«Camminare in solitudine è un esercizio di narrazione», scrive Franco Faggiani nel suo Verso la libertà con un bagaglio leggero, in cui racconta del suo andare per sentieri, viottoli e strade di campagna. Faggiani si muove nel tempo («Il sentiero è passato e futuro insieme»): risale ai suoi primi passi («Il vero motore che mi ha sempre spinto a vagabondare è un desiderio primordiale e, a volte, il pensiero remoto ma ancora nitido, di quel filo bianco con cui mia madre tracciava, sul panno verde, il suo lavoro e il nostro futuro»); ripercorre la magia dei suoi incontri irripetibili, dei camminatori maestri di semplicità che gli hanno insegnato ad alleggerire il bagaglio e il fardello dei pensieri («Ho tenuto solo quello che offre maggior conforto e poche cose che si possono lavare in un torrente e stendere sull’erba per lasciarle asciugare in un mezzogiorno di sole»).

Dal sentiero al treno 

Verso la libertà con un bagaglio leggero, Franco Faggiani, Aboca, 2025
Verso la libertà con un bagaglio leggero, Franco Faggiani, Aboca, 2025
Verso la libertà con un bagaglio leggero, Franco Faggiani, Aboca, 2025

Ricorda che i passi fondamentali sono quelli che compiamo da soli («tutte cose che possono essere riassunte sotto la parola libertà, che però non si possono mettere in pratica, non tutte almeno, quando si è in compagnia di altre persone, specie se con queste abbiano scarsa confidenza»). Andare verso la libertà con un bagaglio leggero è un libro che insegue un desiderio e cammina a piccoli passi verso la felicità, munito di macchina fotografica (le pagine si alternano agli scatti dell’autore) e piccoli quaderni su cui appuntare i suoi pensieri di viandante solitario che sa che «più le strade sono strette, più la mente si allarga» e che vuol «stare nelle cose fino a farne parte», vuole abbandonarsi al silenzio per imparare dalla natura.

Ci si ritrova, così, in luoghi calpestati, o guardati da lontano, come quelli che si contemplano dal finestrino di un treno («Una delle cose belle del treno è che c’è sempre qualcuno che sta facendo il lavoro sporco per te, un estraneo che sta lavorando ti consente di guardarti intorno, di osservare il paesaggio che cambia davanti ai tuoi occhi»).

Da Bologna al Caucaso

Non era un mostro strano, Gianni Montieri, 66thand2nd, 2025
Non era un mostro strano, Gianni Montieri, 66thand2nd, 2025
Non era un mostro strano, Gianni Montieri, 66thand2nd, 2025

Gianni Montieri racconta la sua trenità in Non era un mostro strano: lo fa mettendo insieme tutti i fili delle sue esistenze parallele («Amo la stazione di Bologna. Mentre vado verso le scale, vedo al centro della banchina un ragazzo, sembra che stia saltando, ma sta ballando, balla a braccia aperte tra il binario e la pioggia e non posso fare a meno di sorridere e di pensare che sia lui il ballerino di Lucio Dalla e che da qualche parte, in un mondo parallelo, sia riuscito a fermare il treno Palermo-Francoforte, per la nostra commozione, per la nostra infinita commozione»), percorse in lungo e in largo, da una vita intera e in quella che verrà. Di stazione in stazione, di sala d’attesa in sala d’attesa («Gente che stava lì per mille motivi, ma ne aveva uno uguale al tuo, il motivo di sempre: l’attesa.

Attendere il tuo treno, assumere una postura che è diversa ma uguale a mille altre»), di compagno di viaggio in compagno di viaggio («Comincio il mio solito gioco, attività forse stupida che consiste nel tentare di indovinare dove scenderanno quelli seduti più vicino a me»); di promessa in promessa («L’attesa è una promessa, è accoglienza, è sapere che sta arrivando qualcuno, che qualcuno ti aspetta»). Certe vite non riescono a prescindere dai treni («Io ai treni voglio bene, li vedo come strumento di salvezza, un treno che parte mi fa pensare sempre alla speranza»), certe vite si fanno treno («Io mi rendo conto di essere passato di treno in treno»): sono quelle che si abbandonano a una bellezza lenta, alla fiducia del farsi condurre da altri, alla condivisione sconosciuta, alla capacità di aspettare e insegnano che non c’è niente di mostruoso in tutto questo.

