I medley dei due artisti che hanno visto crescere la generazione X sono entrati di diritto nella parte della puntata del Festival che riguarda i grandi ricordi. Sic transit adolescentia mundi: siamo diventati i nuovi anziani da risvegliare tra un blocco di cantanti e l’altro con qualcosa che ricordi la gioventù
Siamo vecchi. Una volta a Sanremo ad animare il pubblico over venivano Al Bano, i Pooh o Massimo Ranieri, oggi i super ospiti che lanciano il karaoke dal divano sono quelli che si ascoltavano sul cd player seduti da veri fighi all’ultima fila del pullman quando si andava in gita con la scuola.
Tiziano Ferro e Max Pezzali – classe 1980 il primo, millennial ad honorem pure lui, del 1967 il secondo, ma ancora fortissima influenza su chi è cresciuto tra anni Novanta e i primi Duemila – hanno scaldato una serata che per il resto (e lo dimostrano gli ascolti) non ha entusiasmato.
Appena salutata la signora Gianna, che con i suoi 105 anni e il suo voto per la repubblica nel 1946 in una famiglia «tutta di sinistra» si fa prova tangibile del coté repubblicano di Carlo Conti, un momento intelligenza artificiale Rai che “trasforma” gli spettatori in Papaveri e papere, è un Tiziano Ferro avvolto da un doppio petto di brillantini a caricare la sala stampa. Ti scatterò una foto e La differenza tra me e te, colonne sonore di cuori spezzati in quarta ginnasio dell’eroe Tiziano che con la sua storia di bullismo ha offerto un riferimento a chi soffriva le angherie dei compagni di scuola.
Non è un caso se i suoi tour negli stadi – come quelli di Pezzali – sono pieni di ascoltatori-nostalgia. E poi Xdono, 25 anni portati benissimo, quel che è fatto/è fatto io però chiedo scusa. Si canta a squarciagola, poi al posto di Sere nere e Non me lo so spiegare però Tiziano canta il nuovo singolo Sono un grande e la delusione per i nostalgici che vivono in noi è grandissima.
Carta karaoke
In un’assenza di gag e dialoghi che siano sopravvissuti alla serata, il secondo momento comunitario in sala stampa, che poi è un po’ un gigantesco gruppo d’ascolto meno comodo di quelli casalinghi per assenza di divani, è stato il collegamento con la nave da crociera in rada. Perché comunque Sei un mito la sappiamo tutti, anche quelli che a 14 anni facevano i sofisticati e ascoltavano solo i Radiohead: la scenografia è quella delle grandi serate Rai, con degli inenarrabili pupazzi arbre magique che danzano e l’inquadratura stretta su un uomo-pupazzo due di picche che incarna un po’ il sentimento di delusione amorosa dei maschi che compare così spesso nei testi di Pezzali.
Quando dopo Nella notte e La regina delle celebrità (che pure vengono cantate a squarciagola da noi, i nuovi anziani da risvegliare tra un blocco di cantanti e l’altro con qualcosa che ricordi la gioventù) Carlo Conti saluta Pezzali e gli dà appuntamento alla seconda serata, si fa quasi largo una certa delusione per il ritorno alla gara.
E mentre qualcuno si chiedeva ancora l’origine dello sfondone sulla grafica dell’Ariston “Repupplica” – niente correttore di bozze come agli approfondimenti o in testata? Qualcuno si chiede addirittura se ci sia stato un intervento voluto – poco prima di mezzanotte Conti punta su un’altra carta nostalgia e lancia Kabir Bedi. Il Sandokan del 1976 abbraccia quello che va in onda cinquant’anni dopo. Tutto è bene quel che soddisfa la nostalgia.
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