Essere rispettato da chi stimo è quello che sognavo, ma non vale niente se manca il resto. La strada mi ha insegnato che la sofferenza ti cambia. E che non esiste il buonismo o “aiutiamo tutti”. E sulla sentenza Cucchi: non sarò mai a sostegno del carcere o del sistema penale, e mi fa piacere che ci siano state delle conseguenze per chi crede di essere sempre dalla parte giusta. Ma la speranza io non la vedo lo stesso.

«Vivo il conflitto delle emozioni. Sono contento che la gente mi apprezzi, ma non so come ripagarla di certe attenzioni», mi aveva detto la prima volta che l’ho incontrato. Un album, tante collaborazioni prestigiose e tre anni dopo, Massimo Pericolo, pseudonimo del rapper Alessandro Vanetti, 29 anni, non è cambiato. Neppure adesso che «la gente» che lo apprezza sono i suoi idoli, quelli che ascoltava da adolescente, come Marracash e Fabri Fibra. O Dardust, autore e produttore Re Mida – vedere alla voce Mahmood, Irama, Madame, Jovanotti e tanti altri – con cui ha appena pubblicato la canzone Il signore del bosco.

Vane, come lo chiamano tutti, sta girando l’Italia perché finalmente è tornato in tour. Quando ci sentiamo in videochiamata è a Padova, dove ha appena fatto il bagno di folla con due date sold out da mesi. Ora è in partenza per Senigallia dove suonerà il 23 aprile (data esaurita anche questa) e fino a settembre non si fermerà.

Mi diverte pensare che la sua voce, oggi pacata, in certi momenti sussurrata, è la stessa che a ogni suo concerto fa tremare i muri. Come la prima volta che l’ho sentito all’Alcatraz di Milano intonare Sette miliardi, la hit che lo ha portato al successo e che su YouTube ha superato 14 milioni di visualizzazioni. Lì, nel palazzetto, quella canzone il pubblico non la cantava, la urlava. E lui, il ragazzo di Brebbia, paesino di 3 mila abitanti in provincia di Varese, su quel palco non sembrava un rapper ma un condottiero. Che dava voce ai più incompresi.

Psicofarmaci e Kung Fu

La storia di Massimo Pericolo è di quelle difficili, un mix di abbandoni, rinunce e carcere. E poi psicofarmaci per sedare il dolore. Ha perfino scritto un libro, Il signore del bosco, per non ripeterla più ai giornalisti. L’ha aiutato una ghost writer ma poi non ha resistito, e «ho riscritto alcune parti, volevo usare le mie parole». Da adolescente ha cambiato tante case, non ha mai avuto una stanza sua. «Aveva gli abiti e i libri nei sacchetti della spesa, pronti per essere caricati in macchina se ce ne fosse stata la necessità», racconta un suo amico nel libro. Vane, come lo chiamano tutti, non ha finito la scuola ed è cresciuto con una madre che non è mai stata elemento di salvezza. E che lui sembra non aver perdonato neppure adesso che le cose girano bene.

Le forze dell’ordine sono spesso al centro delle sue rime. A 21 anni viene arrestato a seguito dell’operazione antidroga Scialla Sempre; due anni in tutto, di cui quattro mesi in carcere e il resto ai domiciliari a casa dei nonni. «Cercavano pesci grossi e io ero nelle intercettazioni ambientali», racconta. «Mi mantenevo insegnando kung fu, ero sulla strada giusta. E quel giorno ho perso tutto», sussurra. In Sabbie d’oro c’è tutta la sua rabbia: “Sbirro guarda un po’ più in là del tuo binocolo/ Non c’è una scelta se i bisogni te li impongono/ Volevo i soldi e sono andato fino in fondo/ Per scoprire che non vincono i più bravi ma il più stronzo”.

Qual è la prima cosa che hai fatto in carcere?
Ho chiesto dei libri, prima tutti quelli di Charles Bukowski. E dopo ho continuato con Schopenhauer, Nietzsche, Bataille, Focault e altri.

E come ci sei arrivato?
Grazie al mio amico Alessandro che studiava lettere moderne. Si divertiva a scioccarmi leggendomi brani di alcuni autori tra cui Bukowski. Era estremo, più di alcuni rapper che ascoltavo io. Così quando mi hanno arrestato ho chiesto i suoi libri.

La vita di strada invece che cosa ti ha insegnato?
L’empatia. Ho capito perché certe persone sono fatte in un modo. E perché la sofferenza ti cambia. Nella strada non c’è buonismo, nessuno dice “aiutiamo tutti” perché è impossibile. Però ora so quando qualcuno ha davvero bisogno d’aiuto. O quando no.

Per spiegare il tuo risentimento per le ingiustizie vissute, nel tuo libro dici di sentirti come Rashkonikov, protagonista del romanzo Delitto e Castigo di Dostoevskij. Quell’odio lo senti ancora o è stato sedato?
Sicuramente era più intenso in passato, soprattutto durante la detenzione e la convivenza con mia madre. Che mentre dico convivenza, suona strano. Dovrebbe essere normale vivere con la propria madre. Però in quel caso, ero lì con lei, in uno spazio ristretto. A dire il vero quella sensazione di essere ristretto ce l’ho ancora oggi, in me stesso. Perché è vero che la vita mi ha premiato, ma l’amore ha un prezzo. Prima non mi mancava l’affetto degli amici, oggi sì.

