La mostra Sguardi sull’Africa a Piacenza raccoglie un coro di opere, soprattutto marocchine, ma anche di Ghana, Ruanda, di altri paesi e della diaspora, provenienti da collezioni private. Un modo di conoscere meglio voci che oggi sono sempre più centrali nel mondo dell’arte
Ibrahim Mahama ha cominciato a utilizzare i sacchi di juta per le sue installazioni da ragazzo, quando ancora studiava arte a Tamale, in Ghana. Li fabbricano in India e in Bangladesh e servono per trasportare il cacao, il pesce, il carbone. Ma nelle opere di Mahama quei sacchi cuciti insieme e poi appesi come arazzi grezzi e polverosi si trasformano in altro: diventano il simbolo del commercio, le contraddizioni di un’economia su scala globale.
«È interessante considerare questo materiale quando arriva a fine vita, perché quando diventa un materiale di scarto è proprio in quel momento che ci fa riflettere su temi importanti che riguardano il nostro rapporto con lo spazio e le cose», ha raccontato.
Artista di fama internazionale, Mahama è però solo una delle tante voci di un coro. Grande 250 opere, in mostra a Palazzo Gotico di Piacenza fino al 4 maggio. Si intitola Sguardi sull’Africa ed è un viaggio in un continente. Dai grandi artisti africani contemporanei fino ai giovani della diaspora. E poi la pittura marocchina della scuola di Casablanca degli anni Cinquanta accostata a una vasta, straordinaria raccolta di manufatti votivi da 25 nazioni dell’Africa centrale. I prestiti arrivano da due collezioni private: la Giglio di Piacenza e la 54 di Rosario Bifulco, a Milano.
Una bussola
Quattro sezioni, per raccontare la complessità e la varietà multisfaccettata, vivace, creativa di un continente. «Non esiste un’arte africana in quanto tale», spiega Paolo Giglio, uno dei curatori. «E non solo per la diversificazione e per la geografia variegata, ma anche per le problematiche di ciascuno e per i percorsi storico-culturali che hanno seguito vie molto differenti. Complici le dominazioni straniere e le difficoltà geopolitiche».
Picasso rimase folgorato dalle maschere Fang. Modigliani a lungo cercò di imitare quella che chiamavano “art nègre”, diceva che «tout le reste» non era degno di attenzione. Giacometti, Brancusi, Man Ray: all’inizio del Novecento gli artisti avevano trovato nei manufatti africani una forza e una sintesi espressiva dirompente rispetto ai canoni dell’arte occidentale.
Oggi l’Africa è persino una bussola. Lo era stata già nel 2015, quando Okwui Enwezor, nigeriano, era diventato il primo africano a dirigere la Biennale di Venezia. Anche all’epoca si parlava del rapporto tra l’arte e lo sviluppo della realtà umana, sociale, politica, nell’incalzare delle forze e dei fenomeni esterni.
Undici anni dopo è un’altra africana, Koyo Kouho, scomparsa a maggio del 2025, già artefice di mostre coraggiose e pionieristiche come When We Seen Us: A Century of Black Figuration in Painting, a guidare l’evento in Laguna. «È giunto il tempo di ascoltare le tonalità minori», ha affermato il team della curatrice sudafricana.
Tonalità che trovano spazio anche sotto l’affresco della Giustizia, nel palazzo del 1200 del capoluogo emiliano. Negli ultimi dieci anni, spiega Samuele Menin di Collezione 54, «si è registrato verso l’arte africana un interesse molto marcato, sia da parte dei collezionisti privati sia all’interno di un mercato più ampio legato anche al mondo delle aste, internazionali e nazionali». I collezionisti si sono resi conto del valore di queste opere. Al punto che, aggiunge Menin, «oggi si può parlare di un vero e proprio boom: le quotazioni di molti artisti sono aumentate e, di conseguenza, cresce anche la ricerca di nuovi artisti africani».
Un ponte
Dai dipinti in tempera e acrilico di Ako Akotissie, togolese che vive a Cantù, in mostra con Oltre i cieli, fino a Francis Offman, nato in Ruanda, attivo a Bologna e ora a Roma, con la sua pittura intesa come spazio di accumulazione e stratificazione. I materiali che usa non sono mai neutri: il caffè è un ponte, Francis ha cominciato a usarlo dopo aver aperto un pacco che sua madre gli aveva portato dal Ruanda. Da lì è diventato pigmento, voce, traccia che parla di affetti, di viaggio, di economie post-coloniali.
«Un tempo, in Ruanda si coltivava solo per l’esportazione, oggi invece si è tornati a berlo, a farne cultura quotidiana». I giovani artisti selezionati per Sguardi sull’Africa abbracciano tutto: la scultura del camerunense Victor Fotso Nyie, le installazioni di Adji Dieye, che vive e lavora tra Milano e Dakar. Singolare l’apporto a questo coro dalle voci delle artiste, molte totalmente autodidatte, che hanno costruito linguaggi personali e immediati, con uno sguardo interno sulla vita sociale del paese.
L’arte africana diventa allora veicolo per parlarci del presente. Che è quello di tutti. «L’idea – spiega ancora Giglio –, è quella di incrociare di influenze e tendenze, con le esperienze di artisti dell’arte contemporanea con temi come la diaspora, lo sfruttamento dei territori».
L’allestimento, pensato con intelligenza dallo studio Fosbury, non è convenzionale e invita alla condivisione. Richiama la struttura di un coro medievale e dispone gli elementi attraverso un ritmo armonico e relazionale dove ciascuno mantiene la propria specificità, dove le voci si accordano senza confondersi. La fruizione non è lineare ma ascensionale. I pannelli ignifughi di fibra sono di un caldo rosato che dialoga con le pietre del palazzo.
E nel cuore di una città come Piacenza, seconda d’Italia dopo Pistoia per numero di immigrati, l’Africa è improvvisamente così vicina da poterla toccare.
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