Non si riconoscono in nessuna sigla, ma fanno rete e riempiono le piazze. Antifascisti, progressisti, ambientalisti, transfemministi: giovani della Gen Z che reinventano la politica fuori dai partiti. Usano i social come spazio politico e via chat si organizzano per incontrarsi. «I partiti non ci rappresentano più. A nessuno di loro, neanche a quelli di sinistra, importa qualcosa dei disagi di noi giovani».

Dario, 18 anni, fa parte del Collettivo autonomo Tito Livio, un gruppo di una ventina di studenti di un liceo di Milano, a pochi passi dall’università Cattolica. «Percepiamo una distanza tra politici, classe dirigente e giovani. Vorremmo che cominciassero a confrontarsi realmente con noi». Si ferma qualche secondo per schiarirsi la voce.

«Da una parte ci sono i ‘demagoghi’, che vogliono buttare sabbia negli occhi delle persone e strappare loro i voti. Dall’altra ci sono politici sulle torri d’avorio, che non riescono a fare leva sui giovani». Dario, che vuole studiare Giurisprudenza alla Statale di Milano, mi racconta di essere entrato nel collettivo un anno e mezzo fa. «Rifiutiamo l’idea di una struttura gerarchica. Altrimenti, la parola ‘autonomo’ perderebbe ogni significato», spiega.

Organizzano merende solidali, riunioni e assemblee «dove ognuno è libero di dire la propria e di proporre iniziative», continua Dario, che vede nella partecipazione la strada per fare pressione su chi è al potere: «Organizzarsi è il solo modo per raggiungere il cambiamento a cui aspiriamo», dice, e ricorda le manifestazioni di settembre: «Non voglio eroicizzare ciò che abbiamo fatto, noi siamo formiche in un sistema più grande, ma durante quei giorni abbiamo compreso il significato della parola ‘comunità».

Nessun partito

Non sono affiliati a organizzazioni politiche, ma spesso si coordinano con altri collettivi studenteschi. «La nostra autonomia ci lascia maggiore libertà a livello organizzativo, nello sviluppo delle nostre riflessioni e nella scelta delle cause per cui lottare», spiega Arianna, del Collettivo autonomo Donatelli (Cad) del liceo Donatelli-Pascal di Milano.

In piazza, dove scendono per protestare contro l’oppressione del popolo palestinese, il patriarcato e per la giustizia sociale e climatica, il loro logo è il simbolo più ricorrente: simile a una kefiah, rappresenta i Tuareg, un popolo berbero nomade del Sahara.

«Noi manifestiamo per esprimere dissenso in maniera concreta», dice ancora la ragazza. Si riferisce all’approvazione del decreto-legge sulla Sicurezza, «che fa luce sulla repressione perpetrata dal governo». Nella loro pagina Instagram comunicano agli studenti le date delle assemblee e li informano a quali manifestazioni parteciperanno: «Utilizziamo i social per scambiarci opinioni. Ma è attraverso il rapporto umano diretto che cerchiamo di creare partecipazione».

Per Marco, nome di fantasia perché ancora minorenne, i mezzi e i metodi introdotti per strutturare i partiti hanno fallito. A ottobre lui e Antonia – anche lei minorenne – hanno fondato il Movimento autonomo di organizzazione giovanile (Maog), che a Cantù, in provincia di Como, mette in rete meno di una decina di persone.

«Ci eravamo resi conto che solo manifestare fosse insufficiente, soprattutto perché Cantù scarseggia sul fronte dell’attivismo politico». Nel definirsi, Marco ci tiene a precisare che non si sente ostile alla forma-partito: «La classe politica dovrebbe elaborare nuove soluzioni per affrontare quelle problematiche che mettono a rischio il funzionamento della democrazia».

Si rivolgono a una fascia d’età giovane. Il loro è un linguaggio diretto: «Non utilizziamo espressioni che rimandano a movimenti politici proprio perché non vogliamo legarci a idee preconfezionate. Usiamo i social per coinvolgere le persone nelle nostre iniziative. Su Instagram lanciamo dei sondaggi per decidere di quali tematiche discutere nel corso delle nostre riunioni. E su Telegram abbiamo creato una sorta di bacheca così che le persone possano ricevere più rapidamente le informazioni sugli incontri».

Essere indipendenti, spiega, dà loro la libertà di partecipare alle manifestazioni che preferiscono. «Finora, nel corso delle nostre riunioni, abbiamo discusso di alcune delle lotte che ci stanno più a cuore: il genocidio in Palestina, la garanzia del diritto all’aborto e la necessità di introdurre corsi di educazione sesso-affettiva nelle scuole”, dice Marco.

Quando, prima di salutarci, gli chiedo se hanno qualche slogan o simbolo, mi racconta che è proprio sul tema del decostruzionismo il Maog ha elaborato lo slogan “Via la polvere dalla politica”, un modo, spiega, «per contestare apertamente i modi di fare della classe politica attuale e di quelle passate, che non rispecchiano le volontà della popolazione».

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