Lo Stato di New York ha vietato l’allevamento di polpi e il commercio di polpi allevati destinati al consumo umano, una pratica non ancora diffusa ma su cui molti stanno investendo. L’allevamento intensivo è la principale causa di crudeltà sugli animali, aggrava la crisi climatica e spreca risorse cruciali per il pianeta
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Mentre questo editoriale prende forma, una proposta di legge attende sulla scrivania del governatore dello Stato di New York una firma che la trasformerà in norma. Si tratta dell’Assembly Bill A8043C per il divieto dell’allevamento di polpi e del commercio di polpi allevati destinati al consumo umano.
Lo Stato di New York non è il primo – e probabilmente non sarà l’ultimo – governo a introdurre un simile divieto. C’è un punto da sottolineare, quasi “curioso”: a oggi non esiste ancora, da nessuna parte del mondo, una struttura che allevi polpi a scopo alimentare.
E allora perché dotarsi di una legge per vietare qualcosa che di fatto non esiste? Perché mentre qualcuno lo vieta, c’è chi lavora attivamente per rendere l’allevamento di polpi possibile. A partire dal 1999, la Spagna ha investito nella ricerca quasi 10 milioni di euro. L’Italia, nel suo piccolo, ci ha messo il suo con oltre 250mila euro investiti attraverso due progetti tra il 2005 e il 2019.
E non sono solo i governi a muoversi in questa direzione. Cinque anni fa, in Spagna, l’azienda di prodotti ittici Nueva Pescanova ha richiesto l’autorizzazione a costruire vicino alle coste di Gran Canaria un allevamento il cui progetto prevede di allevare e macellare – sin dal primo anno – un milione di polpi. Il rischio che i polpi entrino nella lista delle specie vittime dell’allevamento intensivo è ben lontano dall’essere ipotetico.
Questi progetti hanno scatenato, ça va sans dire, non poche proteste. Complici i recenti film e documentari che hanno commosso e mostrato al vasto pubblico quale animale affascinante sia il polpo. È un essere dalla straordinaria intelligenza, in grado di usare strumenti e di risolvere problemi. Curioso e per natura territoriale e solitario: insomma, nulla di più incompatibile con una vita spesa in una vasca spoglia e sovraffollata.
Le evidenze scientifiche parlano chiaro: lo stress della cattività potrebbe rendere i polpi estremamente aggressivi, al punto da spingerli al cannibalismo. A ciò si aggiunge che all’interno dell’allevamento verrebbero applicati su scala industriale metodi di macellazione che causerebbero a questi animali atroci sofferenze. Non ne esiste, infatti, uno scientificamente riconosciuto come indolore.
Perché il polpo
Qualcuno potrebbe dire: perché il polpo no, quando tante altre specie sono già allevate intensivamente? Non erano questi animali abbastanza “straordinari” per essere tutelati? La risposta è già insita nella domanda. I polpi non devono essere allevati perché ci sono già troppi animali intrappolati negli allevamenti intensivi.
L’allevamento intensivo è la principale causa di crudeltà sugli animali al mondo, aggrava la crisi climatica con le proprie emissioni, spreca e inquina risorse cruciali per il pianeta. Allungare la lista di specie allevate sarebbe un passo nella direzione sbagliata: dobbiamo allontanarci dal sistema intensivo, non coinvolgere altri animali.
Una obiezione che potrebbe essere sollevata è che attualmente i polpi sono una specie sovrapescata e che allevarli permetterebbe di “dare respiro” agli stock selvatici. Peccato che i polpi siano una specie carnivora. Per allevare il milione di polpi previsto dal progetto di Nueva Pescanova, infatti, servirebbero circa due miliardi di piccoli pesci selvatici.
Ora, è risaputo che il 90 per cento degli stock ittici selvatici è sovrasfruttato o pescato ai limiti della sostenibilità. Allevare polpi andrebbe quindi ad aggiungere ulteriore pressione, svuotando ancora di più mari e oceani. Messa in questi termini, le opzioni sembrerebbero due.
O svuotiamo i mari per pescare i polpi, o li svuotiamo di altre specie per allevarli. Ne vogliamo proporre una terza, apparentemente scandalosa: limitare il consumo di carne di polpo – e di altri animali, già che ci siamo – a una quantità che non richieda, come prezzo, la distruzione di interi ecosistemi.
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