A differenza di un tempo, i poeti oggi non possono più permettersi né viaggi a Parigi – come faceva Baudelaire – né i vizi. Ma non tutto è prevedibile e stagnante: lo dimostrano alcuni “piccoli miracoli” di prosa e poesia usciti negli ultimi mesi
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
I poeti spesso bevono male. L’ho ricordato a mie spese un mese fa, dopo una serata surreale al Club des Poètes, in Rue de Borgogne a Parigi. Il Club, come recita il sito, è stato fondato nel 1961 dal Poeta e Resistente Jean-Pierre Rosnay, ed è oggi animato da suo figlio Blaise. Per sua stessa dichiarazione, il luogo rivendica la vocazione di «rendere la poesia contagiosa e inevitabile», perché essa è «l’anti-inquinante dello spazio mentale», «il contrappeso e l’antidoto a un’esistenza che tende a trasformarci in robot».
Blaise è vero oste di questo scantinato polveroso e accogliente, dove, se se ne ha il coraggio, si può anche cenare. Senza scendere troppo nel merito della serata (che, a parte gli scherzi, merita), ad un certo punto Blaise mi ha gentilmente offerto un bicchiere di vino spillato direttamente dal cartone, come nei più gloriosi diciottesimi. F. lo ha preso in mano, il bicchiere, ma si è ben guardato dal berlo. Io invece, coraggiosa, l’ho bevuto e sono andata in contro alle prevedibili conseguenze. Ma cosa non si fa per il fuoco sacro della poesia?
Il marcio del mondo
I poeti spesso bevono male: è normale, o sono giovani o sono poveri. Parigi di poeti ne attrae moltissimi, e molti sono i luoghi d’incontro, anche se, come potete immaginare, restano ben lontani dai viali splendenti del centro turistico della città. Erano i tempi in cui Baudelaire poteva affittare enormi stanze affacciate sui boulevard del centro, erano i tempi in cui un poeta poteva rinchiudersi al Club des Hashischins di fronte alla Senna. Oggi come oggi, i poeti, il più delle volte non possono permettersi non solo Parigi, ma neanche i vizi, andando per lo più a ripiegare le loro nevrosi intorno ad altre possibilità di disastro.
Perché il disastro, si sa, è necessario e congeniale alla poesia.
Eppure, se fosse vero quanto dice Lianne a Martin in L’uomo che cade di Don Delillo: «La gente legge poesie, anche persone che conosco, leggono poesie per alleviare lo shock e il dolore, per ritagliarsi una specie di spazio, un po’ di bellezza nel linguaggio, per trovare conforto e riacquistare controllo. Io di poesia non ne leggo. Leggo i giornali. Mi immergo nelle pagine, e mi arrabbio, e mi sento impazzire». Se fosse vero, in questo periodo storico la vendita dei libri di poesie dovrebbe essere alle stelle. Invece, la poesia sembra destinata a restare qualcosa che esiste più per ipotesi che come concreto agente del reale. Forse perché la poesia non vuole cambiare il mondo, e non lo cambierà, anzi, la poesia piuttosto si nutre del marcio che c’è nel mondo e cerca di filtrarlo.
Un piccolo miracolo
Ma non tutto è prevedibile e non tutto è stagnante. E la speranza non solo spesso è l’ultima a morire, ma a volte non muore proprio. È uscito a fine gennaio per l’Einaudi Bianca un libro che ha già compiuto un piccolo miracolo, andando in ristampa a sole due settimane dall’uscita. Il libro è Procne Machine di Carmen Gallo. L’autrice è già nota al mondo culturale: il suo Esercizi di nascondimento per adulti (Italo Svevo) aveva fatto molto parlare di sé, così come la sua traduzione della ribattezzata Terra desolata di T. S. Eliot, uscita per il Saggiatore.
