Il 28 ottobre 2021 sono state depositate presso la Corte di Cassazione 630.000 firme di cittadini italiani che chiedevano un referendum sulla depenalizzazione della cannabis.

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il quesito referendario e l’ha respinto con la motivazione che la normativa modificata avrebbe lasciato libera la coltivazione non solo della cannabis, come si chiedeva, ma anche di oppio e coca.

Il 25 luglio era stata calenderizzata in parlamento la discussione su un disegno di legge presentato da un gruppo inter-partitico di giuristi, per la depenalizzazione del possesso e della coltivazione di cannabis (fino a 4 piante per uso personale).

Un provvedimento che, fra le altre cose, sarebbe venuto incontro alla mancanza di cannabis per uso terapeutico per cui, chi ne fa uso, deve spesso entrare in contatto con i mercati illegali. Con le camere sciolte, l’iter si è concluso, e dubitiamo sarà tema di dibattito della campagna elettorale. Meglio essere cauti.

La cannabis come lotta politica 

La “droga”, anche la cannabis, è da sempre usata come strumento di lotta politica: non dimentichiamo, come ultimo esempio, quanto ha detto l’onorevole Augusta Montaruli deputata di Fratelli d’Italia durante la discussione sullo ius scholae. «Coloro che propongono la cittadinanza ai bambini figli di migranti che hanno frequentato almeno 5 anni di scuola in Italia, sono gli stessi che regalano la droga per strada». Montaruli si riferisce ai promotori del disegno di legge sulla depenalizzazione della cannabis.

Questo, insomma, il livello del dibattito politico. Usciamo, allora, dalle aule parlamentari e proviamo a ragionare a partire da qualche dato.  

La cannabis è la sostanza illegale più usata nel mondo. Secondo l’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA) almeno 200 milioni di persone fra i 15 e i 64 anni, di cui 24,7 milioni di cittadini europei, ha fatto uso di cannabis nel corso del 2019. Una cifra che rispetto al 2010 è aumentata del 18 per cento. In Italia, secondo il Dipartimento per le politiche antidroga della PCM usano la cannabis circa sei milioni di persone.

Sei milioni di persone che, secondo la legge 309 del 1990 (rivista dal referendum del 1993), rischiano una sanzione amministrativa se trovati in possesso di hashish o cannabis o il carcere se considerati spacciatori.

Quando è stata approvata la 309, in molti hanno contestato l’eliminazione del principio di modica quantità che era stato introdotto nel 1975. Una legge liberticida si diceva: nessuno si aspettava che dopo 16 anni le cose sarebbero andate addirittura peggio.

Nel 2006, infatti, la legge Fini Giovanardi ha equiparato droghe leggere e pesanti, un provvedimento ritenuto incostituzionale nel 2014 ma che non ha mancato di sovraffollare carceri per otto anni e creare un clima persecutorio contro ogni persona trovata a consumare e vendere droghe leggere. La morte di Stefano Cucchi, ricordiamolo, è avvenuta nel 2009.

Il razzismo della droga 

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Oggi siamo di nuovo nella stessa situazione del 1993. Se trovati in possesso di droghe leggere si incorre in una sanzione amministrativa (se non si è ritenuti spacciatori). A volte, in caso di soggetti senza precedenti, c’è solo l’ammonizione.

Conosco diverse persone adulte trovate con piccole quantità di cannabis, convocate dal prefetto, ammonite, rimandate a casa con la promessa che non avrebbero più fumato. Una promessa a cui nessuno, nemmeno il prefetto, ha mai creduto.

Se però ad essere trovato con della cannabis è un immigrato, a discrezione di chi lo ferma e lo giudica, lui rischia la revoca del permesso di soggiorno, e la sproporzione fra quanto accade a lui e quanto accade a un adulto bianco che fuma a casa sua da quando ha 15 anni, fa impressione.

Oltre a aumentare l’ingiustizia sociale, oltre a sovraffollare le carceri (come certifica l’ultimo Libro bianco sulle droghe), le serie numeriche dimostrano che malgrado l’Italia sia uno dei paesi europei con le leggi più severe sulle droghe, come scrive Antonella Soldo nel suo ultimo libro Mamma mi faccio le canne (Officina di Hank) vanta al contempo uno dei più cospicui mercati neri delle sostanze e uno dei più alti tassi di consumo tra i giovani.

