso e agitato non poco con qualche deragliamento e qualche incidente. Sono partito, sono tornato, ho avuto i miei insuccessi come tutti e ho avuto anche le mie paranoie, i miei scarti d’umore, i miei alti e i miei bassi, i momenti in cui euforie e tristezze si passavano il testimone».

Resta dunque De Gregori Francesco, nato a Roma il 4 aprile 1951, per brevità chiamato artista: «Arriva per chiunque il momento di capire che ciò che sei va bene ed è inutile provare ad essere qualcun altro». Ora che non deve dimostrare più niente e potrebbe persino farsi da parte, non ne ha alcuna intenzione: «Sono sempre le scene che si ritirano da te e non il contrario».

Quindi chilometri, caselli, alberghi in cui non ti chiedono più il documento di identità, riunioni con Chips, la sua appendice, il manager dal volto che sarebbe piaciuto a Sergio Leone, concerti, scalette, trattorie e se trovi anche dei fiori in questa storia, sono tutti di Francesco, proprio come i piccoli dolori, i morsi della memoria, i cespugli di spine. Esattamente mezzo secolo fa: «martire da palcoscenico e vittima d’aprile», De Gregori toccò con mano la verità di Pietro Nenni: «C’è sempre qualcuno di più puro che ti epura» e venne aggredito da demagoghi e professionisti della disonestà intellettuale al Palalido di Milano.

Gli autonomi occupano il palco. Da ragionieri della mediocrità gli rinfacciano il successo. Si armano di calcolatrice e gli fanno i conti in tasca. Qualche capetto insulta il pubblico pagante: «Siete soltanto dei poveri coglioni» e poi passa a lui.

Luigi, il fratello di Francesco, da apache capace di distinguere segnali di fumo e fumisterie, ha ricordi nitidi: «La politica non c’entrava niente, si trattò soltanto di una volgare questione di soldi. C’era una lotta mafiosa per il controllo dei concerti. Il servizio d’ordine che sarebbe riuscito a imporsi sugli altri avrebbe avuto in mano la gestione degli eventi e l’accesso a un fiume di denaro. Francesco fece due concerti. Uno pomeridiano e uno serale. Alla fine della seconda esibizione, quando gli spettatori normali erano ormai andati via, 200 ossessi rimasero padroni della situazione. Ci fu una sorta di processo. Una farsa. All’epoca purtroppo accaddero cose simili a Lou Reed, De André e anche a Venditti. Era salito sul palco un tipo: “Compagno, devi leggere questo comunicato” e Antonello lo aveva mandato a fare in culo: “Questo te lo vai a legge’ a casa tua e qui me lasci lavorà”».

De Gregori è disgustato. Interrompe la tournée, evade in montagna, poi ripara a Roma e parte per un lungo viaggio americano con sua moglie Chicca. Al ritorno la veste pubblica e quella privata, il rumore di niente e la confusione si confondono fino ad elidersi. In questa distanza dal mondo si fa strada il gesto situazionista.

Una telefonata, un caffè, il lampo generoso: «Io e Chicca eravamo amici di Gianni Pennacchi, il fratello di Antonio. L’idea di annunciare al mondo il mio ritiro nacque dal desiderio di fargli un piacere. Gianni era praticante alla Stampa e venne a parlarmi: “France’ me devi da’ ‘na mano, nun me pubblicano niente. Famo ‘na cosa che c’ho solo io, famo er botto”. “Gianni”, risposi, “del Palalido non ho mai voluto parlare, ti rilascio un’intervista in cui dico che abbandono la musica e vediamo che succede”. Andò bene, lo assunsero».

Sotto il titolo: «Mi ritiro, ho perduto l’ispirazione», la prosa di Pennacchi: «26 anni, dinoccolato, capelli e barba biondo stoppa, taciturno, Francesco si è presto guadagnato la fama di “poeta ermetico”…» si spende per mascherare una burla che fa venire alla memoria gli scoop de Il male su Tognazzi e tutte le volte in cui «il ritratto della verità si sta squagliando e la vernice va via».

Respiro 

Per dipingere ancora è necessario respirare. Per ripartire con la carovana, appoggiarsi sul ciglio della strada a contemplare un presente a cui non sente di appartenere, a De Gregori è utile fermarsi: «E sotto questo grande cielo azzurro finalmente mi sentivo un uomo solo». Perde le giornate al tavolino di un bar di Trastevere con un mazzo di giornali in mano: «e non vedi più niente, più niente ti vede, più niente ti tocca». Avverte un’estraneità dal contesto che lo fa soffrire e rinascere: «Mi sentivo un po’ in disparte, come se tante cose avessero perso valore: le discussioni, le incomprensioni politiche, quelle personali. Dominava il disincanto». Una condizione naturale, per chi scrive canzoni, non solo negli anni Settanta.

