Il nuovo parco Italia in miniatura è stato ricostruito costruito sulle rovine del precedente e glorioso parco riminese colpito da un drone vagante durante l’ultima guerra. Si propone di mostrare quel che resta dell’Italia e dei suoi monumenti agli italiani.

Mappa di Dario Campagna
Mappa di Dario Campagna
Mappa di Dario Campagna

Rogoredo è il bosco incantato della nostra favole noir. Niente di che: parchetto e tangenziale. Serialità netflix di bassa cucina, al limite del poliziottesco di Raiuno con gli Amendola e i Giallini. In un filmato delle telecamere di sorveglianza di un bangla di quartiere, sonoro originale, nitido meglio di un film sudcoreano, successivamente svelato da Chi l’ha visto?, il cattivo tenente Cinturrino entra in scena, bullizza il proprietario, ruba i soldi al piccolo spacciatore che ha inseguito fin lì. Per apprezzarlo però devi aver visto Abel Ferrara o Antoine Fuqua, andrebbe bene pure un vecchio Clint Eastwood. Insomma devi essere cinefilo e di sinistra, godere dell’inversione brechtiana della fiaba: il buono è cattivo, la legge è arbitrio, il pusher Mansuri un povero diavolo, i tossici le povere vittime. Mettici pure la citazione vecchia Milano: “andava a Rogoredo/ cercava i so danee”, Jannacci. Milano col coer in man, la pistola (finta) nell’altra. Sennò sei di destra e allora fai parte della sceneggiatura, come Salvini o Silvia Sardone: il poliziotto è marcio come quel vecchio film di Fernando Di Leo, mai visto, quando lo faceva italia7 aspettavi le televendite porno di Maurizia Paradiso.

Dal bosco che tutti vorrebbero tenere nascosto a quello più instagrammabile della città ci vogliono non più di una decina di fermate di metropolitana: il Bosco Verticale di Milano progettato da Stefano Boeri è dal 2009 il set di spot, videoclip e serie tv Netflix e Amazon, nonché la location d’obbligo per i verticalissimi video degli influencer in cerca di un surrogato a chilometro zero di Dubai (ma anche qui la gestione del verde è gestita da un fondo sovrano del Qatar acquisito nel 2015). La letteratura italiana pigramente lo snobba, mancano i Bianciardi del nuovo Pirellone turbocapitalista, i trapper più maranza lo osservano dal basso, creando il panico morale nei giardini sottostanti tra maxi risse e mini rapine, mentre tg e giornali sbobinano le chat dell’inchiesta sulla nuova tangentopoli dei grattacieli con dialoghi degni di un film (“Non posso far spuntare torri nel nulla” disse il sindaco Sala a Boeri). Rimane il dubbio su chi ci viva lì dentro: sceicchi, calciatori, ceo della finanza, vip assortiti? La privacy è il vero format del Bosco Verticale. E se fosse vuoto? o peggio sfitto?

Ora sappiamo cos’è Dubai, e soprattutto dov’è. Alla fine della pista più lunga di un nostro aeroporto internazionale, Fiumicino o Malpensa. Avremmo dovuto intuire qualcosa quando le linee aeree degli sceicchi, Qatar Emirates ecc, ci hanno sequestrato i campionati di calcio. Ma niente. Ora che i droni iraniani, celebri come una mano di Maradona, svelano la fragilità del nuovo paradiso di grattacieli, palestre e supermarket di Gucci, pizzerie napoletane, tutti gli influencer, i trader on line e le escort che si sono trasferiti lì, giovani e italiani, animati da uno storico furore vitellone di provincia e capitalismo sauvage, ci ricordano che la loro fuga dall’Italia è la pietra tombale su qualsiasi tentativo di riforma da destra del paese, figurarsi da sinistra. Sono i nipotini del berlusconismo cafone e cravattone, gli orfani del tentativo fallito di trasformare l’Italia in Italia 1, Brianza neobarocca tutta stucchi, dorature e niente tasse, niente immigrati e manifestazioni di zecche, come richiede l’ultimo vento di destra. Tutto funziona, come già sognarono i loro nonni fascio-qualunquisti. Dubai è Italia 2. I suoi grattacieli il nostro sogno fallico (e perduto).

