Lo scorso 13 giugno, mentre i camerati del terzo millennio godevano di piena agibilità nello spazio pubblico, croniste e cronisti che raccontavano la manifestazione hanno subito pedinamenti e intimidazioni
Sabato scorso il corteo dei neofascisti della remigrazione ha sfilato indisturbato per le strade di Roma tra saluti romani e cori fascisti. Mentre i camerati del terzo millennio godevano di piena agibilità nello spazio pubblico, giornaliste e giornalisti presenti a documentare la giornata, hanno invece vissuto un clima infame tra pedinamenti, intimidazioni e violenze.
Spinte, insulti e minacce squadriste
Marco Sales, giornalista del programma È sempre Cartabianca condotto da Bianca Berlinguer, è stato il primo ad essere coinvolto dalle modalità squadriste degli attivisti di Casapound, fondatori del comitato Remigrazione e riconquista. Appena arrivati al concentramento del corteo il collega ha raggiunto il piccolo gazebo dove si trovava il portavoce di Casapound Luca Marsella, chiedendo se potesse rivolgergli alcune domande sulla proposta di legge popolare sulla remigrazione: «La prima cosa che mi ha detto è che ero in malafede e con me non avrebbe parlato». Il collega ha cercato di argomentare le domande ma il clima è diventato ancora più teso: «Alla seconda domanda mi ha tirato addosso dell’acqua da una bottiglietta».
Ma non è stato l’unico attacco al giornalista: a fine corteo, mentre era in mezzo ai manifestanti, «mi hanno spinto e buttato a terra il telefono, come testimoniano i video che abbiamo mandato in onda. Lo hanno fatto militanti che avevo già incontrato in altre zone d’Italia alle iniziative sulla remigrazione».
Il modus operandi dei fascisti del terzo millennio non è mai cambiato: «Quando devo intervistare Casapound devo mettere in conto i lanci di uova e acqua dai balconi della loro sede occupata – dice Sales – La cosa che mi ha intristito, qui, è che volevo fare semplicemente delle domande alle persone che partecipavano al corteo».
Ma questo gli è stato impedito: «C’erano militanti che facevano cenno ai manifestanti di non parlare con noi. Un ragazzo aveva iniziato a parlare, probabilmente non vedendoli, ma si è subito avvicinato un militante che gli ha intimato di “non dire boiate”; così non ha più risposto alle domande». Un clima che Sales definisce, a ragione, «squadrista»: così si intimidiscono «non solo i giornalisti, ma anche i partecipanti al corteo».
«Non possiamo fare nulla»
I giovani giornalisti e giornaliste del giornale studentesco Il Caffè hanno denunciato, con un video pubblicato sui social, il clima intimidatorio della piazza. Uno di loro, che ha chiesto l'anonimato, racconta che lui e i colleghi si erano accorti di essere pedinati «da un signore che ci seguiva ogni volta che cambiavamo direzione».
Il militante si era poi spostato a parlare con gli organizzatori «che facevano, con la mano, il segno di continuare a seguirci». Così i colleghi si sono rivolti a un membro delle forze dell’ordine in borghese, con la radiolina, «che ci ha detto che non poteva fare nulla, di provare ad andare dai carabinieri». Mentre si avvicinavano ai carabinieri in servizio, però, «eravamo ancora seguiti dal militante di estrema destra, così abbiamo deciso di deviare: è come se non ci fosse stato permesso di fare la segnalazione».
Anche Emanuela Pala, giornalista del programma di La7 Piazza pulita condotto da Corrado Formigli, era alla manifestazione per documentare la giornata: «Una piazza ostile ai giornalisti come altre piazze di Remigrazione e riconquista che ho seguito anche fuori Roma. Hanno un servizio d’ordine che impedisce di avvicinarsi ai manifestanti, si possono intervistare solo i rappresentanti».
Ma quello che accade quando si intervistano i loro leader è che si viene filmate e messe in rete, come è accaduto a Pala sabato: «Un pezzo di filmato montato ad arte e messo in pubblica piazza in modo intimidatorio, cosicché si venga poi insultate sui loro social». Nella piazza di sabato, scandita dai cori “giornalista terrorista, giornalista comunista”, fare il proprio lavoro è stato reso assai difficoltoso: «Quando io e te eravamo sedute all’ombra del marciapiede a lavorare, il servizio d’ordine ci ha fatte spostare in malo modo. Ora decidono anche dove le giornaliste possono sostare a fare il loro lavoro».
Asimmetria al potere
Pala ricorda di aver subito vari insulti mentre girava per il corteo, ma intimidazioni e minacce alla giornalista sono avvenute anche tramite i canali social – poi denunciate alle autorità competenti – a seguito della sua ultima inchiesta sulla rete del neonazista Martin Sellner.
Sales ricorda: «Quando sono stato aggredito non ho visto nemmeno un poliziotto, ma questa gestione delle forze dell’ordine è sempre stata una costante». Quando ha provato a intervistare Gianluca Iannone, presidente di Casapound, «dopo 30 minuti di appostamento vicino al bar dove sostava sono arrivati sei carabinieri in borghese a chiedermi chi fossi e di esibire i documenti».
Questo è accaduto anche a Bolzano a un raduno di Remigrazione e riconquista dove c’è stato un diverbio con una dottoressa della Digos: «Mentre parlavo con Marsella e provavo a fare il mio lavoro, mi sono sentito accerchiato da Casapound ma anche dagli agenti della Digos». Modalità in cui è palese un doppio standard nella gestione dell’ordine pubblico.
Mentre negli ultimi anni cortei studenteschi, ambientalisti e a sostegno della causa palestinese sono stati spesso contenuti con dispositivi imponenti – tra identificazioni, denunce, misure preventive e cautelari – nel rione Prati migliaia di persone hanno potuto sfilare inneggiando al ventennio: «Nel pieno centro di Roma si inneggiava al duce – conclude Pala – e si insultavano musulmani e stranieri. Non erano “mele marce”: era un corteo che faceva apologia di fascismo».
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