Il peggio che può capitare a un genio, ammoniva Flaiano «è essere capito», ma dice Francesco «Se hai paura di non essere compreso è meglio fare un altro mestiere». L’unico patto possibile, è essere sinceri: «Devi rivelarti, se non lo fai non vai da nessuna parte».

Un giorno va a trovarlo Lucio Dalla. I bambini di De Gregori corrono liberi e felici come cani per i corridoi dell’appartamento. Come in un gioco gli adulti scrivono Ma come fanno i marinai. Intorno al mondo senza amore nasce Banana Republic che ribalta l’estate del 1979 con due voci e due caratteri che più diversi non potrebbero essere e proietta De Gregori verso un decennio di ispirazione (la parola non lo ha mai entusiasmato al pari di capolavoro) e di invenzioni in cui felicità, dolore e spavento si alternano con una grazia creativa che produce canzoni non dimenticabili.

De Gregori è De Gregori 

De Gregori è De Gregori. Uno che mentre gli altri vanno in barca, a Ponza, sotto un pergolato scrive Bene e Niente da capire in meno di un paio d’ore. De Gregori è De Gregori. Uno che non legge Siddharta perché sembra imprescindibile «Non mi ha mai convinto fare le cose per obbligo» e non si presta all’inchino per convenienza: «Tu non mi piaci nemmeno un poco/ e grazie al cielo/ io non piaccio a te».

De Gregori è De Gregori. Uno che se sente olezzo di truppe e divise diserta: «Volersi appiattire sul sentire collettivo che ti suggerisce “bisogna essere tutti così” mi terrorizza. Come diceva Prezzolini, io sono un àpota: uno che non se la beve».

Ha sempre amato gli inclassificabili, quelli come Enzo Jannacci: «Lo vidi al Teatro della Cometa di Roma nel ’69. Il mio primo concerto e sul palco, con un microfono e tutta la semplicità degli artisti veri, c’era Enzo». Nessuno lo considerava semplice, ma De Gregori, la semplicità l’ha sempre inseguita proprio come la limpidezza dialettica.

De Gregori è De Gregori. Uno che «nel lavoro di Rita Pavone, Gianni Morandi o Nicola Di Bari» ritrova «sentimenti meravigliosi e nessuna traccia di quell’arroganza e di pretesa pedagogica che i cantautori, me compreso, portarono dentro le canzoni». Ha inseguito i patti chiari e mai l’indignazione pelosa, il tiro al bersaglio, il tutti contro uno.

Quando gli chiedono del Me Too, ad esempio, a Mastro Titta preferisce l’onestà: «Se una donna viene sottoposta a un ricatto professionale di quel tipo ha due scelte: dire di sì o dire di no. Se dice di sì non è una mignotta, se dice di no non è una perseguitata. Scegliere appartiene alla libertà dell’individuo, ognuno fa i calcoli che crede. Negli approcci c’è una dose di ambiguità: se decidiamo di eliminarla, si elimina d’un tratto anche “Amor c’ha nulla amato amar perdona”. Esiste un libro di Robert Hughes che si intitola La cultura del piagnisteo. Lì si racconta che un signore va in un caffè, apre la sua copia di Playboy e quando arriva la cameriera e sulla pagina, servendo un pezzo di torta, vede una donna nuda, denuncia il cliente per molestie. Così, a quei patti, ammetto di non farcela».

Rischiare di perdersi

All’apocalisse in un racconto di fantascienza, al miraggio palingenetico e al ricatto della contemporaneità, De Gregori ha opposto coraggio e fantasia. L’esistenza morde e scava i canyon della vita, ma svela la strada, anche quella con molti tornanti, a chi sa camminare a passo d’uomo. A chi sa fare e disfare, per poi ricominciare. All’epoca di Terra di Nessuno, pur di non entrare nel merito del motore e andare in tv a promuovere l’album, Francesco decise di mangiare una cozza cruda. Epatite, riposo forzato e problema risolto.

Oggi in tv va con leggerezza perché è davvero sporco solo chi ama compiacersi di sé stesso. De Gregori sa che tutto è relativo e l’unica cosa davvero importante, andando oltre la Gibilterra dell’età, è non diventare un capitello della colonna o peggio prendersi troppo sul serio. Forse il meglio che possa capitare a uno come De Gregori è rischiare di perdersi. Andare alla deriva. E farci conoscere tutti i luoghi in cui siamo stati soltanto grazie a lui senza domandarsi se il treno stia partendo o non sia ancora partito.

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