La storia tra Amore e Psiche, immortalata dal Canova nel gruppo scultoreo esposto al Louvre, nasce dentro un divieto. Psiche trova rimedio alla solitudine a cui Afrodite l’ha condannata legandosi a uno sposo che non può vedere. Ma il desiderio non si accontenta di ciò che ha: è sempre verso qualcosa che non c’è, che non c’è ancora, o che c’è stato e non c’è più
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Oltre la folla quasi farsesca che si accumula davanti al piccolo e indecifrabile quadro della Gioconda di Leonardo da Vinci, c’è un altro luogo, nelle sale del Louvre, dove sempre s’incontra una piccola ressa, e dove proprio per questo non è facile godere dell’osservazione dell’opera che è lì custodita. Nella Galleria Michelangelo, davanti al gruppo scultoreo di Amore e Psiche di Antonio Canova. Davanti a quel desiderio che le ali spiegate di Amore impediscono, perlomeno nell’illusione plastica della manifestazione marmorea, di realizzarsi.
Amore e Psiche
Psiche nella favola di Apuleio viene presentata proprio attraverso l’esposizione di un’impossibilità: «La terza invece, e più giovane, fanciulla era di una bellezza tanto eccezionale, tanto sfolgorante, che la penuria del linguaggio umano non era in grado non dico di celebrarla a sufficienza, ma neppure di esprimerla». Prima che inizi quell’amore in cui i due non faranno altro che cercarsi, rispondendo a un destino eppure cambiandone continuamente il corso, sfidando e assecondando il volere degli dèi.
Perché la storia tra Amore e Psiche nasce dentro un divieto. Psiche trova rimedio alla solitudine a cui Afrodite l’ha condannata per invidia della sua bellezza, legandosi a uno sposo che non può vedere: un amante che arriva solo nel buio, la raggiunge, la possiede e poi scompare prima dell’alba. Non può guardarlo, non può conoscerlo. È questa la condizione del loro stare insieme. Ma il desiderio non si accontenta di ciò che ha: vuole sapere. Vuole vedere. Così, istigata dalle sorelle, una notte Psiche illumina l’uomo che dorme nel suo letto, temendo che sia un mostro. E in quell’istante — mentre la luce cade sul volto di Amore — lo perde. Sembra perfetto il distico di Tasso: «La vide, la conobbe, e restò senza / voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!».
Da quel momento la storia cambia direzione. Psiche vaga, lo cerca di città in città, si consegna ad Afrodite, che la costringe a una serie di prove impossibili: separare semi mescolati, strappare lana d’oro a bestie feroci, scendere agli inferi e tornare. Ogni volta qualcuno la aiuta, come se il mondo stesso fosse mosso dalla forza del suo desiderio. L’ultima prova è anche la più difficile: non aprire il cofanetto che contiene un frammento di bellezza ricevuta negli inferi da Proserpina. Ma Psiche, ancora una volta, non resiste. Come Orfeo che sul punto di salvare Euridice si volta, così anche Psiche apre il cofanetto. E cade in un sonno profondo, simile alla morte.
È Amore a ritrovarla, a svegliarla, a riportarla indietro. Solo allora gli dèi concedono ciò che prima era negato: Psiche diventa immortale e Afrodite acconsente al matrimonio. Eppure, proprio in questo compimento, qualcosa si spegne. Perché ciò che fino a quel momento li aveva tenuti in movimento viene meno. La storia smette di essere interessante. L’amore per salvarsi deve smettere di essere umano. Solo il desiderio di un dio non conosce distanza tra sé e il suo compiersi.
Nell’opera di Canova, invece, tra Amore e Psiche resta una distanza. L’immagine immortala Amore un attimo prima di baciare l’amata per svegliarla dal sonno. Ed è proprio nella contemplazione di quella distanza che si perde lo sguardo dei visitatori: crediamo di guardare i corpi perfetti scolpiti nel marmo, crediamo di essere incantati dalle armonie delle curve e dalla composizione del gruppo marmoreo, ma in realtà è il loro desiderio impossibile di congiungersi, di possedersi, di annullare la distanza che li separa, che ci tiene incollati all’opera nel mezzo del caos del museo.
Amore e Psiche, nell’esistenza che ha dato loro Canova, vivono in realtà nella condizione esatta in cui dovrebbero perdurare gli amanti. All’acme di un desiderio che non si è ancora consumato, prima dello scioglimento di tutte le avversità.
