In un settore tradizionalmente maschile, il libro Il sale di Penelope (Ugo Mursia Editore), della giornalista Ilaria Potenza e della biologa marina Carlotta Santolini racconta la geografia delle pescatrici. Come le sorelle Mancuso che si dividono tra attività tradizionale e pescaturismo
Secondo l’ultimo rapporto Women in Fisheries della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo, meno del 4 per cento degli occupati a bordo nella pesca marittima sono donne. Tuttavia, lungo l’intera filiera ittica, dalla lavorazione del pescato alla vendita sino al pescaturismo, la presenza femminile sfiora il 30 per cento. Un divario che evidenzia quanto il lavoro delle donne continui a essere sottovalutato in un settore storicamente considerato maschile, dominato da pregiudizi, ostacoli burocratici e difficoltà economiche.
Per sopperire a questa assenza di narrazione nasce Il sale di Penelope (Ugo Mursia Editore), un libro in cui la giornalista medico Ilaria Potenza e la biologa marina Carlotta Santolini racchiudono il loro viaggio in barca a vela, dal Delta del Po al Mar Ionio, alla scoperta di pescatrici italiane che ogni giorno sfidano onde, fatica e stereotipi.
«Raccontiamo una geografia femminile del mare che è rimasta a lungo invisibile: pescatrici che custodiscono saperi antichi, memorie familiari e un profondo rapporto con il territorio» spiega Potenza mostrando come reportage e memoria si intrecciano con la divulgazione scientifica. «Attraverso queste donne che conoscono il mare come organismo vivo, fragile, da rispettare – aggiunge – approfondiamo anche le dinamiche biologiche ed ecologiche, tra sostenibilità, crisi climatica e tradizioni da salvare».
Sorelle in barca
Tra le protagoniste ci sono Giusy e Antonella Mancuso, sorelle di 39 e 43 anni, di Ganzirri, borgo marinaro alle porte di Messina. Sono tra le pochissime pescatrici professioniste in Sicilia, anche se le loro lauree in Lingue e Scienze Politiche sembravano destinarle a un futuro distante dalle correnti dello Stretto.
«La nostra famiglia intendeva dismettere la licenza di nostro nonno, storico pescatore, ma noi non volevamo assolutamente che si vendesse la barca e si perdesse quella tradizione» racconta Giusy.
Una scelta presa d’istinto, senza conoscere davvero il mestiere. «Da piccole – ammette – il nonno non ci portava in barca, non avevamo contezza che fosse una vera azienda. Tra l’altro, io non ho mai amato il mare».
Nonostante lo scetticismo della famiglia, nel 2012, le due sorelle messinesi hanno fondato la cooperativa “I Mancuso”. «Il nonno ci ha messo alla prova con uscite notturne, freddo e fatica, ma non abbiamo mai desistito. Con l’aiuto degli equipaggi e il supporto di Confcooperative per la parte burocratica, abbiamo avviato la nostra impresa» ricorda Giusy.
All’inizio, uscivano d’inverno, all’alba, con la “Pina”, la barca del nonno, per pescare pesce azzurro con l’antica tecnica a tramaglio. «Prendevamo solo quello che serviva. Se qualche pesce restava impigliato per errore, lo rigettavamo in acqua. Nessuno spreco» precisa.
Dal 2022 lo scenario è cambiato: mentre la vecchia barca è in ristrutturazione, le sorelle hanno realizzato la loro feluca, l’antica imbarcazione dello Stretto destinata alla pesca del pesce spada. Consapevoli che la sola attività tradizionale non fosse sostenibile economicamente, hanno investito anche nel pescaturismo: escursioni, cene a bordo, visite guidate a Ganzirri e un B&B ricavato nella casa del nonno.
«I turisti restano incantati dal ponte della feluca e dall’avvistamento del pesce spada» racconta sottolineando come individuare il pesce spada senza radar richiede attenzione e pazienza. «Trascorriamo ore in cima alla torre di osservazione. Se gli arpionatori sbagliano il tiro, il pesce scappa» dice.
Anche questa tradizione deve fare i conti con il cambiamento climatico. «Il pesce spada – spiega – arriva in anticipo, già tra aprile e maggio, anziché ad agosto. Ma il mare è ancora instabile e la feluca non può sempre uscire».
Le difficoltà
Le difficoltà maggiori non derivano da fatica fisica o pregiudizi di genere. «Oggi i pescatori ci rispettano. La diffidenza iniziale era legata alla nostra giovane età e inesperienza» afferma, segnalando la vera emergenza: il mancato ricambio generazionale.
Trovare equipaggi è difficile, da sole non possono uscire in mare e la normativa non aiuta. «In barca possono salire soltanto professionisti. Esistono bandi di formazione, ma poi la legge impedisce ai giovani di fare pratica a bordo. Servirebbe la figura di apprendista» ribadisce Giusy.
Per lei, madre di due bambini, la sfida è anche familiare. «D’estate stiamo in mare tutto il giorno, senza l’aiuto dei nonni sarebbe impossibile. Con mia sorella ci organizziamo con i turni» racconta ricordando quanto il settore fosse impreparato quando chiese la prima maternità.
Nonostante la tentazione quotidiana di mollare, la passione prevale. Le sorelle Mancuso cercano di trasmetterla ai più giovani, organizzando incontri nelle scuole. «Abbiamo realizzato un progetto con visori 3D per raccontare la pesca con la feluca. Così i ragazzi si appassionano davvero» chiosa, confidando che vedere il loro entusiasmo, così come il primo pesce spada della stagione, ripaga di ogni sacrificio e le rende fiere di vivere e proteggere il mare, ogni giorno.
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