«L’asse tra Netanyahu e Trump ha danneggiato per primi i loro principali alleati, sia nel Golfo sia in Europa», dice Gad Lerner all’evento di Domani a Milano
«Ma Ben-Gvir crede in Dio?», «Crede in Dio più o meno quanto un Matteo Salvini che agita il rosario in piazza del Duomo». La domanda è di Walter Siti, la risposta è di Gad Lerner. Da queste conversazioni tra lo scrittore e il giornalista è nato l’incontro «Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà» che si è tenuto all’evento “Le sfide di Domani” a Milano.
Sono tempi in cui il fanatismo ha preso il sopravvento. Gli spari contro i due militanti dell’Anpi il 25 aprile per mano di un ragazzo della Comunità ebraica di Roma è l’esempio più recente. Quali sono le radici di questo cortocircuito?
La paura e l’autoisolamento. Il sentirsi soli contro tutti. Il senso di appartenenza che frena e censura qualsiasi spirito autocritico all’interno delle comunità. Questo io l’ho visto purtroppo crescere anche dentro la comunità ebraica italiana.
Come si esce da questa spirale di violenza?
Qui abbiamo la fortuna di vivere mescolati. Le metropoli occidentali — penso al sindaco di New York o a quello di Londra — sono già l’esito ineluttabile del fenomeno dell’emigrazione. Credo e spero che nelle nostre società quella forma di fanatismo non possa esplodere con la stessa violenza che vediamo dove invece si è costruita nel tempo la separazione. Anche in Medio Oriente, anche in terra di Palestina e Israele, ci sono state epoche di difficile convivenza, ma si è lavorato per separare le comunità. È qualcosa di disastroso e, per certi versi, di anacronistico. Può portare soltanto a una guerra che poi non si riesce a fermare. Tornare indietro sarà inevitabile. Il problema è attraverso quali altri bagni di sangue dovremo passare prima.
Netanyahu ha più volte detto che cambierà lo status quo del Medio Oriente. Se guardiamo da qua a un anno. Che cambiamento vede?
Netanyahu aveva scommesso di essere capace di costringere le petro-monarchie del Golfo a entrare in guerra con l’Iran. Pensava: loro non vogliono, ma creeremo una situazione di fatto in cui l’Arabia Saudita dovrà scegliere. Era convinto che i curdi del nord Iraq, da Erbil e da Sulaymaniyya, avrebbero approfittato della situazione per invadere il territorio iraniano. Nessuna di queste condizioni si è verificata. Il paradosso è che l’asse Netanyahu-Trump ha danneggiato per primi i loro principali alleati, sia nel Golfo sia in Europa. Credo che Netanyahu sia davvero in un vicolo cieco. Ormai è palese: sono passati quasi tre anni dal 7 ottobre 2023 e la superiorità militare da sola non garantisce sicurezza.
Forse lo status quo che è profondamente cambiato, al momento, è nel rapporto con gli alleati?
Certo. Oggi Meloni e Salvini non possono dirsi amici di Netanyahu. Anche la Germania mollerà presto. Questo isolamento è pericolosissimo per il mondo ebraico, perché si accompagnerà a una riesplosione, già in atto, di odio antisemita che rischiamo di pagare tutti in maniera molto grave. Ma è la sconfitta della linea di Netanyahu, del suo modo di interpretare la lezione della Shoah: siccome nessuno mosse un dito per salvarci quando ci deportarono e ci massacravano, possiamo contare solo sulla nostra forza militare. Non è stato così nel dopoguerra, non è stato così con la nascita dello Stato d’Israele e non lo sarà neanche domani.
Che prospettiva vede? A breve si tornerà anche alle urne.
Purtroppo oggi i partiti dell’opposizione che vogliono scalzare Netanyahu ritengono di dover assecondare l’idea diffusa secondo cui Israele non può permettersi di riconoscere la nascita di uno Stato palestinese. Il punto è che si è vista l’inefficacia dell’idea radicale di ridisegno del Medio Oriente di Netanyahu. Ma vedo anche che la gente sta aprendo gli occhi. Di recente sono stato in Israele e nelle nuove manifestazioni di protesta emerge il “no” all’invasione del Libano, il rifiuto dell’illusione di risolvere il problema rendendo inabitabili i villaggi sciiti di confine: secondo me questa percezione si allargherà. Sarò accecato dalla speranza, ma non vedo alternativa.
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