La soia è un elemento essenziale nella nostro sistema produttivo e alimentare ma, per questo, è accusato di avere un impatto ambientale insostenibile. Tuttavia, il problema non è il tofu o il tempeh ma gli allevamenti intensivi che costituiscono una filiera – quelle delle industrie zootecniche – che continuano indisturbate il loro profittevole e distruttivo operato
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Le diete vegana e vegetariana fanno largo uso di soia. La produzione di soia, a livello mondiale, è tra i principali fattori di deforestazione. Il colpevole (presunto) è presto trovato: il tofu distruggerà l’Amazzonia. Peccato che all’equazione manchi il vero, grande, divoratore di soia: l’allevamento intensivo.
Dati alla mano, il trucco si vede subito. Seconda solo alla Cina, l’Unione europea importa ogni anno circa 30 milioni di tonnellate di semi di soia, in gran parte da Brasile e Stati Uniti. E sì, l’impatto di questo commercio è imponente: la soia, da sola, rappresenta quasi un terzo della deforestazione attribuibile all’Ue. Ma dove finiscono queste tonnellate di semi di soia? Il 90 per cento è utilizzato come mangime. A livello globale la situazione non migliora di molto: oltre tre quarti della soia prodotta servono a nutrire gli animali allevati.
Il paradosso è evidente: la soia potrebbe essere un ottimo alleato per una dieta bilanciata, se consumata direttamente dalle persone. Come tutti i legumi, offre proteine, fibre e nutrienti. Quando però viene “processata” attraverso gli allevamenti, gran parte di questo valore si perde: per ogni 100 grammi di proteine vegetali somministrate agli animali, ne tornano solo 5-40 sotto forma di carne o latticini.
Accuse ingiuste
Tofu e tempeh rappresentano poco meno del 5 per cento della produzione globale di soia e tuttavia occupano il banco degli imputati. La ragione non è difficile da immaginare: questa narrativa permette alle grandi industrie zootecniche, di mangimi e di fertilizzanti e pesticidi di continuare indisturbate il loro profittevole e distruttivo operato. Da solo, l’industria di mangimi composti ha un fatturato annuo di oltre 400 miliardi di dollari americani: praticamente una cifra pari al Pil del Sudafrica.
Il falso mito della soia “dei vegani” nasconde una realtà ben più insidiosa: quella della soia riversata a tonnellate in un sistema che incoraggia il consumo di carne e altri derivati animali così che la domanda di questi alimenti cresca, anno dopo anno. Un sistema che spreca risorse e presenta un conto salato, pagato in primis da miliardi di animali rinchiusi in capannoni e gabbie sovraffollate, ma anche dalla nostra salute e dall’ambiente.
Ignorare gli impatti negativi della zootecnia industriale significa ignorare la loro portata distruttiva. Si stima che l’80 per cento dell’inquinamento d’azoto negli ambienti acquatici europei e il 90 per cento delle emissioni di ammoniaca siano dovuti ad attività agricole legate agli allevamenti. Nonostante la gran parte del terreno agricolo mondiale sia destinata alla zootecnia, questa produce solo il 18 per cento delle calorie globali e il 37 per cento delle proteine totali.
L’inefficienza del nostro sistema alimentare è quantificabile: secondo la Fao, a livello globale i costi nascosti ambientali, sociali, sanitari ed economici ammontano a 11.600 miliardi di dollari annuali. Oltre quattro volte il Pil dell’Italia.
Alternative più sostenibili, rispettose degli animali e dell’ambiente esistono già. E occasioni come la Giornata mondiale dei legumi (che cade il 10 febbraio) ci ricordano l’importanza di ridurre la nostra dipendenza da prodotti di origine animale, scegliendo diete varie e ricche di cereali, verdure e legumi.
Un sistema alimentare che lavori con la natura – e non contro di essa – è possibile. Permettiamo agli animali di vivere vite degne, esprimere i propri comportamenti naturali e di nutrirsi di ciò che noi non possiamo mangiare, come l’erba. Solo così potremo costruire un futuro più giusto. Per tutte e tutti.
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