«Una vittoria storica», ma non la certezza che cambierà qualcosa a stretto giro. Boris Pistorius è stato il primo membro del governo tedesco a prendere posizione in mattinata dopo la diffusione dei risultati delle elezioni di midterm. Il ministro della Difesa è stato pragmatico, sottolineando che il governo resterà lo stesso e Berlino continuerà a collaborarci «con fiducia», anche se non è chiaro dove voglia andare a parare in futuro il presidente americano. «Ma è una situazione con cui facciamo i conti da anni e continuiamo a lavorare in questo schema». 

Dalla Spd Siemtje Möller, esperta di politica estera, solleva il dubbio che Trump possa diventare una “angry duck” (giocando con il concetto di lame duck, anatra azzoppata). Anche dalla Cdu arriva però fiducia nella prospettiva di una correzione di rotta della linea della Casa Bianca: secondo Norbert Röttgen non si può però parlare ancora della fine del Trumpismo. 

Per Friedrich Merz, che ancora non ha preso posizione, la notizia dovrebbe avere conseguenze variegate. All’inizio del suo mandato si era proposto come “suggeritore” del presidente americano in maniera simile a Giorgia Meloni, ma quantomeno al momento dell’introduzione dei dazi da parte del presidente la sua posizione si è progressivamente allontanata da Washington. 

Trump ha favorito anche il progressivo rientro in patria dei soldati americani di stanza in Germania, un elemento che – combinato con il crescente disinteresse nei confronti della Nato da parte del presidente – ha provocato un ricalcolo del posizionamento tedesco ed europeo sul campo geopolitico internazionale.

Allo stesso tempo, contestualmente al disimpegno americano, la Germania è diventata la prima fornitrice principale di aiuti militari all’Ucraina: giusto martedì il presidente ucraino Volodymyr Zelensky era in visita a Berlino, dove il cancelliere gli ha assicurato che gli aiuti tedeschi continueranno ad arrivare. Assieme all’offensiva economica che ha lanciato sull’export tedesco con l’imposizione delle tariffe aggiuntive Trump si è reso sempre meno amichevole nei confronti del governo Merz.

Mentre la politica si è progressivamente distanziata, l’economia ha in parte assecondato le richieste del presidente: è dei giorni scorsi l’annuncio di Audi che ha in programma di costruire e avviare, entro il 2030, un impianto di produzione in Georgia. A fronte di una crisi nera del gruppo Volkswagen in Germania, dove ha annunciato la chiusura di quattro impianti e centomila licenziamenti, una mossa che non è stata apprezzata dall’opinione pubblica tedesca.  

Sconcerto a destra

Interessante anche la posizione di Alice Weidel: AfD è strettamente legata al movimento Maga e in più occasioni ha cercato di accreditarsi ulteriormente presso l’amministrazione Trump. In campagna elettorale nel 2025 Elon Musk – all’epoca in buoni rapporti con il presidente americano – aveva partecipato a uno degli eventi del partito di estrema destra. Anche considerata la vicinanza di AfD al Cremlino, la forza politica di un presidente come Trump è un elemento rilevante nel contesto complessivo.

Weidel si è limitata a spiegare che la sconfitta del presidente ha a che fare con la sua politica estera e la guerra in Iran. Il fatto di aver disatteso la promessa di non ingaggiare guerre all’estero e in particolare il conflitto con l’Iran e le sue conseguenze sull’economia americana si sarebbero rivelate deleterie. «Questa promessa infranta è esploso in faccia ai repubblicani» ha detto la leader dell’estrema destra. 

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