Oggi però hai anche il riconoscimento di chi stimi. Sono tanti gli artisti che vogliono collaborare con te. Marracash ti ha detto: “Sento che veniamo dallo stesso niente”.
Sarei stato contento anche se mi avesse detto che non gli piacevo, solo perché era lui. Ma oggi la coscienza è un po’ staccata da questa cosa, so che sto trascurando la mia vita privata e in certi momenti mi farebbe più piacere avere di fianco un amico, piuttosto che consolarmi sapendo che sono rispettato. Queste sono le cose che sogni, indubbiamente belle. Ma poi la vita quotidiana è fatta di un’altra sostanza.

Non ti gratifica l’approvazione degli altri?
Non è necessaria. Ho più bisogno del rapporto esclusivo che non sa nessuno, del mio amico di sempre. O magari dei nonni. Il prezzo di cui parlavo è questo. Sono relazioni che oggi devo dosare e gestire con attenzione. Vanno protette, ma il tempo è sempre meno. È vero, sono circondato da apprezzamenti, fatti dallo sconosciuto o dal rapper preferito di sempre come Marra (Marracash, ndr). Ma questa cosa si impoverisce se manca il resto. C’è sempre un altro lato della medaglia. Quando ottieni qualcosa è difficile mantenere anche ciò che avevi prima. Io l’equilibrio non lo trovo.

In questi due anni di pausa hai scritto nuovi pezzi?
Ho cercato di rimettermi a scrivere senza la pressione di pubblicare qualcosa. Ho provato a scrivere come facevo prima.

Intendi l’ispirazione che arriva quando si sta male?
No, lo considero un luogo comune, uno stereotipo. Come l’idea che per scrivere bene devi per forza avere un certo stile di vita. Non voglio credere che sia così, perché non ho intenzione di soffrire come prima. Ho scelto la musica per uscire da quel disagio, e se per continuare devo rientrarci non avrebbe senso. Sarebbe una maledizione.

Fabri Fibra dice: «Rap fino alla morte, perché il rap mi ha salvato la vita». Vale anche per te?
Ci pensavo proprio stamattina. Io come obiettivo ho la mia serenità, stare bene. La vita è fatta di sfumature, ma ragionando in bianco e nero a me fa stare bene solo quando mi sento bravo, il più bravo in qualcosa. Quando mi sono accorto di essere bravo a fare il rapper - che è stato prima di diventarlo davvero - quello mi ha motivato. Sono felice quando scrivo una frase che colpisce me per primo. Non lo faccio per gli altri, ma per me. Lo stesso vale nello sport o in cose più superficiali. Di certo non mi butterei in qualcosa che non mi piace.

Nei tuoi testi critichi buonismo, retorica e politically correct. Come nell’ultimo pezzo con Ensi, Ho la hit.
Cambiare ciò che la gente può dire o fare in pubblico, non cambia ciò che la gente pensa. O fa nel suo privato. Il mondo non è la televisione o la radio. Non è i social. Il mondo è per strada in mezzo alla gente e lì il comportamento è lo stesso di sempre. Quindi il politically correct è inutile. Anzi, controproducente. Bisogna fare attenzione.

È questo che la politica non capisce?
Sì (lunga pausa, sembra stia per dire altro ma poi si blocca, ndr).

Pochi giorni fa c’è stata la sentenza Cucchi in Cassazione. Che cos’hai pensato?
Non è che se hanno arrestato e condannato dei carabinieri cambio idea sul sistema. Per me rimane comunque un sistema sbagliato. Non sarò mai a sostegno del carcere o del sistema penale, e mi fa piacere che ci siano state delle conseguenze per chi crede di essere sempre dalla parte giusta. La ruota gira e quando ti fai male da solo, con le tue stesse armi, ti rendi conto di quanto fanno male e siano scorrette.

Non vedi uno spiraglio di speranza in quella sentenza?
No.

“Ho imparato ad andare senza mai restare”, è una tua frase.
Sono stanco di andare.

I sacchetti sono ancora lì?
Gli ultimi sacchetti li ho disfatti due anni fa. Ma ovunque mi trovi, non mi sento a casa.

Neppure nella tua casa nuova?
È solo un posto dove ho le mie cose. Mi fermo lì perché sono stanco. Ma non mi sento a casa.

Quanto conta oggi la disciplina nella tua vita?
Tanto, a partire da ciò che mangio fino alla palestra. Di natura sono scombinato, ma ora sono sotto pressione, mi metto alla prova tutti i giorni e non ho tempo di rilassarmi.

Cos’è che stai provando a cambiare di te?
Vorrei rilassarmi quando posso farlo. Nella mia testa non esiste quella possibilità, mi blocca il mio carattere. Punto alla perfezione. Piuttosto che fare qualcosa male, non la faccio. Magari passano giorni in cui mi lascio andare, ma il mio pensiero è fisso sul: “Non sto facendo nulla, sto buttando via il mio tempo”. In certi periodi sono autodistruttivo ma provo a contenere quella parte di me. Il lung fu mi aiuta a concentrarmi.

E invece qual è l’aspetto che non cambierai?
La lealtà. Io non tradisco. Piuttosto mi faccio ammazzare.

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