Alla Stazione Termini di Roma, il biglietto da visita del nostro paese (copyright Tg4), trasformata in luminoso centro commerciale sì ma assediata dai disperati (oltre che dai valigioni hi-tech dei turisti con le loro traiettorie incontrollabili) si consumano gli ultimi scampoli della nostra commedia italiana. Nei giorni in cui un carrarmato staziona di fronte all’elegante pensilina progettata nei fifities da Nervi (col colpo in canna, pare, pronto a prendere a cannonate homeless, zingarelli e ladruncoli, già bersaglio di giustizieri tiktoker improvvisati), si scopre che una banda di cattivi tenenti poliziotti (vedi Rogoredo) ha sottratto 180mila euro di vestiti al grande negozio Coin con la complicità di una cassiera. I poliziotti si riconoscono sempre, anche in borghese. I meme suggeriscono che il carrarmato potrebbe egregiamente nascondere la refurtiva.

Fuori il tabellone dei treni, coi led arancio, segna malinconicamente ritardi da centinaia di minuti. Il ministro dei trasporti Salvini non ne fa una giusta, né in fatto di trasporti, né di ordine pubblico. Siamo certi che al binario 9 e ¾ è ancora parcheggiato il wagon-lits Napoli-Milano dell’onorevole Trombetta. Totò: “Ferrovieri, facchini, collaterali!” “Lei ha il biglietto per il wagon li? Io ho il biglietto per questo vagone qui!” “Ho fatto tre anni di militare a Cuneo, le basti questo”. Anarchia purissima, altrochè.

Okkupato, sgomberato, attenzionato da sempre da Digos e Questura, il centro sociale Askatasuna di Torino è diventato il nemico pubblico numero uno del governo Meloni: zecche comuniste, anarchici No Tav e punkabbestia di tutta Italia hanno qui la loro domiciliazione fiscale, dentro al gentrificatissimo quartiere Vanchiglia, a meno di mezzo chilometro in linea d’aria dall'aristocratico Circolo dei Lettori. La sinistra tutta, in cambio dell’identità borghese ha chiuso lì dentro tutti gli istinti di rivolta nipoti e cugini degli anni Settanta e del G8 di Genova: Askatasuna è la cantina buia dove i vecchi arnesi della rivoluzione - volantini, bastoni e passamontagna - sono ammassati insieme ai sacchi di Decathlon con cappucci, zaini tecnici e sneakers, pronti per l’ennesima manifestazione. Lo scontro con le guardie fa parte delle regole di questo gioco di società del dissenso, metà Risiko di strada fatto di cortei e lacrimogeni, blindati e cassonetti in fiamme - con fotoreporter intrepidi e atletici armati di telecamerina nascosta e computer per montaggio rapido a uso e consumo dei talk show di prima serata - e metà Cluedo: chi e quanti sono gli infiltrati? Vince la repressione, la cantina viene chiusa a chiave, ma si cerca già il piede di porco per riaprirla.

Da qualche lustro le previsioni del meteo etico morale del nostro paese sono geolocalizzate in un’isola a sud della Sicilia, Lampedusa: le mareggiate di razzismo e i venti forti di populismo che fanno naufragare un numero indicibile di migranti - mai esatto, sempre arrotondato per difetto - la bonaccia silenziosa e distratta della sinistra, la pioggia acida di accuse alle ONG, il caldo afoso dei minuti di silenzio in ricordo delle vittime, l’umida retorica dell’ aiutiamoli a casa loro, il caldo ventilato degli stabilimenti balneari dell’isola, da qualche anno va molto il ceviche di gamberi rossi nei ristoranti sulla spiaggia con i turisti appena sbarcati dal loro volo low cost. Rispetto alle previsioni meteo tradizionali, quelle di Lampedusa, sotto la supervisione della Morte Nera, ci azzeccano sempre.

