Terribili, tra i più brutti di sempre. E contenuti micidiali, vòlti all’anestetizzazione e al disimpegno di massa. Nulla possono J-AX, Dargen D’Amico ed Ermal Meta per correggere anche solo il tiro, contro l’onda d’urto teofanica di una Trimurti tutta amori, dolori ed eruzioni dell’ego
«Mi sveglio sotto la pioggia che cade» (Tommaso Paradiso, I romantici) e «mi trema anche la gola, / la voce non mi trova, / le mani ora mi ingannano. / È così, ci si innamora...» (Levante, Sei tu). «Con l’adolescenza […] ho capito che cos’era la passione, / che non c’entra con il cuore» (Arisa, Magica favola), e «a volte capita / che sorride anche una lacrima» (Francesco Renga, Il meglio di me), ma «quando ti senti stanc[o] delle delusioni / [...] l’unica certezza sono le canzoni» (Bambole di pezza, Resta con me) anche se «nulla è per sempre» (Samurai Jay, Ossessione).
«A cosa serve il tuo odio / se la colpa è solo tua?» (Chiello, Ti penso sempre), «che scegli sempre quello che ti farà male / e resti sola dentro un letto da rifare» (Eddie Brock, Avvoltoi)? «Non è che voglia litigare» (Ditonellapiaga, Che fastidio!), e «c’è bisogno di dolore per un po’ di felicità» (Enrico Nigiotti, Ogni volta che non so volare), ma «mi dici vieni qui e poi te ne vai» (Dargen D’Amico, AI AI), e io «un po’ ti odio, un po’ I love you» (Elettra Lamborghini, Voilà) e allora, onde «evitare una notte di guai» (Lda e Aka Seven, Poesie clandestine), «resto solo insieme a me / toccando il fondo in una stanza di un hotel» (Fedez e Marco Masini, Male necessario).
Ora che «non ho voce / nemmeno per gridare, che lo so che parti / solo per stare lontano da me» (Luchè, Labirinto), spero di essere stato «il migliore dei tuoi sbagli» (Fulminacci, Stupida fortuna), ma «la verità è che fare la pace alla fine è più naturale» (Leo Gassmann, Naturale). «Ce la fai?» (Nayt, Prima che), perché «senza te / [...] / non ha senso vivere» (Sal Da Vinci, Per sempre sì), e, se «sulla terra siamo soli», meglio essere «solitari in compagnia» (Patty Pravo, Opera). E poi, dai, è «più facile perdonarci» (Maria Antonietta e Colombre, La felicità e basta), e tu «lo sai / che ci perdoniamo sempre» (Malika Ayane, Animali notturni).
«Quando sei con me / il cielo, sai che c’è, / mi ricorda l’estate» (Mara Sattei, Le cose che non sai di me), e «ora e per sempre, amore mio, / era previsto che sarei rimasto io. / Non avevamo molte probabilità, / ma siamo ancora qua» (Raf, Ora e per sempre), e io «scalerei la terra e il cielo, / anche l’universo intero, / per averti ancora qui con me» (Serena Brancale, Qui con me). «Sarà anche colpa del tuo aspetto, / ma di me non ho rispetto» (Tredici Pietro, Uomo che cade). «Pensa tu che scemo» (Michele Bravi, Prima o poi).
Testi terribili, fra i più brutti di sempre, quelli della settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo. E contenuti micidiali, vòlti all’anestetizzazione e al disimpegno di massa. Nulla possono J-Ax (Italia starter pack), Dargen D’Amico (AI AI) ed Ermal Meta (Stella stellina), per correggere anche solo il tiro, contro l’onda d’urto teofanica di una Trimurti tutta amori, dolori ed eruzioni dell’ego che non ha precedenti nelle ultime edizioni della più longeva kermesse canora italiana.
Amore sgomina la concorrenza – è la parola “piena” di gran lunga più frequente nei trenta testi in gara: 46 attestazioni, stando al sito Le parole di Sanremo – , e non inganni la presenza strabordante del tu (133 presenze, oltre alle 80 di te) rispetto a quella, comunque rilevante, dell’io (98 presenze).
La pronunciata sovraesposizione del sé cui ci hanno ormai abituato i social – che però ruttano, più che eruttare – calca quest’anno spudoratamente il territorio (quasi vergine) di una nuova forma di personalizzazione che fa nomi e cognomi («Elettra, Elettra Lamborghini / ma che notte / che casino»; «che brutta gente che frequenta Fedez, / ma ci si dimentica sempre che Giuda / se la faceva con gente perbene»), o li scompone e ricompone alla maniera del verlan.
Lo fa Levante, in modo velante («non mi segue più il corpo / e la testa che gira, mi gira, / si gira a fissare il pensiero fino a dove sono valente, / il timore di niente»), e anni fa già lo fece – giocando invece allo scoperto – Tiziano Ferro: «Notizia è l’anagramma del mio nome» (Indietro, 2008).
«Non conta l’ego, contano i concetti», canta Luchè. Vai a sapere quali. «Scappiamo», gli fanno eco Maria Antonietta e Colombre. Buona idea.
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