In La ragazzina, appena uscito per Feltrinelli, la scrittrice si misura con Giovanna D’Arco, ma la sottrae alla cartolina dell’eroina e alla vetrina dei miti, e la fa tornare corpo giovane, ostinazione, voce che non arretra. È una ragazza che attraversa la Storia
Valeria Parrella, scrittrice e autrice di La ragazzina (Feltrinelli, 2026) interverrà al nostro evento “Le sfide di Domani” - il 9 e 10 maggio a Milano alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli – nel panel “In ogni luogo del mondo una ragazzina si mette di traverso”, insieme a Giulia Pilotti, con la moderazione di Marika Ikonomu.
Qui il programma: tra gli ospiti ci saranno Pietro Grasso, Valeria Golino, Giorgia Fumo, Vincenzo Latronico, Marco Damilano, Mario Calabresi, Jonathan Bazzi, Gad Lerner e Walter Siti.
Valeria Parrella è una delle scrittrici italiane che più hanno saputo tenere insieme precisione e febbre, disciplina della forma e nervo del sentimento. Narratrice e drammaturga, ha costruito negli anni un’opera che sa ascoltare la vita senza addomesticarla: la sua scrittura ha sempre cercato il punto in cui il privato smette di essere privato e diventa storia comune.
In La ragazzina, appena uscito per Feltrinelli, Parrella si misura con Giovanna D’Arco, ma la sottrae alla cartolina dell’eroina e alla vetrina dei miti, e la fa tornare corpo giovane, ostinazione, voce che non arretra. È una ragazza che attraversa la Storia in un tempo in cui basta una soglia sbagliata per la scomunica, e che pure avanza, galoppa, crede, tiene insieme la preghiera e la strategia, la tenerezza e il fuoco. Ne esce una figura insieme antica e presente, una “ragazzina” che non chiede permesso e non abbassa la testa, e un libro che Parrella firma con la sua consueta intelligenza, limpidezza e forza morale.
Parrella, lei non molto tempo fa mi ha detto che i miti greci le raccontano la nostra epoca meglio di tanti romanzi del contemporaneo. Leggendo La ragazzina ho pensato proprio questo: pur raccontando una figura storica vissuta seicento anni fa, questo romanzo è assolutamente contemporaneo.
Bene, sono contenta. In fondo, Giovanna D’Arco per me era anche questo: un pretesto per raccontare certi aspetti del nostro Tempo.
Tra tutti i pretesti possibili, però, perché proprio lei?
Ma com’è che nella vita ci si deve sempre giustificare? [ride, ndr]
Le capita spesso?
Di recente mi sono trasferita da Napoli a Modena, e ho passato settimane a sentirmi chiedere il motivo. Qualunque sia la materia, si comincia sempre dalle giustificazioni, pare.
Però questa è un’intervista sul suo romanzo.
La risposta sarebbe che di Giovanna D’Arco ci si innamora subito, una volta conosciuta. Perciò l’ho scelta.
Come vi siete incontrate?
Grazie a Teresa Cremisi, che ha scritto un libro, pubblicato da Marsilio, sui processi a Giovanna D’Arco. Leggevo di questa ragazzina che, come niente, rispondeva bene, a tono ai giudici della santa inquisizione. Praticamente, era la polizia morale iraniana. E me ne innamoravo ogni pagina di più.
Perché?
Perché non aveva paura. A quei maschi, quei giudici feroci, parlava con coraggio. Non si tirava indietro. Chiaramente la sua situazione era terrificante e lontanissima da qualsiasi esperienza io abbia mai fatto, eppure non soltanto la vedevo, ma un po’ mi vedevo.
In che senso?
Mio marito dice sempre che sono risponnera [ride, ndr]. Non mi tengo, voglio avere sempre l’ultima parola, anche quando dovrei fermarmi.
Vorrei tornare indietro a una cosa che ha appena detto, giusto un istante. Si è da poco trasferita a Modena: non voglio giustificazioni, solo chiederle come ci si trova.
La città mi piace, e la gente è simpatica, gentile. E ci sono campani ovunque.
Glielo chiedo perché suppongo La ragazzina sia il primo romanzo scritto lì, a Modena. E dunque il primo scritto in un posto diverso da Napoli, che nella sua letteratura è sempre stata importante.
No, la prima parte l’ho scritta a Napoli, mentre la seconda sì, a Modena. E no: non avevo mai scritto fuori dalla Campania.
Mai?
Ogni tanto, magari, è capitato abbia scritto qualcosa in una camera d’albergo. Ma mai per dei lunghi periodi. Le notti delle trasferte, soprattutto.
È stato diverso?
Una volta che comincio a scrivere vado dritta. Non conta dove mi trovi. Potrei scrivere dappertutto. In macchina, in un bar, a casa mia. A Napoli, a Modena.
