«Uno finisce per assomigliare a ciò che ha intorno», ha detto Jonathan Bazzi, che ha dialogato con il giornalista ambientale all’evento Le sfide di Domani discutendo del paradosso di Milano, città guidata da sindaci progressisti con disuguaglianze sempre più grandi
«Ricomincerò a lamentarmi di Milano: è diventata un laboratorio di diseguaglianze. È importante parlarne in una città che ha un governo progressista da tre mandati», ha detto Ferdinando Cotugno a Il senso della città. La città è di tutti, nella seconda giornata del nostro evento Le sfide di Domani. Con lui sul palco lo scrittore Jonathan Bazzi, moderati da Youssef Hassan Holgado. «Chi vive in affitto è in rapporto feudale con i proprietari di casa: il coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze, in Europa raggiunge 0,29. L’Italia supera la media europea, Milano è 0,54, c’è una distribuzione del reddito come in Brasile».
Il desiderio di “vivere in città” non deve essere una scusa per avallare le disuguaglianze, spiega ancora il giornalista specializzato in vicende ambientali. «Milano ha anche perfezionato il miliardario progressista, che è la figura che muove la politica in questa città», continua Cotugno. «Il prezzo a metro quadro a Milano ha superato quello di Londra, ma gli stipendi restano quelli italiani». Insomma, si finisce per vivere in due città contemporaneamente: difficile farlo a lungo prima di essere lacerati.
Bazzi la prende da un altro versante: «Vengo da Rozzano: non potendo contare su una famiglia che mi potesse sostenere me la sono sempre dovuta cavare da solo», spiega lo scrittore. Nonostante la sua situazione economica sia migliorata, è diventato quasi più difficile sopravvivere, spiega Bazzi, che racconta anche quanto sia difficile confessare le proprie difficoltà nella città dell’autorappresentazione. Che però è anche quel luogo dove a 40-50 anni si finisce per vivere in condivisione, e non per propria volontà. «Non sono critico verso la ristrutturazione della città, ma credo sia stata troppo squilibrata: non ci si rende conto di quante esigenze abbia la città».
La propensione alla frenesia, rappresentata plasticamente dai grattacieli che si rivolgono verso l’alto, non riguarda la riqualificazione delle zone che davvero ne avrebbero bisogno. «Le nuove generazioni vivono con tensione e rabbia la polarizzazione della ricchezza. Serve più sinistra, rendersi conto che le operazioni cosmetiche verso le periferie non sono sufficienti. Capisco la volontà di rendere Milano competitiva, ma la città è fatta di tante persone».
Alla fine, le periferie sono rimaste le stesse, ma le persone che ci vivono non producono opinione. E quindi, si possono tralasciare.
Città verdi e lontane
C’è anche il rischio ecologico: mappe del calore e del verde sono sovrapponibili alla distribuzione della ricchezza, aggiunge Cotugno. «C’è anche tanto proletariato climatico in città, persone che non hanno un’alternativa a stare in città quando la crisi climatica dispiega i suoi effetti», dice il giornalista, ricordando che siamo in prossimità dell’arrivo di un “super El Nino”.
Ma le città sostenibili non possono essere soltanto per ricchi: «Dalle ricerche ad hoc emerge come Milano sia il posto dove si muore più di caldo in Europa». Di caldo si muore più che di alluvioni e altri eventi climatici: e se l’energia elettrica costa tanto, spesso non ci sono i soldi per accendere l’aria condizionata. «La diseguaglianza economica viene potenziata da quella ambientale e viceversa. Questo rapporto andrebbe reso visibile dalla politica», dice ancora Cotugno.
Ma la periferia non è lasciata indietro solo per il clima: si tende al centro anche per vita ed esperienze. Quasi una relazione tossica, visto che paradossalmente i centri minori e le periferie sanno essere meno caotici e faticosi. «Mi trovo a pensarci spesso», dice Bazzi. «Quando ero ragazzo, la popolazione era molto più diversificata rispetto a quella che abita a Rozzano, di dove sono originario, oggi. Con il tram però raggiungevo quelle cose che non c’erano da me: le librerie o il cinema».
Una tensione che ha continuato a crescere per la sua rabbia e la frustrazione. «Quello è un ambito in cui bambini che subiscono cose in casa, quando trovano l’anomalia, l’anello debole, hanno l’occasione per agire quel che hanno visto in quel contesto». A Milano, invece, poteva confondersi, racconta lo scrittore.
Cambi di prospettiva
Un’attrazione che cambia, ma che rimane costante nell’intensità. A meno di un colpo di scena: «Una cosa che mi ha fatto uscire dall’ossessione di voler sempre essere al centro è stato il rapporto con i miei gatti», dice Bazzi. «C’è un piano che non veniamo più invitati a coltivare, quello del contatto fisico: quando ho pensato alla possibilità di poter andare altrove, è stato perché mi sono reso conto che tutte le cose che mettevo in relazione con la città forse non erano così essenziali».
E allora, che misure radicali servono per migliorare le città? «Smettiamo di dare le piscine pubbliche a soggetti privati», insiste Cotugno, che chiede più sostenibilità e costi più bassi per gli accessi per consentire a tutti di sopravvivere in città anche alle giornate più calde.
«I fondi - aggiunge Bazzi - andrebbero investiti in maniera mirata nelle zone che se la passano peggio. Lì spesso c’è un nodo di questioni: di soldi, psicologiche, istruzione. L’orizzonte è striminzito: bisognerebbe impegnarsi per far sì che chi nasce in quei luoghi non sia lasciato a sé stesso». Lo scrittore chiede meno ristrutturazioni-specchietto per le allodole, più progetti per riscrivere il futuro. Anche perché «uno finisce per assomigliare a ciò che ha intorno».
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