L’approccio repressivo degli ultimi 30 anni ha dimostrato, insomma, di non funzionare: il narcotraffico non ha subito contraccolpi. La Relazione annuale al parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze per il 2022 parla di un sostanziale aumento dei chilogrammi di sostanze sequestrate (+54 per cento rispetto al 2020). Il 74 per cento delle oltre 91 tonnellate sequestrate ha riguardato i prodotti della cannabis.

A essere più colpiti però sono stati i piccoli spacciatori, le persone tossicodipendenti, quelli che hanno provato a fare impresa con la cannabis light, i pazienti a cui è stato precluso l’accesso alla cannabis medica e i moltissimi consumatori. Un milione e duecentomila individui segnalati alle autorità per il solo consumo dal 1990 ad oggi.

Legale o illegale

Il regime di illegalità in cui vengono commerciati i derivati della cannabis impedisce che vi sia un controllo sulla loro qualità: sono aumentate le percentuali di THC rilevate nei campioni sequestrati di hashish e si sono diffuse nuove sostanze psicoattive appartenenti alla categoria dei cannabinoidi sintetici. Un fattore che mette fortemente a rischio i consumatori inesperti.

Inoltre il regime di illegalità fa sì che gli studenti fra il 15 e i 19 anni, che hanno assunto una sostanza psicoattiva illegale nel corso dell’ultimo anno, sanno benissimo dove acquistarla: sebbene molti di loro si appoggino a reti amicali c’è necessariamente qualcuno che ha contatti con spacciatori professionisti.

Raffaele Cantone, da presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione ebbe a dichiarare: «Credo che una legalizzazione intelligente delle droghe leggere possa evitare il danno peggiore per i ragazzi, cioè entrare in contatto con ambienti della criminalità».

Se Cantone propone la “legalizzazione intelligente” è perché sa che gli effetti sociali del proibizionismo sono più dannosi di quelli della depenalizzazione.

Quali sono allora le ragioni di chi non sostiene la depenalizzazione? La cannabis fa male, dicono. Come ogni droga (alcol, tabacco inclusi) l’abuso di cannabis, senza dubbio, ha effetti nocivi sulla salute. L’abuso è sempre nocivo.

La dipendenza da cannabis, tuttavia, è una questione dibattuta. La cannabis, infatti, raramente soddisfa gli attuali criteri diagnostici di dipendenza proposti dal DSM e universalmente accettati.

Questo non significa che sia una questione da sottovalutare ma significa anche che la percentuale di persone che passano dall’uso all’abuso è piuttosto bassa.

Secondo i dati ufficiali dell’Osservatorio della PCM, sul totale degli studenti che hanno utilizzato cannabis durante l’anno, il 22,3 per cento, pari a 102mila ragazzi tra i 15 e i 19 anni, risulta avere un consumo definibile “a rischio”. Dati ottenuti evidentemente incrociando questionari, persone che si rivolgono ai servizi, forze dell’ordine.

Il consumatore a rischio 

Ma ancora una volta viene da domandarsi quale sia la domanda di partenza e quanto pesino pregiudizi di ordine morale. Il dubbio sorge leggendo il “profilo” di un consumatore a rischio, così come emerge dalla Relazione: «Gli studenti con un profilo di consumo di cannabis “a rischio” si caratterizzano anche per il consumo di sostanze legali: bevono alcolici tutti i giorni o quasi, nel corso dell’ultimo mese hanno praticato binge drinking e si sono ubriacati; sono forti fumatori, avendo fumato almeno 11 sigarette al giorno nel corso dell’ultimo anno».

Fra questo tipo di consumatori più alto è il rischio di «aver avuto problemi con le Forze dell’Ordine, con i genitori, gli amici e gli insegnanti; avere avuto rapporti sessuali non protetti, essere stati coinvolti in risse e aver fatto male seriamente a qualcuno; o ancora, aver perso 3 giorni di scuola negli ultimi 30 giorni senza motivo o spendere abitualmente 45 euro la settimana senza il controllo dei propri genitori».

La lettura opposta funzionerebbe allo stesso modo: persone con problemi relazionali tendono all’abuso. Persona che abusano di alcol, abusano di sigarette e cannabis.

La droga di passaggio?

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Un altro dei cavalli di battaglia dei proibizionisti è che la cannabis sarebbe una droga di passaggio (gateway drug). Studi facilmente reperibili su riviste scientifiche internazionali dicono che è stato notato come una predisposizione genetica all’abuso, la presenza di sintomi di depressione, stress, disoccupazione, o disponibilità di droghe pesanti, può portare dal consumo di cannabis al consumo di altre sostanze più dannose.