La natura del desiderio
Il desiderio è sempre verso qualcosa che non c’è, che non c’è ancora, o che c’è stato e ora non c’è più. È un organismo che tesse la sua tela nello spazio, anche minimo, anche momentaneo, di un’assenza. Parla di questo anche l’ultimo libro di Melissa Febos, appena uscito per Nottetempo, Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso: astenersi può provocare il massimo del piacere e dell’appagamento. Il desiderio infatti esiste finché manca l’oggetto, il fine del suo desiderare. È questo a renderlo la forza motrice più potente dell’universo. La più fisica, la più materiale, la più tangibile delle forze emotive.
Scrive Emily Dickinson: «Ho scoperto così / che la fame è una condizione / di coloro che sono oltre le finestre / e che, entrando, la si perde». Sofocle: «Il desiderio continua a spingere l’amante ad agire e non agire». Virgilio così descrive Didone che cerca Enea per le strade di Cartagine: «Lontana, lontano lo sente, lo vede». Sono esempi che riporta Anne Carson nel suo saggio Eros il dolceamaro (Utopia, traduzione di Patrizio Ceccagnoli), che in un passaggio chiosa: «Chi potrebbe mai desiderare ciò che non se n’è andato? Nessuno. I greci sono stati molto chiari su questo. Per esprimerlo, inventarono l’eros».
La sua riflessione parte da un’intuizione: quando si passa dalla tradizione orale alla scrittura nell’antica Grecia, con la lirica amorosa di Archiloco (il primo dei poeti che rivendica i diritti dell’Io, «selvaggiamente sospinto nell’esistenza» come lo definì Nietzsche), i caratteri del desiderio amoroso diventano più drammatici. Per lei, nelle culture fondate sull’oralità l’individuo non può permettersi una forte autoregolazione: vivere significa restare esposti, ricettivi, attraversati dai segnali che arrivano dall’esterno.
È solo con la pratica della scrittura e della lettura che si produce una distanza, una forma di raccoglimento che introduce ordine, astrazione e governo di sé. In gioco c’è una diversa configurazione dei limiti: l’alfabeto greco li irrigidisce. Nella definizione delle parole, nei confini che le parole tracciano intorno al loro significato, diventa dolorosamente evidente che il Tu e l’Io non sono una cosa sola. Scrive ancora Carson: «Nel contemplare gli spazi fisici che servono per articolare le lettere di un ti amo in un testo scritto, potremmo pensare ad altri spazi come, per esempio, a quello che intercorre tra il tu nel testo e il tu nella nostra vita».
Scrivere per salvare il desiderio
Si potrebbe però notare che la scrittura non solo definisce il desiderio, ma continua ad alimentarlo e lo conserva nel suo stato più ipotetico. Scrivere è fissare il momento in cui il desiderio è al massimo della sua tensione: non può più vivere senza ciò che desidera, è pronto a dissolversi per ricongiungersi ad esso, ma ancora non può o non riesce a farlo. La scrittura si nutre di questo ultimo atto contemplativo, quasi estatico. La scrittura si innesca dove il desiderio splende di più e lo consegna alla possibilità di esistere a ogni nuova lettura.
Se ciò che si conosce non può essere davvero desiderato, e ancor meno ciò che si possiede, la scrittura non è altro che il più fine strumento conoscitivo, il tentativo più disperato di possedere qualcosa per sempre. È il nucleo della Recherche di Proust: il tempo divora tutto, anche l’amore, solo la scrittura può salvarlo. Carson: «Quello che vorrei capire è perché queste due attività umane, l’innamorarsi e il conoscere, mi facciano sentire veramente viva».
Chi si dedica alla scrittura lo capisce molto presto: scrivere è la più viva delle storie d’amore. La scrittura è per sua natura inesauribile, esce da chi scrive ma finisce sempre per diventare inconoscibile. È un territorio a cui non si possono mettere né regole né limiti, e in cui perdura sempre una distanza. Immobile, come quello nell’abbraccio incompiuto di Amore e Psiche, è lo spazio tra il pensiero e le parole che lo definiscono, tra queste parole e la loro forma sulla pagina, tra la loro forma sulla pagina e l’oggetto materiale che le custodisce.
Un oggetto destinato ad andare nel mondo, a passare di mano in mano, e infine ad attraversare indenne le epoche in cui, invece, gli esseri umani scompaiono. Solo la scrittura, immortale come Psiche, può far bruciare per sempre il desiderio che l’ha ispirata.
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