L’artista (nato il 2 ottobre del 1936) racconta in un libro pubblicato da Adelphi ai suoi lettori-osservatori ciò che accade quando crea. «Se qualcuno ci indaga passando dal nostro aspetto, ci fa sentire subito scoperti e vulnerabili»
Mi sono accorto che stavo invecchiando quando, prima di scendere un gradino, ho indugiato a guardarmi la punta delle scarpe. La vecchiaia mi metteva in guardia e si prendeva cura della mia stabilità. Annunciandomi il suo arrivo mi suggeriva i gesti che le si adattavano meglio.
Se si interessa al mio corpo, ho pensato, niente esclude che stia facendo la stessa cosa con la mia mente; in quell’istante ho preso coscienza che il sopraggiungere dell’ultimo tempo della vita non solo cambia alcune cose del corpo e della mente, ma addirittura, almeno nel mio caso, interviene nella forma quotidiana della vita. Il vivere diventa un assistere, non solo alla vita presente, ma anche a quella passata.
Quanto alla vita futura, meglio non occuparsene: i pensieri spinti in quella direzione tornano indietro portandosi sempre un lieve alito freddo. E anche un po’ di paura.
Quando si fa un mestiere come il mio, chiamiamolo artistico, quell’assistere di cui ho detto non è facile da spiegare.
Come prima cosa hai il dubbio che in questo assistere non si sia soli. Per una sorta di sdoppiamento senti al tuo fianco un imprevisto spettatore che ti osserva, anche mentre stai lavorando, con una luce nello sguardo che ha del giudicante. Non sono sicuro che questo spettatore in passato fosse assente, forse semplicemente non mi sono mai accorto di lui, ma ora la sua fredda posa da giudice me lo fa notare. Sembra desiderare che le opere che vede nascere seguano le indicazioni scritte sul suo navigatore personale e sembra che, accostandole a quelle passate, debba ricucire una storia.
Cosa avrà in testa quest’ombra che non mi lascia? Starà misurando quello che faccio oggi con quello che ho fatto ieri? Controllerà se c’è continuità nei miei differenti percorsi? Riuscirò a tentare un compromesso tra me che dipingo e lei che ha l’aria di ridisegnare il dipingente?
Questo personaggio comunque non mi piace: più ne avverto la presenza, più mi rendo conto di conoscerlo, pur avendo sempre cercato di evitarlo.
La vita somiglia a un paesaggio: man mano che te ne allontani, lo vedi meglio. Ne cogli l’ossatura, ne intravedi la storia, quella che ha subìto e quella che ha creato. A volte mi sembra un immenso lenzuolo che copre i mobili di una casa abbandonata per proteggerli dalla polvere. Il silenzio che domina in quelle stanze permette di percepire il mormorio degli armadi, delle poltrone e dei sofà che, da sotto il panneggio dei teli che disegnano montagne e colline, raccontano sottovoce le loro vite.
Allontanarsi da quel paesaggio è come entrare in una lente deformante che ingrandisce e mette a fuoco soprattutto i particolari più distanti nel tempo.
La stessa cosa succede nella vita. Bisogna mettere una distanza per riuscire a vederla, pensarla, valutarla e capire se ha avuto o no qualche senso.
Come si fa ad allontanarsi? Invecchiando. La vecchiaia è maestra: ti insegna a pensare, a guardare e insieme a vedere, e i ricordi ricompaiono brulicanti, come se li valutassimo da un punto di osservazione satellitare. E, come avviene con il paesaggio, questa distanza, stellare e temporale, restituisce, della vita, una visione nuova, più precisa: ingigantisce, anziché ridurre, i dettagli. Ed essi, uno ad uno, riappaiono per mostrarci anche quello che abbiamo fatto male, gli esperimenti intentati, le idee sfiorate o mancate. Un serbatoio di ricchezze per questa «bella età»?
IL RITRATTO
Parte della vita l’ho passata studiando e disegnando facce. L’interesse per i volti, oltre al piacere che provavo nel disegnarli, mi è nato dalle difficoltà avute nell’adolescenza, come talvolta succede, nel mettermi in relazione con gli altri. Nutrivo un certo timore nei confronti di chi mi veniva vicino e, studiandone il volto, cercavo di scoprire, prima che mi parlasse e si svelasse, con quale atteggiamento si stava avvicinando.
Ho finito per fare migliaia di ritratti. Dal giornale del liceo sono arrivato ai giornali veri, ai quotidiani, alle riviste; e poi ai libri e alle mostre. Il divertimento è diventato un mestiere. Un mestiere verso il quale ho molta gratitudine, perché mi ha messo in relazione con tanti autori, tanti volti, tante opere e tante idee.
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«Il mio volto mi è estraneo» (Paul Valéry). Spesso abbiamo bisogno del giudizio degli altri per vederci, per sapere come siamo.
Come mi trovi|, capita di chiedere ogni tanto a qualcuno.
