Quella curata da chi scrive non è una mostra né un museo, ma il prologo di un percorso di ricerca e racconto. Partendo dall’idea radicale che è stata alla base nel Settecento del Real Albergo dei Poveri, attraversandone la storia e facendola poi dialogare con opere di artisti come
«Non c’è nulla di umano nella voce della fame»
Curzio Malaparte
C’è un momento preciso, entrando all’Albergo dei Poveri, in cui il tempo smette di essere linea e diventa pressione della storia, chiamata a raccontare l’utopia sociale di un gigante incompiuto. Le vite che hanno attraversato questi spazi – migliaia, senza nome – sembrano parlare, respirando nella polvere, nei ferri dei letti, nelle suole consumate, nelle ombre che il sole proietta sui muri, trafiggendo le tende ruvide di canapa e gesso.
Ancora qui, curata da chi scrive, non è una mostra né un museo, ma il prologo di un percorso di ricerca e racconto: un cammino che parte dagli oggetti emersi durante il restauro, un invito a riconoscere che la memoria non è mai conclusa, ma continua a formarsi e a parlare attraverso ciò che resta.
Inaugurata a dicembre, cuore delle celebrazioni Napoli2500 del Comune di Napoli, è stata prorogata fino al 30 aprile. Consente al pubblico, per la prima volta, l’accesso al Refettorio monumentale mentre i lavori sono in corso, in vista della restituzione prevista nel 2029, grazie ai 248 milioni stanziati tra risorse Pnrr e Fondo di sviluppo e coesione.
Un’idea radicale
Il Real Albergo dei Poveri, voluto da Carlo di Borbone nel 1751 e progettato da Ferdinando Fuga come il più grande edificio d’Europa, nasce come un’idea radicale: trasformare la povertà in dignità attraverso il lavoro, l’istruzione, il saper fare. Pensato come luogo di accoglienza e riscatto, fu sostenuto dalla regina Maria Amalia di Sassonia, a sua volta influenzata dal carismatico Padre Gregorio Maria Rocco, per tutta la vita instancabilmente accanto agli ultimi, che Alexandre Dumas descrive come «più popolare [..] e più potente a Napoli del Sindaco, dell’Arcivescovo, ed anche del Re».
Qui l’infanzia non aveva nome: orfani, abbandonati, figli di condannati, disabili. Le donne furono tra le prime lavoratrici invisibili: povere, disonorate, prostitute, malate di mente (categoria in cui erano incluse anche quelle troppo indipendenti per il loro tempo).
Dal 1781 bambine e bambini imparavano mestieri – calzolai, scrivani, sarte, intagliatrici – mentre la scuola per sordomuti diventava un’eccellenza, come quella di musica. Col tempo, però, il controllo delle autorità ne trasformò il destino: iniziava il declino di una delle più grandi utopie dell’Illuminismo meridionale. Le utopie non falliscono da sole: si incrinano, si piegano, vengono tradite.
«Il nostro Albergo… mutò in un luogo di punizione», si legge nei registri. Tra questa affermazione e il detto popolare napoletano – «Chi nasce ‘ncopp’â paglia va a murí dint’ ô Serraglio» – si consuma una frattura.
Archivio in cammino
È qui che la memoria custodita si fa archivio in cammino, nel dialogo con opere di artisti del segno come Norma Jeane e Antonella Romano, insieme a maestri della fotografia come Mimmo Jodice e Luciano Romano.
Documenti rari raccontano aspetti meno noti della vita quotidiana al RAP, come viene confidenzialmente chiamato il gigante di via Foria, insieme alle parole della scrittrice Viola Ardone e a una colonna sonora costruita a partire da voci d’archivio e suoni originali, firmata da Massimo Cordovani. Nel lavoro di Jeane la polvere diventa archeologia del presente: raccolta nei punti più significativi dell’Albergo, scansionata e ingrandita fino a farsi paesaggio, si illumina e rivela forme, stratificazioni, presenze invisibili.
Diventa immagine, colore: per il Real Albergo dei Poveri è l’oro. Le persone entrano, osservano, si fermano. E riconoscono: «Era mio nonno». «Quella è la madre di mia madre». Si commuovono, e i non detti iniziano a trovare il loro posto, affiorando da un racconto rimasto a lungo nascosto, come una colpa. Riemergono nelle lettere, nelle fotografie, nelle testimonianze. Frammenti custoditi nelle famiglie tornano a farsi voce, come vite che bussano piano, chiedendo di essere riconosciute, di rientrare nella storia.
Dare tempo a ciò che emerge significa accettarlo come un processo vivo, incompiuto, in movimento. «Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi», ci ricorda Dickens, stampato su una parete. Questo luogo contiene insieme il meglio e il peggio. Forse il senso ultimo di questo lavoro è proprio questo: portare in salvo ciò che rischiava di restare polvere senza racconto. Perché la verità non è sempre sopportabile, e la fame non ha voce umana. Ma le memorie, quando diventano condivise, possono ancora trasformarsi in una forma di giustizia. E continuare, ostinatamente, ancora qui, a farsi sentire.
ANCORA QUI Prologo
L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose
a cura di Laura Valente
Refettorio monumentale - Real Albergo dei Poveri – Piazza Carlo III, Napoli
dal 2 dicembre 2025 al 2 marzo 2026- Proroga 30 aprile
Finanziato dal Comune di Napoli Celebrazioni Napoli2500 e prodotto da Le Nuvole
*ingresso su prenotazione ancoraqui@lenuvole.com
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