Temporaneamente tamponato un problema, altri sono dietro l’angolo per Giorgia Meloni. La mini proroga del taglio delle accise fino al 5 settembre è stata la soluzione emergenziale al caro carburanti: un modo per prendere tempo, in attesa di trovare una «soluzione più strutturale». Se la tensione sui mercati petroliferi continuerà a crescere, infatti, il governo dovrà decidere come intervenire. Come farlo però è tutt’altro che a portata.

Lo scontro tra Forza Italia e Lega sulla tassazione degli extraprofitti a banche e compagnie petrolifere ha dato il quadro della tensione interna all’esecutivo, che non si placherà nemmeno se la soluzione infine sarà quella di un una tantum concordato con le big oil e degli istituti finanziari. In ogni caso «il 6 settembre si potranno attivare le accise mobili di agosto, vedremo quanto spazio c'è», ha spiegato il responsabile Economia di Fratelli d'Italia Marco Osnato, sottintendendo come una decisione non sia ancora stata presa.

Dietro l’angolo, però, c’è la ripresa dei lavori parlamentari con ostacoli in grado di far emergere in maniera ancora più prepotente la distanza che separa gli alleati di governo.

Ucraina e legge elettorale

A stretto giro dovrà arrivare il decreto per il nuovo pacchetto armi all’Ucraina, su cui c’è convergenza tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre la Lega continua a dimostrarsi refrattaria. La questione è spinosa e Meloni l’ha trattata con grande prudenza anche al vertice dei Volenterosi, quando ha parlato dell’invio di generatori elettrici, conscia del fatto che ogni riferimento all’invio di armamenti pur da difesa sarebbe stato un potenziale problema.

Tanto più che da destra continua a crescere Futuro Nazionale, che porta avanti una posizione filorussa. A riprova della tensione sulla futura collocazione del movimento, il viceministro degli Esteri di FdI Edmondo Cirielli ha provocato un incidente diplomatico: «si possa governare con Vannacci» ha detto, venendo immediatamente smentito da fonti di partito, che hanno parlato di «parole a titolo personale».

Proprio i movimenti dei ribelli che hanno chiesto un passo di lato al segretario spaventano palazzo Chigi, in vista del primo settembre, quando scadrà il termine per depositare l’emendamento sulle preferenze nella nuova legge elettorale. Il Melonellum e le preferenze non piacciono a molti dei dirigenti di via Bellerio, cui rischiano di sommarsi anche le donne di FI, per nulla convinte dal correttivo di genere che l’emendamento dovrebbe contenere. Il risultato è il rischio di un nuovo testacoda della maggioranza, tanto che è probabile una questione di fiducia da porre sul testo alla Camera, per blindarlo contro i franchi tiratori.

I migranti

Meloni è poi sempre più esposta anche sul fronte estero. La pressione delle forze di estrema destra è forte anche in altri paesi europei - Reforum Uk in Gran Bretagna e AfD in Germania – e la linea della premier per ora è stata quella di allontanare possibili contatti, puntando invece su partiti conservatori ma non antisistema. In particolare con la Germania il rapporto tra Meloni e il cancelliere Friedrich Merz era considerato molto solido.

A far cambiare la percezione tedesca è stata però la questione migratoria. Seppur tenuto in sordina, lo scontro sui “dublinanti” ha incrinato i rapporti: la Germania è decisa a rimandare in Italia un certo numero di persone, l’Italia ha manifestato la sua contrarietà.

A inizio settembre è in agenda un incontro tra il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, con il collega tedesco Alexander Dobrindt per risolvere la questione, ma un accordo sembra tutt’altro che semplice da raggiungere. «Il governo Meloni si rifiuta di fare la propria parte e rischia così di far fallire il nuovo sistema già al momento della sua entrata in vigore» si legge in un duro editoriale su Der Spiegel.

La stampa tedesca ha registrato il cambio nel sentiment del governo Merz nei confronti di Meloni già dopo la crisi di Ceuta e la scelta inconsulta dell’Italia di sospendere l’accordo di Schengen con la Spagna. «Meloni è, in sostanza, una nazionalista, ed è proprio qui che risiede il grande pericolo per l’Europa», continua Der Spiegel. La sintesi è che la premier italiana sia un lupo dell’estrema destra entieuropeista mascherato da agnello conservatore e che FdI sia un pericolo tanto quanto l’AfD, vista anche la sua collocazione fuori dal Partito popolare europeo.

Il rischio per la premier, dunque, è quello di un raffreddamento dei rapporti con un alleato chiave a causa della questione migratoria: aperta a livello europeo e di sicuro al centro dello scontro politico dei prossimi mesi. Così Meloni dovrà decidere se agire da presidente del Consiglio di uno dei paesi fondatori dell’Unione europea o da leader di partito in campagna elettorale.

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