Dai sorrisi cariati per dimostrare di potersi permettere lo zucchero alle gocce di belladonna per avere occhi enormi (rischiando la cecità), nella storia della cucina e dei costumi ci sono diverse abitudini diventate “imbarazzanti” ma, un tempo, considerate cool
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Cibo, disponibile sulla app di Domani e in edicola
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Ultimamente, per dire che qualcosa è imbarazzante nel senso di datato o fuori luogo, in Italia abbiamo preso l’abitudine di usare l’aggettivo “cringe”, che in inglese non sarebbe un aggettivo, ma un verbo che indica proprio la sensazione di imbarazzo e di stranezza che ci corre lungo la schiena.
Cringe non è neanche esattamente il contrario di cool (cioè alla moda e attraente), ma spesso i due termini vengono usati in contrapposizione.
Vediamo quindi cosa è stato cool e cringe nella storia della cucina, del cibo e dei costumi.
Il Pothos al contrario
In tutte le copertine dei libri di cucina in vendita negli ultimi anni, o nelle foto profilo dei food influencer, troverai sicuramente alle spalle degli autori o cuochi delle piante posate su mensole, dalle verdi foglie ricadenti verso il basso. E scommetto che, se ti è capitato di guardare qualche videoricetta, l’avrai sicuramente notata: si tratta del Pothos. È una pianta di origine tropicale che noi teniamo all’interno, poiché troppo sensibile al freddo e alla luce, che ormai sembra diventata essenziale al pari del forno in ogni cucina; anzi, più è ricadente e lunga, meglio è.
Ma questa cosa così cool potrebbe risultare cringe, anzi cringissima, a chi ha vissuto negli anni Ottanta: i pothos erano piante già molto in voga e apprezzate allora, ma venivano fatte crescere in senso contrario. I pothos sono infatti rampicanti — quindi per natura crescono dal basso verso l’alto e non viceversa — e se sostenuti da un apposito palo (all’epoca erano di moda dei bastoni muschiati) possono diventare molto alti. Così, la stessa pianta che quarant’anni fa era la regina dei salotti in altezza adesso è diventata un must nelle cucine, ma in lunghezza.
Questione di sorriso
Se pensiamo a quello che adesso rappresenta uno status symbol, ancora di più negli Stati Uniti che in Italia, è sicuramente avere denti bianchissimi: per avere un effetto bianco ottico nel sorriso si spendono dai pochi euro per i prodotti da supermercato alle migliaia per i servizi dentistici professionali.
Se fossimo stati nobili nel Rinascimento non avremmo di certo dovuto preoccuparcene, perché sarebbero stati i denti neri a definire quanto eravamo ricchi. Siccome solo i ricchi potevano permettersi lo zucchero (che prima della coltivazione di massa della barbabietola e delle tecniche industriali di lavorazione era difficile e costoso da ottenere), avere i denti rovinati dalle carie era un segno di nobiltà.
L’idea di sfoggiare un sorriso marcio per darsi delle arie ci sembra una follia, oltre che un segno di poca salute. Lo zucchero era talmente “flexato” all’epoca che, durante i banchetti più eleganti, venivano esibite le “sottigliezze” (subtleties): intere città, castelli, velieri e persino statue del re, tutto realizzato in pasta di zucchero.
Queste opere d’arte venivano distrutte per essere mangiate, non necessariamente come dolce finale ma anche durante il pasto, poiché non esisteva la divisione in portate. Altro dettaglio super cool: il cibo si portava e serviva tutto insieme per non lasciare neanche mezzo centimetro libero sulla tavola.
Esagerazioni inglesi
Il periodo di invenzione di molti attrezzi che esistono nella cucina moderna è sicuramente quello dell’Inghilterra di metà Ottocento, cioè l’epoca vittoriana (dal nome della regina Vittoria). Fu un periodo di grandissime contraddizioni, dove tutto doveva essere meticolosamente curato e apparire perfetto secondo regole rigidissime: dai fiori nei parchi cittadini all’aspetto di chi camminava per strada, fino ovviamente alla tavola.
In quell’epoca, niente poteva essere toccato senza un’apposita posata o un aggeggio dedicato. L’ostrica era uno dei cibi più in voga, ma mangiarla con le mani o con una forchetta normale era considerato volgare. Inventarono così il coltello per ostriche: una lama corta, tozza e robusta, fatta apposta per scardinare il guscio senza ferirsi. Una volta aperta, serviva la forchetta per ostriche, che aveva solo tre rebbi, di cui uno più largo per staccare il mollusco. Esistevano poi le forchette da sardine: avevano sette o otto rebbi larghi e piatti, uniti da una barra trasversale. Sembravano dei piccoli rastrelli d’argento, fatti apposta per sollevare il pesce delicato senza romperlo. C’erano le pinze per asparagi: a molla, simili a piccole forbici piatte, per afferrare il gambo e portarlo alla bocca con eleganza meccanica.
Ma il top del cringe (o del cool, a seconda dei punti di vista) erano le cesoie per uva: non servivano per potare la vite, ma si usavano a tavola. Non era consentito semplicemente staccare un chicco d’uva dal grappolo: dovevi usare delle forbici d’argento decorate per tagliare un piccolo rametto e appoggiarlo sul tuo piatto. Un piatto spesso servito sulle tavole vittoriane era l’aspic: una gelatina fatta bollendo ossa di bue, dentro cui si infilava di tutto (pezzi di pollo, piselli, uova sode e pesce), tutto sospeso in un blocco trasparente e tremolante. Fare la gelatina richiedeva ore di lavoro e ghiaccio costoso: servirla diceva agli ospiti che eri ricchissimo (insieme alle circa 25 posate per ogni commensale).
Moda e cibo
Anche la moda influenzava la cucina: per un uomo, avere baffi lunghi e modellati con la cera era il massimo dello stile, ma quando beveva l’immancabile tè caldo delle cinque, il vapore scioglieva la cera e i baffi finivano per inzupparsi.
È sempre il Regno Unito, quindi, a dare i natali alla mustache cup, una tazza con un “ponte” in ceramica per tenere i peli all’asciutto: praticamente un’antenata della tazza a beccuccio da cui bevono i bambini piccoli.
Per le ragazze, invece, erano cool lo sguardo sognante e la pelle pallida, e per averli ci si avvelenava letteralmente: mangiavano “cialde per la carnagione” all’arsenico, un veleno che distruggeva i globuli rossi rendendo le persone pallidissime. Per avere pupille enormi e uno sguardo sognante, le donne usavano gocce di belladonna negli occhi; peccato che questa pianta sia tossica e alla fine causasse la cecità.
La rubrica Assaggini è destinata ai ragazzi dagli otto anni in su e alle loro curiosità sul mondo alimentare
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