Nel 2018 Lucia Ronchetti mi ha chiamato per dirmi che stava componendo una nuova opera lirica, Inferno, tratta dal poema di Dante. «C’è un problema, però: vorrei far cantare anche Lucifero. Solo che ci vorrebbero delle parole da mettergli in bocca. Potresti scriverle tu?».

Io, confrontarmi con Dante? Immaginare che cosa potrebbe dire il Male in persona? Ho accettato perché Lucia Ronchetti ha il coraggio di pensare in grande, e questo è di esempio e di sprone per me. Sei fai arte è giusto così, è sciocco cincischiare con le piccolezze.

L’ho conosciuta dieci anni fa, durante una residenza per musicisti, artisti e scrittori a Bamberg, in Alta Baviera. Lì ho visto quanta forza e ambizione artistica c’è in questa compositrice capace di affrontare progetti e partiture monumentali.

UNA COMPOSITRICE EUROPEA

Le sue musiche sono molto amate e circolano in Europa, ancora più che in Italia. La produzione più impegnativa andata in scena nel nostro paese è stata Inedia prodigiosa, nel 2018, sulle digiunatrici mistiche. Prodigiosa davvero è stata anche l’esecuzione francese del 2024, alla Philarmonie di Parigi, con un imponente coro di centoquaranta cantanti professionisti e dilettanti. Dal 2021 al 2024 ha diretto la Biennale Musica di Venezia. Ora, cinque anni dopo il debutto a Francoforte, il Teatro dell’Opera di Roma produce un nuovo allestimento di Inferno, al Teatro Costanzi per cinque repliche, dal 19 febbraio al 7 marzo, con Tommaso Ragno (Dante), Laura Catrani (Francesca), Leonardo Cortellazzi (Ulisse), Andreas Fischer (Lucifero), regia di David Hermann, direzione d’orchestra di Tito Ceccherini.

Nel libretto c’è anche un epilogo con il mio breve testo, il canto di Lucifero, un contributo minimo rispetto all’impresa titanica di Ronchetti. Ma otto anni fa, quando l’ho scritto, confrontarmi con lei mi ha permesso di vedere attraverso uno spiraglio quale rincorsa ci voglia per ideare opere di musica contemporanea, quanta pazienza e tenacia per riuscire a portarle in scena.

Le avevo mandato qualche ipotesi di testo. Ho ritrovato una mia mail di quei mesi. Penso valga la pena pubblicarne un estratto. Fra le altre cose, mi permettevo qualche giudizio troppo severo su Dante: ma è evidente che il capostipite di tutti noi fu fin troppo coraggioso nello sconvolgere tutti i tabù, toccando le piaghe politiche e teologiche più roventi. In quella mail a Lucia Ronchetti mi sono lasciato prendere un po’ la mano, più che altro per ripensare alla postura italiana di fronte ai potenti. Eccone qualche stralcio.

LUCIFERO AUTISTICO

Cara Lucia,

bene, sono contento che la prima impressione sia positiva. Mi raccomando, devi essere convinta, e soprattutto sei tu la signora e padrona della tua opera, visto che ci dovrai lavorare tanto: quindi non farti problemi a tagliare, spostare, o anche a dirmi di rimodellare, escludere, aggiungere, ampliare, cambiare rotta...

[…] Non sono uno studioso dell’opera lirica, ma ricordo di aver letto testi di musicologia che, descrivendo la struttura dell’opera lirica del Settecento, mettono in evidenza una caratteristica fondamentale che differenzia aria e recitativo: la prima è statica, esprime la situazione del personaggio, i suoi stati d’animo; il secondo è narrativo, serve alla trama, fa avanzare il racconto.

Da questo punto di vista, il mio Canto di Lucifero è più un’aria che un recitativo, me ne rendo conto meglio adesso, riflettendo sul tuo (generoso) giudizio che lo considera “drammatico”, cioè potenzialmente efficace per la scena.

