Il movimento ha coniugato aiuto materiale e missione religiosa, trovando terreno fertile nelle grandi città americane, segnate da povertà urbana, immigrazione massiva e un welfare pubblico ancora embrionale. Anticipando i modelli di assistenzialismo del New Deal
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Quando i primi ufficiali dell’Esercito della Salvezza arrivarono a New York nel marzo del 1880 – guidati dalla coraggiosa George Scott Railton e da sette giovani “Hallelujah Lassies” – pochi avrebbero immaginato che quella piccola delegazione britannica avrebbe finito per diventare una delle principali organizzazioni caritative degli Stati Uniti entro l’inizio del XX secolo.
Secondo il War Cry, il giornale dell’organizzazione, i primi anni furono «una combinazione di ostilità di strada e determinazione evangelica».
Ma l’insistenza del movimento nel coniugare aiuto materiale e missione religiosa trovò terreno fertile nelle grandi città americane, segnate da povertà urbana, immigrazione massiva e un welfare pubblico ancora embrionale.
La crisi economica
Già nel 1890, l’Esercito della Salvezza aveva aperto mense e rifugi permanenti a Chicago, Cleveland, San Francisco e Boston, seguendo il modello concepito dal fondatore William Booth nel suo celebre In Darkest England and the Way Out (1890), che proponeva una rete di servizi sociali basata su lavoro, dignità e sostegno immediato ai più vulnerabili.
La sua filosofia era sorprendentemente moderna: «Non basta predicare alla gente affamata. Bisogna dare loro da mangiare». Negli Stati Uniti, quell’intuizione si rivelò cruciale quando l’economia precipitò con il crollo di Wall Street del 1929.
La Grande depressione trasformò l’organizzazione in una sorta di pronto soccorso nazionale della fame. Le stime interne dell’epoca indicano che tra il 1930 e il 1933 il numero di pasti distribuiti aumentò di oltre il 300 per cento. Le scene delle soup line dell’Esercito della Salvezza sono descritte anche in resoconti giornalistici dell’epoca: il Chicago Daily Tribune raccontava nel 1931 che «le file iniziano prima dell’alba e scivolano ininterrotte per ore».
Zuppe e verdure
Quanto al contenuto dei piatti, la cucina dell’organizzazione seguiva una logica semplice: massima resa calorica, costo minimo, pochissimo spreco. La zuppa di patate e cipolle era onnipresente – riportata in decine di menù delle men’s social service center dell’epoca – perché affidabile e facilmente replicabile in quantità gigantesche.
A volte si aggiungevano rape, sedano o carote, spesso provenienti da donazioni agricole o da eccedenze comprate a basso prezzo grazie ai programmi federali di sostegno agricolo introdotti dal 1933.
Lo stew, un ipotetico spezzatino di manzo, era spesso tale solo di nome. Come racconta un volontario intervistato anni dopo dallo storico Edward McKinley nel volume Marching to Glory (1979), «si usava un osso grande più come talismano che come ingrediente: lo bollivamo finché non smetteva di dare sapore, poi lo mettevamo nel freezer per la settimana dopo».
È un’immagine ironica ma realistica: il manzo era caro, raramente disponibile, e quasi mai abbondante. Il resto del piatto era composto da patate e verdure resistenti, tagliate grossolanamente, che potessero riempire le pance dei disoccupati.
Il pane raffermo, donato dalle panetterie locali, veniva “rigenerato” in brodo caldo, una tecnica che compare anche nelle raccomandazioni interne per le mense pubblicate dall’Esercito nel 1932.
L’avena costituiva invece la colazione standard, soprattutto nei rifugi destinati ai senzatetto: economica, nutriente e praticamente impossibile da rovinare. Quanto al caffè, lo si diluiva tanto che, come scherzava un giornalista del Baltimore Sun nel 1932, «la caffeina sembra più un partecipante occasionale che un ingrediente principale».
Gioia e ciambelle
Un elemento più gioioso, quasi fuori posto nel grigiore dell’epoca, era la presenza delle ciambelle.
Le famose Donut Girls erano nate durante la Prima Guerra Mondiale, quando le infermiere dell’Esercito della Salvezza friggevano ciambelle nelle trincee francesi per i soldati americani. La tradizione continuò negli anni Trenta, e non è un caso che la ciambella sia diventata un simbolo identitario dell’organizzazione. In molti centri di distribuzione, rappresentava l’unico momento di dolcezza della giornata.
Gran parte dell’efficacia operativa dell’Esercito della Salvezza derivava dalla sua struttura pseudo-militare. La rigida organizzazione gerarchica – capitani, maggiori, colonnelli – rendeva possibile coordinare migliaia di volontari con un’efficienza notevole per l’epoca, soprattutto in confronto alla frammentazione del resto del settore caritativo.
Le brass band, spesso presenti vicino alle mense, svolgevano una funzione tanto simbolica quanto psicologica: offrivano un barlume di normalità e intrattenimento in un periodo in cui anche la radio non era più alla portata di tutti.
Un welfare diverso
Quando, a metà anni Trenta, le politiche del New Deal iniziarono finalmente ad alleviare la crisi, l’Esercito della Salvezza poteva già rivendicare un ruolo fondamentale nella sopravvivenza materiale di milioni di persone.
Come scrive lo storico Lillian Taiz in Hallelujah Lads and Lasses (2012), l’organizzazione «anticipò molte delle funzioni che sarebbero state poi assunte dal welfare pubblico», spesso inventando soluzioni logistiche da cui l’amministrazione federale avrebbe tratto ispirazione.
Forse la sua eredità più sorprendente non è solo nei numeri impressionanti – milioni di pasti, decine di migliaia di rifugiati urbani assistiti – ma nella memoria collettiva che ha lasciato: l’idea che un piatto di zuppa, servito senza giudizio e senza retorica, possa davvero tenere insieme una comunità in crisi. Lo disse bene Evangeline Booth, comandante nazionale durante la Grande Depressione: «Dove c’è sofferenza, noi portiamo un cucchiaio».
Una definizione perfetta di ciò che, tra trombe, padelle giganti e innumerevoli patate pelate, l’Esercito della Salvezza seppe fare meglio di chiunque altro: trasformare il poco in abbastanza.
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