Questo momento dicono gli occhi di Kitty che guardano l’amata Anna. Questo momento dicono gli occhi di Anna, persi in quelli di un uomo che lei ama. Questo momento, questo, in queste due donne alleate, e poi nemiche, e poi perdenti, e poi vincenti, e poi disperate, e poi morte, questo momento non si deve far scappare
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Kitty sta ballando un’ennesima quadriglia con «uno dei giovinetti noiosi». Girando per la sala capita per caso accanto a Vronskij che sta ballando con Anna. Kitty ha una devozione per lei, ne è «innamorata», scrive Tolstoj. Ma ora la vede diversa. «Nuova e inaspettata». Vede in lei «la caratteristica, così nota a lei stessa, dell’eccitazione per il successo». Vede Anna, di solito così composta, giusta, ora ubriaca: di vino, e «dell’incanto da lei eccitato». Le scintillano gli occhi, «sorride di felicità e d’eccitazione».
A chi è diretta questa sensualità e questa euforia?, pensa Kitty, che ama Vronskij e si aspetta da un momento all’altro la sua proposta di nozze. A chi?, si domanda. A «tutti o uno solo?» E così ossessivamente si guarda intorno, «e il suo cuore si stringeva sempre di più». Il destino, lo sappiamo, è cattivo. Per essere felice, devi lavorare tu. «No, non è l’ammirazione della folla che l’ha ubriacata, ma il rapimento d’uno solo». E quell’uno, «possibile che sia lui?»
Questi occhi di Kitty indagano negli interstizi, nei sottotesti di Vronskij e Anna. Lei vede. Quando lui le parla, gli occhi di lei avvampano in uno scintillio di gioia, e sorride con «le sue labbra vermiglie». Anna fa di tutto per non mostrare questa felicità, questa liquida seduzione, ma non ci riesce: i segni di gioia salgono al suo volto da loro stessi. «Ma lui che fa?» Kitty lo guarda, e inorridisce.
Tutto quello che c’è in Anna, come uno specchio, lo vede in lui. «Dov’erano andati a finire i suoi modi sempre calmi, fermi e l’espressione spensieratamente tranquilla del viso? No, egli ora, ogni volta che si rivolgeva a lei, piegava un po’ il capo, come desiderando di caderle davanti, e nello sguardo aveva la sola espressione della docilità e del timore. “Io non voglio offendere – era come dicesse ogni volta il suo sguardo – ma voglio salvarmi, e non so come”».
Un romanzo di donne
Il suo cuore si spezza. E non è una metafora. Chi ha avuto il cuore spezzato lo sa che si spezza davvero, e poi chissà se torna intero. In Anna Karenina di Lev Tolstoj, Kitty è la giovanissima nipote di Anna, sbarcata a casa sua perché la madre di Kitty, Dolly, ha scoperto un tradimento di suo padre Stiva e l’ha cacciato di casa. Allora lui ha chiamato la sorella Anna – Anna la giusta, Anna la bellissima pacata donna giusta – per convincere Dolly a riprenderlo con sé.
Kitty, che sta facendo adesso il suo debutto in società e ha due pretendenti, Levin e Vronskij, ama da morire il secondo ed è sicura che presto lui le si dichiarerà, e si sposeranno. Quindi c’è un ballo. E quel ballo è fondamentale per Kitty, che splende nella sua giovinezza e nel suo desiderio, non dev’esserci nessun altro che lei. Lei e il suo desiderio, incarnato in uomo: Vronskij. Però, c’è Anna.
Anna e Kitty non sono propriamente amiche, però c’è qualcosa di sensuale che Kitty sente per lei. «Anna evidentemente ammirava la sua bellezza e giovinezza, e Kitty non fece a tempo a tornare in sé, che si sentiva già non solo sotto l’influenza di lei, ma si sentiva innamorata di lei, come sono capaci d’innamorarsi delle signore sposate e più vecchie le giovinette».