Si viaggia per ritrovarsi, per raggiungere, per conoscere, per raccontare, per toccare con mano e vedere coi propri occhi: i reporter lo sanno bene. Lo sa Wojciech Górecki che conclude il suo Abcasia con una verità che brucia: «Non si possono mischiare impunemente due ruoli, due livelli diversi. Essere un uomo di mondo e un giramondo. Non si può alloggiare al Marriott e rimanere un reporter. Almeno, io non ci riesco». Lo scrive un giorno in cui si rende conto di aver mancato il punto, forte della sua esperienza sul campo, scomodo nella sua stagione impiegatizia. Abcasia racconta il passato, ma vale come lente per indagare il presente e forse anche il futuro («Quanto sta accadendo nel paese è il risultato di due eventi precedenti, in particolare di due guerre. Quella abcaso-russa (1992-1993) e quella russo-georgiana (2008)»).

Le pagine di Górecki, col fascino spiccio della testimonianza, sono un manuale di giornalismo, come tutte le parole di chi il giornalismo lo vive – non è una professione, ma un modo di essere – consumando la suola delle scarpe, come diceva Egisto Corradi. Anche il reporter, come i camminatori più saggi, viaggia con un bagaglio leggero («“Alloggiati” si fa per dire. Arriviamo che più tardi non si può, quando fa già buio e dalla parte di Sukhumi si sentono arrivare i primi spari. Ci siamo portati dietro tre mezzi litri di vodka e del pane»): sempre pronto a correggere il tiro, a ricalibrare il viaggio («Avevo deciso di andare in Abcasia per sentire il sapore del vero Caucaso. Poi ho dovuto girare il Caucaso in lungo e in largo per capire meglio l’Abcasia»), consapevole del peso degli attimi («Tra un anno, due, tre il Caucaso potrebbe essere completamente diverso. La sensazione di essere in gara col tempo non mi abbandona mai») e dei dettagli («Qualcuno porta una fascia verde in fronte: per loro la guerra è stata una jihad»), del passo che era giusto tenere («l’aereo mi sembra troppo borghese. La gente normale viaggia in treno, in autobus e con i maršrutnoe taksi»).

Di mestiere 

Abcasia, Wojciech Górecki, Keller Editore, 2025
Abcasia, Wojciech Górecki, Keller Editore, 2025
Abcasia, Wojciech Górecki, Keller Editore, 2025

Górecki ha una formazione solida, fatta di studio e incontri fondamentali («Il mio primo capo a “Wyborcza” è stata Hanna Krall. Ho conosciuto Ryszard Kapuściński»): ha vissuto un’età dell’oro e lo sa («Appartenevo a una generazione di ragazzi fortunati. Dopo il cambio di regime del 1989, i media avevano scommesso sui ventenni, e per chi davvero lo desiderava non esistevano cose impossibili. Dai miei viaggi, oltre ai reportage, mi sono portato dietro decine di nuovi argomenti»), ma l’ha vista anche cominciare a svanire («i primi tabloid polacchi censurano i testi cassando parole difficili ed espressioni straniere. Le redazioni non tollerano più i giornalisti che se ne vanno in giro per il mondo per lunghi periodi di tempo»).

Viaggia sulle sue stesse parole con la maestria di chi non nasconde neanche la furbizia del mestiere («Raccontare i paesi stranieri è un modo per fuggire da ogni forma di costrizione, dall’autocensura, dalla necessità di infinite valutazioni in merito al rischio di arrecar danno a qualcuno o qualcosa, o di esporsi a qualche pericolo o a querele, oppure di perdere l’impiego; dal dover spiegare perché si è scelto quello e non un altro argomento»). Abcasia è uno di quei libri per tentare di capire molte delle cose che ci sfuggono («Il Caucaso attrae perché in uno spazio limitato racchiude tanto di tutto»), mentre distrattamente guardiamo quello che abbiamo intorno e sonnecchiamo di fronte alla storia nel suo farsi, ai conflitti congelati, al disfarsi di ciò in cui abbiamo creduto, allo spettro della diplomazia e del diritto internazionale nati in un mondo che non esiste più, incapaci di incidere in quello di oggi: troppo spesso abbiamo smesso di conoscere, guardare l’altro, prestare davvero attenzione, avere cura dei passi e dei pensieri.

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