BELGRADO – «Ci siamo liberati di un dittatore. Ora vogliamo festeggiare», strilla Sonja, arrivata domenica 25 ottobre, nel pomeriggio, da Novi Sad dopo aver votato. Vorrebbe andare in centro per raggiungere gli amici ma i festeggiamenti bloccano gli autobus che partono da Novi Beograd. Non resta che improvvisare un piccolo corteo ed avviarsi a piedi, in gruppo, ballando e cantando. La partenza è accompagnata dal un concerto di trombe. Ai lati della strada alcuni ragazzi festeggiano salendo sulle pensiline dei bus. Sullo sfondo si stagliano i fuochi d’artificio. Sarà una lunga notte di baldoria.

Domenica sera la pazza festa era cominciata alle 21.31, dopo un’ora di tensione crescente. Al quartier generale della lista studentesca, a Novi Beograd, zona di antica urbanistica socialista, un lunghissimo applauso seguito da urla liberatorie spazza via un’atmosfera di cauto ottimismo.

Stanno tutti ascoltando in diretta televisiva, quasi increduli, l’ex presidente Aleksandar Vučić gettare la spugna, ad appena un’ora dalla chiusura dei seggi. «È evidente – ammette – che abbiamo perso queste elezioni». Grida, boati, abbracci. Il Partito Progressista Serbo (Sns) si ferma poco sopra quota cento seggi mentre la “Lista degli Studenti” ottiene il 52 per cento dei consensi e ne guadagna circa 140, al di sopra di ogni previsione e soprattutto della soglia dei 126, necessari per governare senza aiuti. L’incubo è terminato, la Serbia torna a essere libera, grazie a un’affluenza che sfiora il 70 per cento. Un record per le sole votazioni del parlamento.

Una ragazza che si sta occupando della traduzione simultanea per i media stranieri s’interrompe bruscamente. Dal suono che rimbomba negli auricolari si percepiscono le lacrime. È la gente che fa la storia.

Miracolo balcanico

È stato un miracolo balcanico. La più estesa protesta studentesca della storia moderna è riuscita nell’impresa di trasformare un malcontento generale in una rivoluzione pacifica, fatta sempre con le mani alzate, seppur dipinte di rosso, a simboleggiare il sangue sulle mani delle autorità, uno dei simboli della protesta.

Ma anche in una rivoluzione politica, in grado di dare il benservito a chi con disprezzo aveva tenuto in ostaggio il paese per quattordici lunghi anni, minandone le fondamenta democratiche. E chissà che con la sconfitta di Vučić non si metta la parola fine anche a quel che rimaneva di uno stantio nazionalismo novecentesco.

«Abbiamo dimostrato che teniamo ancora al nostro paese», racconta Jakub, un ragazzo iscritto alla facoltà di Belle Arti, mentre si dirige verso piazza Slavjia, che torna a essere epicentro dei festeggiamenti. Le vie di accesso alla piazza erano state chiuse dalla polizia in tenuta antisommossa nel primo pomeriggio e si era temuto il peggio. Ma questa volta era impossibile forzare la mano, grazie anche al ruolo dei sedicimila osservatori messi in campo.

Il Center for Research, Transparency and Accountability (Ctra), che si occupa di monitoraggio elettorale, ha dichiarato di aver riscontrato un numero elevato di irregolarità, ma non sufficiente a rovesciare l’onda d’urto degli studenti.

Parlare di politica

Al risveglio, passata la sbornia, cominceranno le sottolineature e si dovrà iniziare a parlare di politica. Chiedersi davvero che posizioni tenere su delicate questioni geopolitiche, dal Kossovo, alla Russia al ruolo dell’Europa, abilmente messe nel dimenticatoio, immaginarsi un potenziale futuro candidato premier, che certo non potrà essere il numero uno della lista, il pur simpatico cardiologo, e magari approfondire in maniera più dettagliata il programma politico/economico, andando oltre gli undici generici punti fatti circolare finora.

Se l’assenza di esperienza politica dei candidati in questa storica tornata elettorale si è rilevata intelligente, portando voti, prima o poi bisognerà iniziare a sporcarsi le mani.

L’idea iniziale, un po’ dimenticata per la verità, era quella di creare un governo di transizione, con un mandato breve, di appena due anni, per preparare le condizioni necessarie a nuove elezioni. D’altronde i futuri parlamentari hanno idee e valori molto diversi tra loro e non è affetto detto che riusciranno a restare a lungo tutti all'interno dello stesso schieramento. Qualcuno ipotizza che potrebbero divenire il nucleo di una nuova struttura multipartitica. È uno degli sviluppi possibili, non certo l’unico.

«Il programma è chiaro: lo stato di diritto e la lotta alla corruzione», ammonisce Savo Manojlovic, dell’associazione Kreni-Promeni, la più influente del paese. D’altronde il vero collante della vittoria elettorale è stata proprio la corruzione. Lo scorso anno Media Trasparency aveva pubblicato un rapporto che mostrava come l’opzione pubblica considerasse la corruzione il principale problema del paese.

Esattamente come ai tempi di un certo Slobodan Milošević. «I funzionari corrotti risponderanno penalmente del loro operato e i beni acquistati illegalmente verrano confiscati», spiega, aggiungendo che sarà necessario anche «costruire un’economia basata sulla conoscenza, sull’innovazione e sul merito, anziché su accordi illeciti con il settore pubblico».

Il lavoro, come è evidente, non manca. Ma dopo quattordici anni di attesa lasciamoli almeno festeggiare un po’. Le rivoluzioni pacifiche, nei balcani, sono una rarità da preservare.

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