Questo a riprova del fatto che per trasformare l’uso in abuso occorrono tre fattori che hanno a che vedere con il soggetto che consuma, la sostanza, e il contesto in cui il consumo si compie. Insomma la cannabis, come l’alcol e il tabacco, da sola non basta per creare soggetti dipendenti in modo patologico e anche per questo deve essere sottoposta a un regime di controllo alla luce del sole.

Dal 2015 l'utilizzo della cannabis ad uso medico è stato introdotto anche in Italia: il ministero della Salute ha autorizzato la coltivazione delle piante di cannabis da utilizzare per la produzione di medicinali ma la produzione nazionale non soddisfa la crescente domanda.

Si è passati infatti da 58,6 chilogrammi di sostanze attive di origine vegetale a base di cannabis venduti alle farmacie nel 2014 a 1271,5 chilogrammi venduti nel 2018. Per questo la proposta di legge per l’autoproduzione.

Il 9 maggio è morto Walter Di Benedetto, 49 anni, sofferente da anni di artrite reumatoide, era stato accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti perché coltivava piantine di cannabis.

Il ministro Fabiana Dadone l’ha invitato a intervenire alla Conferenza sulle droghe che si è tenuta a Genova lo scorso novembre. Un gesto importante, che ha alimentato speranze che, con la fine della legislatura, tornano ad apparire utopiche.

La via della depenalizzazione dell’uso e della legalizzazione della vendita è negli ultimi anni stata abbracciata da alcuni paesi occidentali. Basta guardare la mappa della legalizzazione a scopo voluttuario su Wikipedia per essere colpiti da quella macchia di colore blu che percorre in verticale la costa occidentale del Nord America e va dal Canada al Messico, passando per Alaska fino alla California.

Come ha scritto il farmacologo Paolo Nencini: «In Italia la mancanza di un ampio consenso politico su una pragmatica accettazione di questa realtà rimane di fatto un serio ostacolo alla gestione razionale del consumo non terapeutico di sostanze stupefacenti», invece negli Stati Uniti ha prevalso un altro principio definito di «innovazione provocatoria» (defiant innovation), in quanto in contrasto con la legislazione federale la volontà politica dei cittadini è stata accolta da diversi legislatori.

Questione di business 

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Ovviamente, se non ci fossero stati anche immensi interessi economici, difficilmente lo stigma che da un secolo accompagna l’uso della cannabis negli Stati Uniti sarebbe stato superato.

Costruito a tavolino per mettere in contrapposizione i pigri messicani con i valenti nordamericani, diffuso dalla stampa del magnate William Randolph Hearst a fine Ottocento, fino agli anni Settanta, lo stigma contro la cannabis è stato la stella polare della morale americana in tema di droghe.

Soprattutto dopo la Summer of love. Secondo quando riportato dal magistrato Guido Salvini fin dalla fine degli anni Sessanta FBI e CIA hanno cercato di mettere in relazione movimenti politici giovanili, droghe e partiti comunisti europei.

Un tentativo fallito: ogni inchiesta riservata ha dimostrato, infatti, che questi legami non esistevano, ma questo non ha impedito di diffondere l’immagine del contestatore comunista sconvolto dalle canne.

Così come fallimentare è stato il tentativo del presidente Nixon di dimostrare la nocività della cannabis con l’istituzione della National Commission on Marihuana and Drug Abuse, conosciuta anche come Commissione Shafer: dopo due anni di ricerca infatti, nel 1972, la Commissione ha stabilito che non c’era alcun motivo per essere preoccupati dell’uso della cannabis. Nixon ignorò i risultati e la cannabis rimase classificata come droga pericolosa.

Oggi, anche in seguito alla crisi dell’industria del tabacco, la cannabis promette ampi guadagni: dunque perché non approfittarne, e dimenticare lo stigma, recuperando le conclusioni della Commissione Shafer?

Le multinazionali già subodorano l’affare e un nuovo inatteso problema si staglia all’orizzonte: numerosi studi dimostrano infatti che una delle filosofie che muovono i consumatori di cannabis è quella anti capitalista del mutuo aiuto. Cosa accadrebbe se, come è accaduto con il tabacco, si creassero monopoli?

Secondo lo storico David T. Courtwright viviamo in un’epoca nella quale il mondo è governato da un capitalismo limbico: l’espressione si riferisce alla parte del cervello che regola il piacere.

Bene il capitalismo limbico si nutre della dipendenza verso ogni tipo di bene, materiale e immateriale. Forse è di questo tipo di dipendenza che dovremmo ragionare meglio.

Sarà completamente assoggettato a questa logica limbica anche il consumo della cannabis?

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