Il titolo di quest’ultimo, bellissimo libro riecheggia l’Hamletmachine di Heiner Müller, e il riferimento a Procne promette un dialogo serrato con il mito e con l’idea della metamorfosi. Procne, per chi legittimamente non lo sapesse, è un personaggio della mitologia greca. La sua storia è raccontata (anche) nelle Metamorfosi di Ovidio. La leggenda narra che Procne, per vendicare lo strupro della sorella Filomena da parte di suo marito Tereo, fece a pezzi il figlio avuto con Tereo e glielo diede in pasto. Gli dei, per punire questo misfatto, li trasformarono tutti e tre in uccelli: una rondine, un usignolo e un’upupa. Anche se dalle fonti non è chiarissimo chi diventi cosa, si tende per lo più ad associare a Procne la rondine. Scrive Gallo evocando Procne e Filomena: «Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe. Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti». E prima, ad apertura del libro: «Negli ultimi vent’anni, in tutti i continenti, gli uccelli stanno scomparendo, con un po’ di pazienza. Diminuiscono i singoli esemplari e il numero delle specie, e piú di tutti gli uccelli capaci di cantare. Ho letto un articolo su questo. Diceva che la scomparsa del canto degli uccelli avrà a che fare con ciò che alla lunga saremo capaci di sentire, di capire».
Un libro, quello di Gallo, che alterna poesia, prose poetiche, microsaggi, traduzioni libere e un poemetto (straziante), e riflette al di fuori della dimensione personale, che pure è un necessario punto di partenza, per andare ad abbracciare una dimensione collettiva, esistenziale, metafisica.
Un regista che stimo molto, una volta, per commentare un film o uno spettacolo teatrale, mi ha detto: «La verità è che non me ne frega più niente dei sentimenti, di quello che le persone provano o non provano». Mi trovava molto d’accordo. Il libro di Gallo sorvola sulle note più intimistiche dove spesso mette le radici la poesia, e va dritta al cuore del mito, che altro non è, sempre, che una scommessa, una previsione del futuro. Gli uccelli, con il loro incombere dal cielo, nel loro essere sempre sopra di noi, più liberi di noi, simboleggiano un altrove, l’inevitabilità di un mondo a venire. «Come è possibile difenderci da ciò / che ci minaccia o ci reclama dall’alto».
Il mito e il futuro
A febbraio, sempre per Einaudi, è uscito un altro libro, che parla di mitologia, di migrazioni, di futuro, di immaginazione. Un'indagine attraverso millenni di Storia del Mediterraneo, un viaggio contro la realtà e dentro la realtà: Altrimondi. Lezioni dal passato per sopravvivere alla Storia, del filosofo Federico Campagna. Un saggio imprescindibile, scritto magistralmente, per provare a orientarsi in questi tempi così complessi.
Nel libro il filosofo scrive che i miti «ci mostrano, sì, che le idee su cui fondiamo la nostra vita sono finzioni, ma al contempo ci ricordano che sono proprio queste finzioni a consentirci di sopportare la nostra condizione di creature mortali, gettate in un universo infinito [...]. I miti ci insegnano che anche noi siamo storie, e che, come tutte le storie, esistevamo prima del nostro inizio e sopravviveremo alla nostra fine».
Se Procne Machine mostra come il mito possa ancora essere attraversato dalla poesia per dire qualcosa sul presente e sul futuro, Altrimondi sembra muoversi nella stessa direzione da un altro versante, quello saggistico. Due libri che, con passo da funambolo, attraversano il nostro tempo «con un occhio intento a inventare il cammino davanti a sé e l’altro fisso sull’abisso sottostante». In entrambi i casi, ciò che è in gioco non è il recupero di un passato archeologico, ma l’uso del mito come strumento attivo di comprensione: una tecnologia dell’immaginazione capace di rendere abitabile il tempo della crisi. Poesia e saggio condividono, quindi, la stessa ipotesi: che il mito sia una pratica conoscitiva. Gli uccelli di Gallo, come i migranti metafisici di Campagna, abitano uno spazio intermedio, sospeso tra il qui e l’altrove, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.
Due possibili viatici di salvezza, dunque, perché, come scrive Campagna, l’attività immaginativa «ci fornisce un cosmo, un mondo: uno spazio in cui sia possibile elaborare quelle strutture di senso che ci proteggono dal trauma di essere stati gettati di colpo dentro una vita mortale».
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