«Eravamo a Firenze, nel 1961, e mi trovavo in un’automobile assieme a Sir Kenneth Clark e moglie sulla strada che porta da I Tatti (la casa in cui Berenson era vissuto fino a due anni prima) alla villa di Harold Acton, La Pietra. Non molto simpatici i famosi Clark».

In tre righe, e in un fazzoletto di chilometri, sfila mezzo Olimpo della storia dell’arte: Clark, Acton, Berenson. Quanto al fortunato passeggero autore del racconto, Alvar González-Palacios, ai tempi era un ragazzo di 26 anni, emigrato da Cuba e allievo dell’unico altro nume della storia dell’arte che in quel viaggio mancava all’appello, pur avendo base in un’altra villa nelle vicinanze: Roberto Longhi.

Anche González-Palacios con il passare degli anni, si è autorevolmente posizionato sulle pendici di quell’Olimpo, essendo diventato uno dei massimi esperti al mondo di arti decorative. Una sua caratteristica è quella di essere uomo molto curioso e di aver appreso dal suo maestro, tra le tante cose, un grande entusiasmo per la professione, a cui lui ha aggiunto una aprioristica simpatia per chi la pratica.

Grazie al mix di tutti questi fattori ha potuto scrivere un libro come Forse è tutta questione di luce. Ritratti e racconti (Salani, 496 pagine), imperdibile per chiunque ami la storia dell’arte. Gli 87 capitoli sono tutti frutto di conoscenze dirette, di incontri, di frequentazioni che ci vengono restituiti con intelligenza e affabilità ma anche con una punta di sano disincanto: la devozione e l’ammirazione per personaggi d’altissima statura non inibisce infatti González-Palacios dallo svelarne anche i peccati e le nevrosi, con grande divertimento suo e naturalmente del lettore. L’indice dei nomi, che prende ben 12 pagine, è poi un ulteriore fattore eccitante per chi ha il libro tra le mani.

I giganti

Bernard Berenson (Wikipedia)

Nell’indice due nomi svettano nettamente, per quantità di ricorrenze. Sono quelli di Roberto Longhi e di Bernard Berenson, due giganti, che avevano fatto delle loro ville sulle colline fiorentine delle vere roccaforti culturali, dalle quali si tiravano stilettate senza remore. «Tra Longhi e Berenson ci fu sempre un amore offuscato dai dispetti, dai colpi bassi e addirittura dagli insulti (scritti soprattutto da Longhi nei primi tempi della sua rivista Paragone)», scrive González-Palacios.

Per capire come funzionassero i rapporti fa testo questo episodio: in uno dei pranzi a cui Longhi era stato invitato, nel silenzio deferente che presiedeva la tavola, si udì Berenson dire con una punta di veleno: «Mi dica, caro amico, come si sente lei a vivere con un genio?». Longhi era spiazzato e ammutolito: per Berenson il genio di casa non era lui bensì sua moglie, Anna Banti, per altro grande scrittrice oltre che storica dell’arte.

Nella tenzone tra i due big, González-Palacios sapeva destreggiarsi con molta abilità. Lui era allievo di Longhi ed era anche sotto la sua ala protettrice, ma un giorno del 1957 aveva preso l’iniziativa di inviare un bigliettino a Berenson, «quell’ombra tutelare dei nostri studi», dicendogli che gli sarebbe piaciuto incontrarlo. E così avvenne. Il grande storico sarebbe morto due anni dopo, ma González-Palacios ebbe l’opportunità di entrare in confidenza con la depositaria di tanti i suoi segreti, Nicky Marciano, the helper, companion and guardian di Berenson, come tutti la definivano. E a lei è naturalmente dedicato uno degli 87 ritratti nel libro.

Angelo e sirena

Roberto Longhi (Wikipedia)

Longhi era «sirena crudele e angelo custode a giorni alterni», riferisce l’autore. Lo ritroviamo ad esempio nei panni di angelo nel 1962: era consapevole che se quel suo allievo esule cubano non avesse trovato un lavoro la sua situazione economica sarebbe diventata insostenibile («la rivoluzione nella mia remota isola mi aveva lasciato in miseria»). Così convocò Mario Spagnol, che ai quei tempi lavorava in Feltrinelli, e di fatto gli impose di assumerlo. «Vedrà, non si troverà male con questo mio scolaro», gli disse. «Lavora abbastanza ma è orgoglioso, dovrete insegnargli a essere più modesto, io non ci sono riuscito». González-Palacios deve dunque lasciare l’amata Firenze per tasferirsi in una Milano assai meno olimpica, ma molto pragmatica.

Quello con Spagnol si rivela nel tempo uno straordinario apprendistato nella scrittura e nell’editoria d’arte. È nelle stanze di via Andegari che reincontra un altro allievo di Longhi, Giovanni Testori, che era autore Feltrinelli e aveva affidato alle sue cure il libro, a lui così caro, sul Sacro Monte di Varallo, pubblicato nel 1965. «Non amavo affatto il suo modo di scrivere mentre i suoi quadri (quelli antichi che comprava e vendeva) li avrei voluti tutti», commenta González-Palacios.