L’immaginario della destra non va per sottile, è ignorante, ha la profondità di un Topolino, Paperone e Gambadilegno sono la sua sociologia, tutto incistato negli eterni anni ‘50 di guerra fredda, giovinezza e anticomunismo trionfante. Al cinema, Berretti Verdi con John Wayne in Vietnam, che Gianfranco Fini vide a Bologna nel 1968 saltando i picchetti dei giovani del Pci. Il resto è Pino Insegno, Beatrice Venezi, Pucci, cioè niente. In questo bisogno di chiamare le cose col loro nome Alcatraz è il penitenziario. Molto Walt Disney. Per un soffio ci siamo evitati Papillon. Gran vendetta antibuonista una volta ribadito che il crimine non è mica colpa della società. Trump non a caso ha riaperto la vera isola di Alcatraz di fronte a San Francisco dopo 60 anni di oblio, riservandola ai criminali più efferati e promettendo di circondarla di alligatori. See you later, alligator - Trump adora Elvis che prese la canzone a Bill Haley. Qua da un po’ abbiamo centri di detenzione in Albania. Albaniaz. Non è la stessa cosa. Anche perché non ci sono coccodrilli, né veri e neppure simbolici. Le maniere spicce dei carcerieri una volta messo piede in quella terra di aquile aspra e spietata, sulle quali sotto sotto Meloni e i suoi elettori contavano, lasciano il posto a piccole furbate giuridiche, scherzetti di rara infamità, vittimismi e trabocchetti da giochi senza frontiere (infatti). Funzioneranno? Per il momento no. E non è detto che.

Il format dell’apocalisse climatica è il disaster movie americano, l’immaginario di tutto il cinema dell’armageddon viene puntualmente saccheggiato a ogni ciclone, frana, valanga che colpisce la nostra penisola di abusi edilizi e PNNR sparati a salve. L’immagine dell’auto sospesa sul precipizio a Niscemi è il corrispettivo della Statua della Libertà sommersa da un’onda anomale e congelata nel film The Day After Tomorrow. Eppure, nonostante questo sia l’ultimo di una lunga serie di tragedie ambientali italiane, il nostro cinema mainstream negli ultimi anni ha prodotto solo una dark comedy, Siccità di Paolo Virzì, più una serie di speciali tv sul Vajont. Ci vorrebbe una nuova La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana sugli angeli del fango dell’alluvione di Firenze del 1966, mentre a oggi la sola e vera reference made in Italy è Bruno Vespa che sorvola in elicottero L’Aquila dopo il terremoto del 2009 per uno speciale di Porta a Porta su Rai Uno.

Come ogni località costiera è a rischio di scomparire della mappe, ma già quest’anno ha iniziato a sprofondare nell’immaginario popolare: Sanremo traslocato a fine febbraio dalle Olimpiadi, contro-programmato dalla guerra forse terza mondiale, in perdita di ascolti e di hype. La tipica malinconia delle località della riviera ligure emerge prepotente, ci deve pensare Aldo Cazzullo a dare la scossa prendendosela con Sal Da Vinci e la sua canzone da matrimonio della camorra. Ma proprio Napoli, solo Napoli, potrà salvare Sanremo, o almeno così profetizza la nomina del nuovo direttore artistico Stefano De Martino. Affezionati all’antropologia chic di Augé avevamo pensato sempre alla Sanremo del Festival come a un non luogo, e ora siamo costretti a smentirci: Sanremo è confine, terra di conquista, geopolitica in purezza. Mettiamoci Caracciolo a presentarlo, altroché.

La “ricetta Caivano” ovvero galera, polizia, preti, sport e fiction di propaganda con Luisa Ranieri, è stata cosi velleitaria da essere patetica. Perché è stata applicata soltanto all’aspetto esteriore del quartiere: hinterland nord Napoletano, case popolari per il dopo terremoto, sgarrupate. Ma il luogo merita, fa impressione. E’ un pezzo di Gomorra, uno di quei luoghi che per primo Roberto Saviano capì che era necessario descrivere dall’interno e non da fuori, la solita oleografia del disastro, per capirci qualcosa. Si scoprì che le case dei camorristi erano arredate come le ville di Scarface, con all’ingresso enormi statue di padre Pio e sistemi di sorveglianza capaci di abbattere missili e droni all'occorrenza. Fu rivelato al mondo l’iper-trash napoletano, poi rilanciato da tiktok e instagram con le immagini di folli cerimonie di matrimonio e battesimo, spinoff del Boss delle Cerimonie picco indimenticabile dell’epopea di Real Time, trucchi e parrucchi in equilibrio tra Brianza e Dubai, Teheran e Hamas, decor maranza-terrone original. Napoli è tutto, come sempre. Sal Da Vinci è il suo profeta.

