Il sindaco ufficializza la corsa per la conferma, imbarca pentastellati e calendiani. Prima cabina di regia sul programma per le elezioni politiche. Al via i tavoli tematici
Lo slogan della campagna per la conferma è «Roma avanti tutti». E in effetti Roberto Gualtieri ha bruciato sul tempo tutti. Di certo la coalizione nazionale. Non perché ieri ha lanciato ufficialmente la candidatura alle comunali 2027 – non c’era dubbio, passato il dubbio che fosse chiamato a federare la nazionale progressista, ipotesi mai esistita per Elly Schlein – ma perché ha annunciato l’allargamento dell’alleanza capitolina a M5s e Azione. Alle 13, dal palco dell’Auditorium della Conciliazione, e indirizzo ben scelto – strapieno, 3mila accreditati, schermo e sedie fuori per quelli che non riescono a entrare, che si beccano una contestazione pro Pal –, parla degli «amici delle forze dell’opposizione» che «hanno iniziato un dialogo molto positivo, a partire dal M5s e da Azione». Prima che, alle 14, si riunisca in call il primo tavolo del programma dell’alleanza progressista, in pratica la cabina di regia: anche qui il primo passo è fatto.
Giallo, rosso e Azione
A Roma si fa finta che l’accordo non sia scontato. Francesco Silvestri, inviato da Giuseppe Conte a siglare la pace dopo gli anni degli scontri con Virginia Raggi (che non c’è, farà la deputata), all’uscita è conciliante: «L’accoglienza è stata bella», però «ci confronteremo su un tavolo programmatico e solo a seguito sapremo dare una conferma». Finiti i litigi sul termovalorizzatore, per loro “inceneritore”? «Mi sembra sia un progetto irreversibile». Finiti. Quanto ad Azione, Carlo Calenda ha frenato fino all’ultimo, ma all’Auditorium in prima fila c’è Alessio D’Amato, già candidato presidente del Lazio del Pd e ora calendiano: c’è freddo con il suo ex partito, ma il senso della presenza è chiaro. Se ci sarà l’election day gli toccherà litigare a livello nazionale e volersi bene nella capitale.
Gualtieri non è più l’impacciatone di inizio sindacatura. Dopo anni di reel su Instagram, un successo social assoluto, ormai è sciolto. Prima si fa intervistare dalla giornalista Serena Bortone, poi chiude con un comizio ispirato, il pubblico fa la coreografia con i cartelli rossi, entusiasmo da Midterm, c’è anche la clip del suo incontro con il sindaco di New York Mamdani. Vuole vincere al primo turno e con il popolo, come i dem in America: «Rivolgo un appello alle romane e ai romani: unitevi a noi nell’elaborazione del programma e nella partecipazione per una campagna elettorale che sia un grande momento di partecipazione democratica». «Al centro le persone», dice. «Benissimo» per Paolo Ciani di Demos. Attacchi alla «destra retrograda», promesse di piantumazioni, casa per chi non ce l’ha. Lodi all’assessore alla cultura Massimiliano Smeriglio che nel rapporto fra biblioteche e numero di abitanti ha fatto Roma meglio di Londra, Parigi e New York.
In prima fila Schlein parlotta fitto con Claudio Mancini, braccio destro di Gualtieri, segno di pace dopo mesi di diffidenza: il sindaco era il «terzo nome» di Conte per le primarie. C’è la giunta al completo, compreso Alessandro Onorato che però si è lanciato ai gazebo – si candida? Il borsino ora dice no –, e c’è il pienone Pd: Marta Bonafoni, Cecilia D’Elia, Beatrice Lorenzin, Nicola Zingaretti, Michela Di Biase, Filippo Sensi, Andrea Casu, Matteo Orfini, Emanuela Droghei, i segretari romano e regionale Enzo Foschi e Daniele Leodori. C’è Ernesto Ruffini di Più uno, Filiberto Zaratti di Avs, di Iv Roberto Giachetti, Luciano Nobili e Marianna Madia.
Attenti ai sottotavoli
Subito dopo si riunisce in call il tavolo del programma con i capigruppo e gli sherpa dei centrini. Apre le danze il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia. Alla fine, nota congiunta a uffici stampa unificati. Da questa settimana si riuniranno dieci sottotavoli tematici sullo schema delle commissioni del Senato. Ogni forza politica delegherà chi ritiene, M5s sembra mandi i capigruppo in tutti.
In call non l’ha specificato, ma così rallenterebbe l’intero ingranaggio. Per non precostituire la deroga a parlamentari già al secondo mandato? Per rallentare la resa sulle armi a Kiev? Certo, il tavolo sugli esteri sarà l’ultimo a riunirsi e il più delicato. Ma ogni tavolo ha la sua pena: in quello economico ci saranno la patrimoniale di Avs e il reddito di cittadinanza con cui M5s cerca la scorpacciata di voti al Sud; il Pd soffrirà. In quello sulla giustizia M5s vorrà reintrodurre il reato di abuso d’ufficio; e il Pd soffrirà ancora. Fine pena, cioè fine del lavoro, a fine mese.
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