Io penso che Anna Karenina sia un romanzo di donne. Gli uomini si stingono nelle seconde file mentre le donne si guardano, si amano, si odiano, si desiderano, si invidiano, si sfiorano. Gli uomini sono vuoti mentre le donne fanno figli, lasciano figli, adorano figli, odiano figli, e loro, i maschi, a volte per un caso sono lì, presenti al parto, e come Levin alla nascita del figlio suo e di Kitty sentono l’urlo del figlio che nasce e pensano: «Era il grido ardito, temerario, che non voleva tener conto di nulla, d’un nuovo essere umano, che non si capiva donde fosse apparso». Adoro questo pezzo.
Lo rileggete una seconda volta?
Da dove appaiono i bambini?
Da dove appaiono gli esseri umani? Il loro grido ardito, egoista, è il desiderio di sopravvivere all’incubo che hanno appena vissuto.
Anna, così composta, avrà gridato quando è nata? Kitty, così carina e gentile, non avrà forse pianto sottovoce?
Libri miei e tuoi
Il mio pomeriggio sta inesorabilmente passando e io non sono riuscita ad arrivare al punto di quello che volevo dire. Sul tavolo tondo di legno dove sto scrivendo ci sono pile di libri sparsi, senza ordine, senza amore, perché qui non c’è spazio, stiamo stretti, i libri che non amiamo o meglio che non amo mi assediano, cattivi, polverosi, quelli che amo da morire e per cui darei la vita non ci sono. Li ho lasciati nell’altra casa. Come Anna il suo adorato figlio.
Non avrò il coraggio di andare a riprenderli, entrare nell’altra casa, dividere i libri miei dai suoi. Mi fiderò di quello che decide lui – questo è tuo, questo è mio – e poi manderò qualcuno a prendere i cartoni. Anzi, come si dice nella mia città, “gli scatoli”. Come facciamo, vorrei chiedere a lui, con i libri che sono miei e tuoi? Negli anni abbiamo dato via i doppioni, occupavano spazio, saremmo stati insieme per sempre, che senso aveva far traboccare la casa di libri tutti uguali.
Il mio Anna Karenina è sopravvissuto al suo, perché il mio è sottolineato. Il suo Il conte di Montecristo ha vinto sul mio, che del resto mi aveva comprato lui quando ero in ospedale. Ma non voglio ricordarmi l’ospedale. L’ho buttato. E però, adesso, come sceglierai quale libro è suo?
Anna Karenina ce l’ho, sono andata a prenderlo quando ancora me la sentivo, almeno un po’, di entrare nell’altra casa. Anche Madame Bovary, Una questione privata, ma non il mio Bel Ami, che ho dovuto ricomprare (e le mie sottolineature? e i miei appunti?), e nemmeno i libri di Shirley Jackson che, devo ammettere, sono tutti suoi. Li ho comprati nuovi, e sono qui, ma non mi sembra che mi guardino benissimo.
Io lo so che nell’altra casa c’è un mio libro che riporta, più o meno, non precisamente, questo passo qui: «Questo momento, questo momento questo, questo questo momento, questo momento, questo». Ho chiesto a lui di cercarlo, se poteva, gli ho dato una rosa di titoli ipotetici. Mi ha risposto dopo tre giorni: «Ti serve ancora?». «Sì». Ma poi non me lo ha mai mandato. Questo momento. Dicono gli occhi di Kitty che guardano l’amata – amata sensualmente, anche, oserei dire – Anna. Questo momento dicono gli occhi di Anna, persi in quelli di un uomo che lei ama ma che noi, noi lettori, sappiamo essere una nullità.
Questo momento, questo, in queste due donne alleate, e poi nemiche, e poi perdenti, e poi vincenti, e poi ammattite, e poi furiose, e poi ammansite, e poi disperate, e poi morte, questo momento non si deve far scappare. Questo momento lega, intreccia, tutte le donne di Tolstoj. Anche sua moglie, quella vera, Sofja Tolstaja. Sono arrivata al punto? Sono riuscita a farvi capire qual è il punto?
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