Il nostro volto, o viso (da videre, «vedere»), è visto dagli altri con maggior chiarezza che da noi. Parla agli altri più che a noi, che lo vediamo – male e sempre invertito – tutti i giorni. Per questo cerchiamo un giudizio esterno per sapere che volto veramente abbiamo, sempre preoccupati di non conoscerlo abbastanza. Sentirne parlare a volte ci affascina, altre volte ci spaventa.
Ci piace che qualcuno indaghi il nostro volto e vi compia un atto di riflessione? Permettiamo che qualcuno ci interroghi su questo argomento così prossimo e insieme così delicato?
Anni fa scelsi un ristrettissimo gruppo di persone con le quali mi sarebbe piaciuto fare questo tipo di indagine. Avevo individuato nomi abbastanza noti, visi pubblicamente riconoscibili e di una «bella età».
Nel corso del tempo la nostra faccia appare più segnata dal suo passato e lascia intravedere le facce sulle quali si è via via sovrapposta. I volti invecchiano meglio dei corpi: questi non fanno che decomporsi, cadere, cedere, diventando sempre più inguardabili. Le facce no. La loro pelle, esposta alla luce, all’aria e alla vita, si arricchisce di segni e disegni che danno senso e significato. Raccontano e si aprono all’interpretazione.
Dialoghi
Con il mio dialogo avrei voluto indurre ciascuno dei miei interlocutori a descrivere e commentare la propria faccia e rivelare che tipo di uso ne facevano. Le domande che avevo preparato contenevano qualcosa dell’esperienza acquisita disegnando ritratti. Ognuno degli intervistati avrebbe dovuto ri-pensare e ri-vedere la forma del proprio volto, e descriverlo in ogni dettaglio. Chi meglio di loro avrebbe potuto farlo, essendone i legittimi proprietari?
Finito il giro degli incontri avrei trascritto e forse pubblicato su un giornale o in un piccolo libro tutti i dialoghi, ciascuno accompagnato da un mio ritratto. Un ritratto che naturalmente avrebbe tenuto conto delle osservazioni e giudizi raccolti.
Le domande – alle quali ogni lettore se vuole può divertirsi a rispondere – cominciavano dalla lettura del proprio volto ed erano più o meno queste:
– Sapresti descrivere, particolare per particolare, la tua faccia?
– C’è un dettaglio che ritieni essenziale, senza il quale non ti sentiresti più tu?
– C’è un frammento o un tratto che ami particolarmente e al quale non rinunceresti? Ce n’è uno che vorresti eliminare?
– C’è un segno o un’espressione rintracciabile di quando eri bambino?
– Di quale momento o di quali anni della tua vita vorresti che rimanesse il ricordo del tuo volto?
– C’è un segno, una ruga che hai notato apparire in un certo momento?
– C’è un segno che ti fa riconoscere come appartenente al tuo gruppo familiare, un dettaglio che hai trovato anche nei tuoi parenti prossimi, ascendenti e discendenti?
Le domande successive servivano a capire il tipo di rapporto che avevano con il proprio volto e l’uso che ne facevano:
– Modifichi la tua faccia per adattarla alle situazioni in cui ti vieni a trovare?
– È mai successo che la tua faccia o una sua espressione abbia avuto un ruolo determinante in qualche occasione?
– C’è un’espressione forzata che usi consapevolmente?
– Hai consapevolezza della tua faccia, la vedi in ogni momento e la sai controllare?
– Ti sei mai imposto di assumere una certa espressione?
– Ti metti in posa quando ti fotografano. Riesci a non farlo?
– Perché ti metti in posa? Ti aspetti un giudizio? Da chi?
Cominciai interpellando tre o quattro persone e le prime reazioni furono quasi entusiaste; sia per il dialogo, sia, soprattutto, per il ritratto. Essere ritratti in genere fa piacere.
Purtroppo però, in un secondo momento, tutti si dileguarono. Forse ci avevano riflettuto meglio. L’unico ad accettare fu Ottiero Ottieri. Il gioco gli piacque e rispose con molta partecipazione alle domande.
Forse era così abituato ad analisi e indagini su di sé che una seduta in più o in meno non gli creava alcun problema.
Da come gli altri spiegarono il loro rifiuto, capii che riflettendoci meglio si erano resi conto di quanto le mie domande avrebbero scavato, quanto fosse importante, per varie ragioni, il ruolo della faccia nella loro vita e quanto stretto il legame fra il volto e il proprio sé. Se qualcuno ci indaga passando dal nostro aspetto, ci fa sentire subito scoperti e vulnerabili e forse la mia indagine avrebbe potuto turbare un equilibrio consolidato. Facciamo fatica ad accettarci passando dalla nostra faccia.
Sono grato a Claudio Rugafiori per aver letto una a una le parole di questo libretto e per averle definite «insegnative».
Il testo è un estratto da La bella età. Note di lavoro, © Adelphi. 2026
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