Il rural chic, lo charme country, il resort extra lusso, l’experience da favola, il sogno di tutti i Briatori del mondo si è realizzato all’inizio di questo nuovo secolo in Puglia, più precisamente nella Valle d’Itria, quando le vecchie masserie sono diventate il villaggio vacanza dell’1%, dotandosi di ogni confort, al netto delle mozzarelle di bufale e dei ricci di mare (ora in stop per ripopolamento). Dal famoso matrimonio indiano da dieci milioni di dollari del 2014 organizzato da Marco Balich, quello delle cerimonie olimpiche, fino al G7 del 2024 con i capi di stato a Borgo Egnazia: 28 ville con piscina e giardino privato, tre piscine, la spa, 63 camere, 92 piccole case e sei ristoranti stellati. Questi borghi e masserie che vorrebbero evocare la frugalità e le fatiche del mondo contadino pugliese sono invece una delle rappresentazioni più artificiali e cafonal del turismo made in Italy: non è un caso che l’uber italiano Checco Zalone abbia scelto la masseria come set per la scena di matrimonio di Cado dalle nubi e per il videoclip de La Vacinada con Helen Mirren. Lontano c’è l’eco degli spot Dolce & Gabbana, dello yoga tantrico di Sting nel Chiantishire, delle vacanze della Merkel sulla costiera Americana, e soprattutto, sempre, del Berlusconi della Costa Smeralda.

Lontano dalle mode, per snobismo e vanità, luddismo e romanticismo: sono i vecchi saggi della montagna, portatori sani del pensiero critico, cantanti, giornalisti, scrittori, registi, un passato a sinistra, un presente neoprimitivo, contadino, frugale, spesso conservatore, le poche osterie rimaste sono aperte solo per loro. Giovanni Lindo Ferretti sull’Appennino, Michele Serra tra i colli piacentini, Francesco Guccini nella campagna pistoiese: muri di pietra, soffitti con travi di legno, camini che si intravedono nei collegamenti Zoom con i talk show di La7. Tutti gli elettori di Pd e Avs vorrebbero vivere così, sempre, non solo nei weekend di libera uscita dal fatturato metropolitano: aria fresca che depura eticamente e moralmente, giusta distanza dal caos che quando serve è a portata di smartphone, molti libri sul comodino, saggistica soprattutto perché il mondo va esplorato, ma col binocolo, senza tuffarcisi dentro. Solo così si potrà raggiungere lo status di vecchio saggio della montagna, modello kung fu movie con monaci taoisti, monasteri e combattimenti a Piazza Pulita.

Garlasco? E’ il giorno della marmotta del giallo italiano. Un luogo non proprio un luogo dove ogni giorno si ricomincia daccapo, un impossibile intreccio narrativo: la bicicletta, la villetta, la cantinetta, le tracce di sangue, il fidanzato, l’amico, l’amante, le gemelli. Nessuna certezza stabilita oggi varrà ancora domani. Garlasco è il trionfo della chiacchiera, il tracollo di ogni paradigma indiziario, la realtà costruita e disfatta usando unicamente le parole dei talk show e degli avvocati, grandi protagonisti involontari come De Rensis e Lovati. Il risultato è quello di trovarsi in una specie di “zona” alla Tarkovsky o alla Stephen King, con forti sospetti ci sia la mano degli alieni, o di un esperimento nucleare andato male.

Crans Montana, le Vacanze di Natale horror di figli che paiono partoriti da un Vanzina d’annata con le tavernette perlinate, Gazebo il cantante e i discobar ma potrebbero rivelarsi Jason di Venerdì 13, il ragazzino abbandonato dai grandi in campeggio, annegato nel fiume per colpa loro, dunque in cerca di vendetta nei secoli dei secoli. Possibilità che Perdutamente di Achille Lauro, dove il protagonista aspetta che la terra sia cancellata da un meteorite, sia un messaggio per qualcuno o qualcosa. Nel frattempo l’Italia di destra se la prende con la Svizzera per complesso di inferiorità, per propaganda e patriottismo pezzente scimmiottando come al solito Trump quando se la prende col Canada, e I Simpons giù a prendere per il culo. Giù le mani dai nostri bambini (mandati allegramente a morire ubriachi in una tavernetta senza uscite).


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