È statico narrativamente, anche perché nella Commedia dantesca è così: Lucifero non interagisce con nessuno, è autistico, sigillato in sé stesso, a differenza degli altri dannati che, bene o male, dialogano con Dante o addirittura vivono delle esperienze inaspettate al suo passaggio. Non ci sono dunque appigli narrativi nel testo di Dante: viene descritta la situazione eterna di Lucifero, ma in quei momenti, quando arriva Dante, a Lucifero non “succede” niente: l’unica cosa che gli succede è che Virgilio e Dante si arrampicano sulla sua gamba, sul suo pelame di gigante, ma di questo lui non si accorge.

DANTE INTERVISTATORE PAVIDO

Nel mio canto c’è la descrizione della situazione di Lucifero, del suo autismo comunicativo: non può parlare, può solo rimestare in bocca una parola non significativa, inespressiva, masticando la sua sostanza entropica: ma prova a immaginare che cosa sarebbe successo se Dante avesse dialogato con lui, in persona! Con il male assoluto! Invece, poeticamente, non se l’è sentita, non ha avuto il coraggio di parlargli, di ascoltarlo. Questo silenzio, questo dialogo mancato, è simmetrico al confronto con Dio, alla fine del Paradiso.

Sia Lucifero che la Trinità nella Commedia non sono soggetti attivi ma oggetti: li si guarda, se ne prende atto (su Lucifero ci si può arrampicare, in qualche modo lo si può e lo si deve sfruttare anche fisicamente... però non vorrei esagerare nelle interpretazioni allegoriche morali), ma restano enigmi che non parlano, non dicono nulla. Dante, con umiltà, non si prende l’arbitrio di farli parlare, di citarli.

Ma fa comunque impressione che la Commedia sia un ininterrotto chiacchiericcio, bisticcio, scontro, implorazione, intervista, amichevole scambio, devota conversazione con tutto e tutti, tranne che con le due uniche entità che contano, e che sono origine e causa della situazione di tutti quanti gli altri...

C’è una specie di dissimulata disperazione, o meglio, di resa della parola poetica, che può interagire e mescolarsi con le parole di tutti quanti, tranne che con quelle del Male e del Bene, di Lucifero e di Dio... Perché Dante non ha posto delle domande a Lucifero e a Dio? Che m’importa, al confronto, di quel che hanno da dire Farinata o Francesca da Rimini o Ulisse, se non provi a far parlare i responsabili primi?

Con una battuta, potremmo dire che Dante è una specie di intervistatore pavido. Con Lucifero e Dio ha avuto un atteggiamento peggiore delle “interviste in ginocchio” dei giornalisti accondiscendenti che non pongono domande scomode ai potenti: ha direttamente evitato di farle! Da questo punto di vista è all’origine della mancanza di coraggio tipicamente italiana nei rapporti col potere, la sua debolezza nella parresìa, la forza d’animo di “dire la verità al potere”, di dirgliela in faccia.

Se ci pensi è veramente inaudito: una lunghissima avventura, pericolosa, spaventosa, un attraversamento dell’inferno intero, una interminabile rincorsa per arrivare di fronte al Male in persona e per non chiedergli niente! (E lo stesso davanti a Dio, con l’aggravante che per arrivare fino a lui c’è stato bisogno di attraversare inferno, purgatorio e paradiso...).

IL PORTAVOCE DEL NIENTE

Venendo, più modestamente, al mio piccolo Canto: non “succede” narrativamente niente. Succede che, a differenza di Dante, qui si fa parlare Lucifero (benché lui dica chiaramente che il suo discorso è una finzione, non c’è, non può esserci, ma è una proiezione di chi lo ascolta), per fargli dire che non può parlare, e che questo non-parlare è proprio l’espressione più pura del niente, è il suo modo di testimoniare il niente, la mancanza di essere. E, dunque, che cosa succede?

Succede un suo discorso, un suo ragionamento, che per essere “drammatico”, cioè scenicamente forte, deve giocare le sue cartucce sull’interesse del discorso in sé, e sulle scelte retoriche, linguistiche, frase per frase. Nel mio testo ci sono piccoli (e anche meno piccoli) colpi di scena concettuali, discorsivi, più che narrativi. […]

Da una mail di Tiziano Scarpa a Lucia Ronchetti, 30 maggio 2018.

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