Ancora sulle novità. La ragazzina è il suo primo romanzo in terza persona, ha sempre usato la prima, in passato.
Una rivoluzione enorme, vale quanto quindici traslochi; per rimanere in tema.
Com’è stato?
Più facile di quanto pensassi: la terza persona permette di fare molte più cose.
La prima le è mancata?
No, niente affatto; fosse successo avrei scritto in prima. Non me lo ha imposto nessuno. Nella scrittura scelgo sempre ciò che mi fa stare più comoda.
Perché questa scelta, quindi?
Avevo bisogno dello sguardo del falco, poter dire e sapere tutto. Volevo stare con le voci che sente Giovanna, con Dio, con il re, con la madre, con la stessa Giovanna. Volevo raccontare di una ragazzina che vuol cambiare il mondo, e del mondo che voleva cambiare.
Abbiamo tutti dentro di noi una ragazzina che vuol cambiare il mondo?
Tutte le donne.
Lei?
Certo che ce l’ho.
E continua a sentirla?
Stamattina ero in soggiorno, ho sentito delle voci fuori, nella piazza proprio di fronte. Mi sono affacciata: celebravano i partigiani caduti per la Resistenza; a Modena la Liberazione dal nazi-fascismo è avvenuta prima così festeggiano pure il 22 aprile. Ecco, mi sono commossa. Mi sono messa a piangere. Questa commozione è quella di una ragazzina che il mondo lo vede ancora come un posto che può essere cambiato.
Ha la sensazione di esserci riuscita?
Un pochino sì, come ci riesce lei. Senza ambizione, ma si fa.
Come?
Ho detto dei “no” politici rinunciando pure a candidature varie, perché volevo servire la causa comune attraverso la scrittura, che è quello che so fare meglio.
Quanto conta l’adolescenza nella definizione di un destino, una missione?
È un momento di grandi possibilità, ventaglio in cui puoi esser tutto: ballerina o chirurgo, avvocata o attore. L’età adulta è un imbuto, invece; raffini le cose, le fai meglio ma ne fai meno.
A proposito di infanzia e adolescenza. Nel libro mi hanno colpito le figure dei genitori di Giovanna. Cosa significa per un genitore rendersi conto di non poter proteggere un figlio?
Eh, è un bel guaio. E li capisco bene, quei due. Penso sia una cosa che vivono molti genitori. Io di sicuro l’ho molto sentita negli anni, guardando mio figlio crescere. L’idea di non poterlo proteggere è una fatica tremenda.
Ci si abitua?
Non mi faccia dire maleparole, su.
Il romanzo: Giovanna non ha paura: è una qualità eroica o un problema?
Entrambe. Penso alla foto di Greta Thunberg durante gli arresti: lei che sorride mentre la portano via perché sa di avere ragione. La missione è più forte della paura. Se venissi arrestata a Modena sarei terrorizzata. E però ci sono persone a cui la missione permette di andare oltre il confine della paura.
Del rapporto con il giudizio degli altri cosa mi dice?
A Giovanna non interessa.
A lei?
Pure. Mai importato.
Mai?
Manco da giovane, quando devi farti la corazza contro il mondo. Ricordo nel periodo dell’università un ragazzo che cercava di fare lo scemo e farmi un po’ il filo mentre io studiavo. Riuscii a non sorridergli nemmeno per cortesia. Ero imperturbabile. E lui se ne andò.
Superare la necessità di compiacere gli altri per me è un ostacolo enorme.
Nel mio caso, è merito dei miei genitori. Mi hanno insegnato che il culto della personalità non esiste.
Vale a dire?
Un altro esempio. Un giorno a lezione, sempre all’università, un professore (un mostro sacro, di quelli che in facoltà erano davvero venerati) entrò in aula e, come accadeva ogni volta, tutti si alzarono in piedi. Lui lo pretendeva. Io, in prima fila, rimasi seduta. Lui mi guardò e disse: Lei non mi vuole salutare?. Risposi: Buongiorno. E restai seduta.
Non temeva le ripercussioni?
La missione superava la paura.
Nel libro, il mondo dei maschi reagisce con violenza al rifiuto di Giovanna di farsi inquadrare, definire. Usa l’arma dell’umiliazione. Perché quella?
L’umiliazione ti toglie la dignità, sgretola l’essenza. È una tortura psicologica molto forte.
Ed è il modo dei maschi di trattare le femmine, storicamente.
Chiamarci “puttane” non c’entra con la prostituzione, è un modo per difender sé stessi dalla paura dei nostri no. Ed è un modo per tentare di togliercela, la possibilità di dire di no. Quindi di toglierci la dignità.
In questo romanzo, com’è ovvio, c’è anche una guerra. Cosa si salva dalla macchina della distruzione?
Si salva lo spirito. Il pensiero. Ho scritto questo libro perché esistono persone che vincono anche quando perdono. Volevo raccontare loro.
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