L’Argentina di Javier Milei non è una storia lontana. È un laboratorio politico osservato con attenzione da una nuova destra globale che unisce austerità economica, culto del capo, guerra ai corpi intermedi e una macchina del consenso fondata sempre più sui social, sugli influencer e sulla delegittimazione di ogni forma di mediazione e di garanzia democratica.

In questa rete Milei non è isolato: dialoga con Trump, viene celebrato da Giorgia Meloni, si presenta come alleato di Elon Musk e rivendica apertamente un’alleanza delle destre mondiali. Ma per capire la sua ascesa bisogna partire dall’Argentina di tre anni fa: un paese piegato da decenni di crisi strutturali, default e inflazione cronica. Quando Milei arriva alla Casa Rosada nel 2023 si presenta come l’uomo venuto a spazzare via tutto: la «casta», lo Stato, la sinistra corrotta e assistenzialista. La motosega non è una metafora. È un programma di governo senza precedenti: una cura shock fondata su un taglio brutale della spesa pubblica. Il risultato macroeconomico è il suo trofeo politico: il deficit primario va a zero, l’inflazione scende, i mercati applaudono. Ma il conto lo pagano pensionati, famiglie travolte dagli aumenti, migliaia di aziende costrette a chiudere e quasi 300 mila persone che perdono il lavoro.

È questo che racconta Shock Argentina, il reportage di PresaDiretta in onda domenica sera su Rai 3: non la caricatura di un leader, ma il funzionamento di un potere che usa il consenso per delegittimare il nemico e trasferire il costo dell’austerità sui più fragili. La libertà di cui parla Milei coincide con un’idea precisa: meno Stato, più mercato. Non è solo un piano economico. È una grammatica politica. Un capo che si proclama interprete diretto del popolo e una folla digitale da mobilitare quotidianamente contro giornalisti, giudici, sindacati e oppositori. I contropoteri non vengono riconosciuti come parte fisiologica della democrazia: diventano zavorra, sabotaggio, tradimento. Milei non contesta gli avversari: li umilia. I giornalisti sono «prezzolati», gli economisti «cialtroni», gli oppositori «mandrilli immondi» e i socialisti «escrementi umani».

Nel 2024 Milei chiude Telam, storica agenzia di stampa pubblica, accusandola di essere uno strumento di propaganda politica di sinistra, mentre nel 2025 tenta di nominare per decreto due giudici della Corte Suprema, nomine poi respinte dal Senato. È la stessa logica che vediamo negli Stati Uniti con Trump, che definisce i media «nemici del popolo» e spinge da anni per restringere il raggio d’azione dei giudici che limitano l’esecutivo. E l’Italia? Meloni rivendica il sovranismo in patria, ma in Europa sta nell’Ecr, la famiglia nata attorno ai conservatori britannici: una destra che unisce sovranità nazionale e ricette economiche liberiste. Quando la premier nel 2024 vola a Buenos Aires da Milei, non sta solo coltivando un rapporto diplomatico.

Sta riconoscendo un linguaggio politico e una ricetta economica: liberalizzazione come parola salvifica, corpi intermedi come intralcio, leaderismo come soluzione, rapporto diretto col pubblico come garanzia di verità. E’ una saldatura simbolica che si tiene insieme con Trump, con Musk, con la nuova destra globale che sogna meno vincoli e meno stampa critica. La novità, infatti, non è solo nella radicalità del programma economico. È nell’apparato comunicativo che lo sostiene. Questa tecnodestra costruisce una macchina parallela: clip virali, influencer, community digitali. In Argentina uno degli hub è Carajo, il canale streaming cofondato da Daniel Parisini, conosciuto sui social con il nome di “Gordo Dan”; è lui il capo delle milizie digitali dell’estrema destra argentina - las Fuerzas del Cielo – presentate come «il braccio armato» del partito di Milei. Intervistato da PresaDiretta, Parisini definisce il cellulare «la più grande arma dell’uomo libero nella storia moderna».

La homepage di Carajo si apre con una domanda rivolta agli utenti: «Vuoi finanziare la destra mondiale? Fallo e basta». Subito sotto compare l’invito a iscriversi al canale. Il messaggio è chiaro: abbonarsi a  Carajo significa sostenere economicamente una battaglia culturale transnazionale, nella quale non servono più media, filtri, verifiche. Basta un click. La disintermediazione viene spacciata per verità, il giornalismo per menzogna di sistema. È qui che la post-verità diventa una struttura di governo. Non si limita a deformare i fatti: delegittima in partenza chi prova a verificarli. La stampa viene sbeffeggiata. I giudici dipinti come complici della sinistra. I sindacati esibiti come residui parassitari del passato. Quella di Milei è una battaglia culturale a tutto campo contro la sinistra, il femminismo, la giustizia sociale, il woke.

Ed è su questo terreno che le destre contemporanee si riconoscono. Per questo Milei ci riguarda. Non perché la sua ricetta sia il nostro destino comune. Ma perché in Argentina si vede in forma estrema una tendenza che attraversa anche l’Occidente: il mercato come unica bussola, il leader trasformato in piattaforma, la politica ridotta a guerra permanente contro il dissenso. Meloni e Trump non sono Milei. Ma il lessico politico, i bersagli e l’idea di potere somigliano sempre di più. Ed è in questo slittamento che l’Argentina smette di essere lontana.

© Riproduzione riservata