L’ex presidente Bce, dopo aver ricevuto una laurea honoris causa in Belgio, ha avvertito: «Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?»
L’università Ku Leuven in Belgio, come luogo. La cerimonia per una laurea honoris causa, come occasione. Così Mario Draghi è tornato a lanciare segnali, parlando - come spesso accade - del futuro dell’Europa e dell’Unione europea. «Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?», ha affermato l’ex Bce ed ex presidente del Consiglio italiano.
Ordine globale defunto
L’onorificenza della laurea belga è arrivata «per il contributo eccezionale al processo di integrazione economica e monetaria europea, per una leadership fondata sulla responsabilità, sul giudizio equilibrato e sul rigore intellettuale in momenti in cui l’area dell’euro affrontava una crisi esistenziale». Una crisi, si potrebbe dire, simile a quella in cui l’Europa si trova ora.
L’analisi di Draghi è che «l’ordine globale ormai è defunto», ma «non è fallito perché costruito su un’illusione. Ha portato vantaggi reali e ampiamente condivisi: agli Stati Uniti in quanto potenza egemone, attraverso un’influenza indiscussa in tutti i settori e il privilegio di emettere la valuta di riserva mondiale; all’Europa attraverso una profonda integrazione commerciale e una stabilità senza precedenti; e ai paesi in via di sviluppo attraverso la partecipazione all’economia globale, sollevando miliardi di persone dalla povertà».
«Il fallimento del sistema risiede in ciò che non è riuscito a correggere», ha continuato Draghi, lanciando un monito: «Il crollo di questo ordine non è di per sé una minaccia. Un mondo con meno scambi commerciali e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa si adatterebbe. La minaccia è ciò che lo sostituisce».
Cosa deve fare l’Europa
Tra i motivi dell’onorificenza, viene anche menzionato il merito di Draghi di «aver fornito una bussola strategica capace di posizione con successo l’Ue in un mondo in rapido cambiamento, caratterizzato da crescenti rischi di frammentazione e da tensioni geopolitiche» oltre ad «aver saputo coniugare il lavoro accademico con una forte dedizione al servizio pubblico, offrendo un esempio alle future generazioni».
Da Leuven, Draghi ha provato, ancora una volta, a fornire indicazioni all’Ue sul percorso da intraprendere, tra le pressioni delle grandi potenze. «Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza. Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?».
Quindi per diventare una potenza, «l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione». Anche perché, osserva l’ex Bce, «dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina».
L’avvertimento è per tutto il Vecchio continente: l’Europa, infatti, per Draghi ha davanti «un futuro in cui rischia di diventare, al tempo stesso, subordinata, divisa e deindustrializzata». E «un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori».
Le raccomandazioni di Draghi, specie quelle legate alla competitività dell’Ue, saranno discusse nel Consiglio europeo informale convocato da Antonio Costa per il 12 febbraio nella cittadina belga di Alden Biesen. Tra gli ospiti ci sarà, oltre Draghi stesso, un altro ex presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta.
© Riproduzione riservata