C’è un altro allievo di Longhi che attraversa tempestosamente le pagine del libro: Federico Zeri. Si erano conosciuti nel 1958 ma il loro rapporto aveva subito una brutale interruzione nel 1977: «Per anni mi aveva chiamato “il pazzo delle Antille”, ricambiato da me col nomignolo de “la veggente di Mentana”».

A Zeri González-Palacios riconosce una capacità rabdomantica: «Non si avvicinava alle opere d’arte in modo compassato o poetico ma piuttosto in preda ad un esorcismo, ad una visione, come chi guarda ciò che gli altri non sono in grado di vedere». Ad un certo punto della sua vita Zeri però aveva rotto gli argini facendo prevalere l’immagine di personaggio pubblico, risucchiato nella spirale delle apparizioni mediatiche. Un passo fatto quasi più per istinto autodistruttivo che per desiderio di apparire: «Preferiva parlare piuttosto che ascoltare, e così via via seguì soltanto i labirinti straordinari della propria mente».

La città miniera

Nel 1971 González-Palacios lascia la Feltrinelli e Milano e si sposta (definitivamente) a Roma, un città “miniera”, destinata a fornire uno straordinario materiale umano per il suo libro. A cominciare dal fantasmatico Mario Praz, già conosciuto nel 1964 quando abitava a Palazzo Ricci in via Giulia e poi abitualmente frequentato nella leggendaria residenza di Palazzo Primoli (oggi sede del museo a lui intitolato): «I suoi appartamenti, per ripetere una frase da lui stesso già citata riferendola al Conte di Caylus, “erano al tempo stesso un Olimpo, un tempio, un senato e un Campo di Marte”, e un sepolcro».

Un libro di Praz, Scene di conversazione, aveva dato ispirazione a Visconti per Gruppo di famiglia in un interno, in cui la parte del professore era affidata a Burt Lancaster. Lo videro insieme, appena uscito, nel dicembre 1974. Racconta González-Palacios che il film non era piaciuto a Praz perché «era insincero e i quadri che si vedevano erano dei falsi… Io ho dei quadri veri, non delle copie». Ma soprattutto il professore non aveva digerito la ricostruzione di una situazione che agli spettatori poteva apparire divertente ma che per lui non lo era affatto.

Era accaduto che un appartamento di palazzo Primoli tra 1972 e 1979 fosse stato preso in subaffitto da Mario Schifano. «Praz», scrive  González-Palacios, «fin dal primo giorno fu molto seccato dalla vicinanza col pittore che, per quanto fosse un uomo amabile, frequentava persone moleste che il professore detestava, “urlano, mi svegliano di notte, sono spaventosi”». Del tutto opposto invece il punto di vista di sua moglie Teresa: «Sono bravissimi, ridono sempre e fumano come turchi sdraiati sui divani... cantano, si abbracciano e si baciano, sono bambini... così simpatici e belli, mi hanno fatto ballare con loro, mi povera vecia».

Ritorno a casa

Ritratto di Madeleine Castaing, Chaïm Soutine (Wikipedia)

Nel libro non ci sono solo storici dell’arte e grandi arbitri del gusto. C’è spazio anche per alcune regine del collezionismo, come madame Madeleine Castaing, incontrata nella sua casa parigina all’angolo tra rue Jacob e rue Bonaparte, dove i muri grondavano di opere di Soutine: lei era capace di «far diventare chic ciò che in altre mani sarebbe rimasto kitsch». O come Peggy Guggenheim «uno dei grossi ego del mecenatismo dell’ultimo secolo», i cui rapporti d’amore sono una specie di breviario della storia dell’arte del Novecento, da Max Ernst a Jackson Pollock passando per Marcel Duchamp.

L’ultimo capitolo del libro riserva una sorpresa, perché del tutto disallineato sia anagraficamente che sociologicamente con tutti gli altri protagonisti, «Fin da giovanissimo sono stato un gerontofilo», ammette infatti l’autore, «la compagnia degli anziani mi infondeva sicurezza». Invece a pagina 460 appare un personaggio nato nel 1960 e contiguo a González-Palacios per le sue radici caraibiche: è Jean-Michel Basquiat, figlio di padre haitiano e madre di origine portoricana. Con lui l’autore torna a perlustrare le sue stesse radici, in pagine precise e appassionate capaci di ribaltare i troppi luoghi comuni critici con i quali l’artista è stato sempre etichettato. Un finale che risuona come un ritorno a casa.


Forse è tutta questione di luce. Ritratti e incontri (Salani 2022, pp. 496, euro 22) è un libro di Alvar González-Palacios

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